martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Arturo Vella forte difensore dell’autonomia del PSI
Pubblicato il 30-10-2017


Arturo_VellaNel primo trentennio del ‘900 fu uno dei più autorevoli  dirigenti nazionali del Partito socialista. Nacque a Caltagirone, grosso comune della Sicilia, da tempo noto per l’industria della ceramica in cui si è sempre distinto, il 12 febbraio del 1886. A 5 anni appena rimase orfano del padre, Sebastiano, piccolo industriale ceramista con famiglia numerosa, e a 11 anni venne inviato in un collegio romano, per continuarvi gli studi, conclusi poi in un Istituto tecnico.

Nella capitale si ambientò perfettamente ed entrò sempre più in contatto con i gruppi politicamente più vivaci in senso progressista, fin quando, ai primi del ‘900, costituì una Federazione di studenti secondari, che assieme al Circolo giovanile socialista si impegnò in una intensa attività di organizzazione, presto estesa alla Toscana e all’Emilia e capace di portare nelle sezioni e nei circoli un elevato numero di giovani. Fin da allora si distinse quale difensore della autonomia organizzativa dei gruppi giovanili nei confronti del PSI, ma entro una ferma “unità di dottrina”, e cioè con un forte  legame di natura ideologica col partito.

Nel congresso di Bologna del 1907 – su cui, come sull’intera  storia dei giovani socialisti hanno ampiamente scritto Gaetano Arfè nel 1973 e Renzo Martinelli nel 1976 –  fu tra i fondatori della FIGS aderente al PSI, e ne diresse l’organo di stampa “L’Avanguardia”, un foglio che si distinse per la vivacità e la ricchezza dei contenuti. Lavorò con grande entusiasmo  per la crescita della organizzazione, e dopo  la separazione dai sindacalisti rivoluzionari concorse in misura notevole alla sua crescita e alla ulteriore definizione dei suoi caratteri, impegnandola su posizioni antimilitariste, internazionaliste e anticlericali.

 Si collocò presto tra gli intransigenti e fu elemento di punta in una intensa e appassionata attività propagandistica, intervenne a numerosi convegni e congressi, scrisse frequentemente su “L’Avanguardia” e fu tra i redattori de “La Soffitta”, un quindicinale di orientamento socialista sorto nel maggio del  1911.

Relativamente al problema elettorale Vella era favorevole a una alleanza “vigile” coi gruppi di democrazia borghese, in attesa  di un irrobustimento del movimento operaio. Era però avverso a posizioni di cedimento, che  si rilevavano  qua e là, e conseguentemente fu tra quanti, nel Congresso di Reggio Emilia del 1912, sostennero l’espulsione dei “bissolatiani”, considerandone le idee involutive e pericolose per l’autonomia di classe dei lavoratori e l’identità socialista.

Subito dopo il congresso lasciò la direzione dell’organo di stampa della FIGS per assumere la carica di vice-segretario  del PSI. Lavorò allora in sintonia con Costantino Lazzari, cui i congressisti avevano affidato la segreteria del partito, distinguendosi nell’impegno volto a precisare i caratteri  del programma socialista e a limitare l’influenza di Mussolini nel partito e nella redazione dell’Avanti!, non rimanendo convinto dell’equivoco “rivoluzionarismo” espresso da costui.

In quegli anni lavorò a un programma di riorganizzazione del partito fondato sulle federazioni provinciali e regionali, in sostituzione delle vecchie federazioni di collegio. La situazione  non era però matura per simile riforma, sicchè egli incontrò ostacoli di varia natura che lo costrinsero a rinviare l’idea a tempi migliori.

All’inizio della Grande Guerra Vella sostenne la neutralità dell’Italia e con Lazzari propose la linea del “non aderire né sabotare” che il PSI fece propria, caratterizzandosi in modo netto nel panorama politico nazionale.

Nel maggio del 1916  venne richiamato alle armi e assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Trapani, poi a Siracusa, infine a Firenze. In questo periodo svolse una coraggiosa attività antimilitarista, sicchè il 7 febbraio del 1918 venne arrestato a Siracusa per disfattismo. Il 13 settembre successivo, durante il processo che si celebrava a Catania, pronunziò parole di fede profonda nell’idea che l’aveva conquistato fin dai più teneri anni. Dal banco degli imputati, incurante dei frequenti richiami dei giudici, difese con forza le ragioni che avevano spinto i socialisti a schierarsi nettamente contro la guerra, e concluse il suo intervento dichiarando: “Sereno e sicuro, oggi io affermo la mia fede di fronte a voi, con una fermezza spoglia di qualsiasi ostentazione provocatrice, ma consapevole della sua forza e della sua legittimità sul terreno del pensiero e su quello degli interessi anche nazionali…. Se condannato, tornerò sereno e forte nella mia cella etnea a riprendere lo studio e la prepararmi alle battaglie di domani, se assolto, rientrerò in caserma con la fronte alta come ne uscii con le catene, ma il mio pensiero lo conserverò per me, tutto per me”. La Corte lo condannò a cinque anni di reclusione per insubordinazione al Tribunale e subito dopo a sette anni  cumulativi con la prima condanna. Rimase in carcere per alcuni mesi: nel marzo del ’19 venne infatti amnistiato e potè tornare all’impegno nel partito, dove si occupò di problemi elettorali in vista del prossimo rinnovo della Camera eletta nel 1913. Prendendo posizione ben definita nel dibattito interno al partito, fu autorevole rappresentante dei massimalisti elezionisti, a nome dei quali intervenne al congresso di Bologna, dove riprese il concetto della “delittuosità” della guerra e fece rilevare la responsabilità dell’alta borghesia nell’averla voluta. Entrò quindi nel massimo organo di direzione del partito, da dove però uscì quando alla fine dell’anno, candidato alla Camera nel collegio di Bari per volontà della Direzione, venne eletto deputato.

Difese allora i contadini del Meridione che procedevano alla occupazione delle terre incolte e degli ex feudi, e denunziò con forza le violenze perpetrate in Sicilia e nelle Puglie ai danni dei lavoratori. Di fronte al montare della reazione nazional-fascista, specie in vista delle nuove elezioni politiche fissate per l’aprile del ’21, nel ’71 rievocate con le vicende del dopoguerra in Puglia da Simona Colarizi, si distinse per la fermezza e il coraggio, che suscitarono l’odio degli agrari e la persecuzione delle “squadracce”. Impegnato nella nuova campagna elettorale, venne ferito gravemente a Barletta. Riuscì comunque a essere rieletto.

Nei mesi che seguirono, pur essendo un sincero sostenitore della unità di classe e della convergenza di tutte le forze antifasciste nella lotta contro la reazione, apparve sempre più geloso difensore del Partito Socialista Italiano, della sua storia e dei suoi valori nei confronti del Partito Comunista e di qualunque altra forza politica.

Per questo alla fine del ’22 si schierò nettamente contro la fusione col PCd’I, richiesta dall’Internazionale di Mosca, che se accettata  avrebbe portato alla definitiva scomparsa  del Partito socialista. Sostenne il “Comitato di difesa socialista”, sorto proprio allora, e  subendo gli attacchi dei comunisti e della loro Internazionale lavorò con Nenni e altri per salvare il  partito. Contribuì in tal modo a salvare il PSI alla storia, ai lavoratori, alle lotte del progresso e della libertà.

Nel 1924, dopo avere  partecipato a una campagna elettorale divenuta infernale per le violenze senza limiti dei fascisti, venne rieletto alla Camera, ma in Sicilia, dove fu l’unico rappresentante del PSI. Dopo l’uccisione di Matteotti fu tra i più attivi animatori della “questione morale”, propose la costituzione di un Comitato dei partiti d’opposizione e fu favorevole alla secessione parlamentare, anche se mostrava di propendere per la lotta nel paese sì da dare un seguito concreto alla secessione. Successivamente si disse favorevole  al ritorno nell’aula di Montecitorio per tentare di neutralizzare l’azione di Mussolini.  Più tardi sostenne  la  partecipazione alle elezioni amministrative con liste espresse dai partiti più nettamente d’opposizione. Ormai però il fascismo procedeva in modo inarrestabile verso l’affermazione della dittatura.

 Con le leggi eccezionali del ’26 Arturo Vella seguì la sorte dei parlamentari d’opposizione dichiarati decaduti. Due anni dopo, bisognoso di lavoro, si trasferì a Caltagirone, per gestirvi una piccola fabbrica di ceramica ereditata dal fratello. Visse  da allora, per diversi anni, tra la città natale e Roma, conservando salda la fede negli ideali socialisti, ma, per la strettissima vigilanza della polizia, senza potere svolgere alcuna attività di opposizione.

All’inizio degli anni 40 si ammalò gravemente. Nel ’42, trovandosi a Roma, subì gli arresti, ma per mancanza di seri elementi di accusa e per le sue condizioni  di salute venne rimesso in libertà. Vinto dal male, morì nella capitale il 31 luglio del 1943, e se ne prese nota nella scheda del CPC ( b. 5341) intestata al suo nome. Dieci giorni prima in Sicilia era avvenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane, a Roma cinque giorni prima Mussolini era stato arrestato. Iniziava così una nuova fase nella vita del paese. Vecchi e nuovi rappresentanti del Partito socialista stavano già riprendendo la lotta in nome degli ideali ai quali egli aveva dedicato gran parte della propria vita.

 Giuseppe Miccichè

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