mercoledì, 14 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Avanzano le “piccole patrie”
Pubblicato il 30-10-2017


La drammatica crisi in Catalogna ha evocato lo spettro della guerra civile degli anni ’30 del ‘900 in Spagna, con la tragedia del fascismo falangista di Francisco Franco edificato sulla distruzione della Repubblica democratica, che aveva realizzato proprio a Barcellona una straordinaria esperienza di autogestione mutualistica e socializzazione dal basso, con i libertari del sindacato Cnt e i trotskysti del Poum. Risuonano drammaticamente le parole di Pablo Neruda nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto”, per descrivere quella tragedia: “…La mia casa rimase tra le due fazioni…Dai muri erano entrati colpi di artiglieria…Le finestre erano finite in pezzi…Sul pavimento, fra i miei libri, trovai resti di piombo”. La speranza è che lo scontro tra Madrid e Barcellona non sia questo, ma impressionano in questa vicenda così grave anche a livello geopolitico, i silenzi dell’Unione europea e della sinistra.

La prima che mostra vieppiù la propria funzione esclusiva di istituzione sovranazionale regolatrice in senso rigorista e antisociale dell’area di libero-scambio dell’Unione, con la Germania a fare da gendarme; la seconda immemore della straordinaria lezione teorica degli austromarxisti, tra questi in particolare di Otto Bauer e di Karl Renner, sulla questione nazionale e sul diritto di autodeterminazione dei popoli. Più in generale la crisi catalana non viene analizzata in relazione agli epocali cambiamenti socio-politici connessi alla cosiddetta globalizzazione e alle nuove migrazioni di massa, quindi alla contaminazione identitaria crescente cui oggi sono sottoposti i popoli e le culture, con la ripresa dell’idea di comunità, quale riserva di senso e di appartenenza in una società sempre più spersonalizzante e atomizzata, segnata da una cultura unipolare, modellata sull’american way of life, ma pur sempre alla ricerca della salvaguardia dei valori di libertà e di equità degli individui, anche di coloro che provengono da culture diverse, nel quadro delle regole e delle procedure democratiche. E’ imprescindibile la rilevanza socioculturale della tematica dell’identità, rappresentando anche una sfida a declinarla in termini nuovi rispetto al passato.

Le rivendicazioni nazionali di Galles, Scozia e Irlanda verso l’Inghilterra, di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi nei confronti della Spagna, della Corsica rispetto alla Francia e delle Fiandre in Belgio, nel mentre il secessionismo “padano” si è tramutato in rivendicazione autonomistica, ripropongo il tema delle “piccole patrie” quale possibile modello per un nuovo rapporto tra globale e locale. Il dibattito è aperto, poiché unità geopolitiche autocentrate potrebbero costituire la risposta al falso problema della dicotomia tra globalizzazione e localizzazione, che Ralph Dahrendorf sintetizzava come “glocalizzazione”, sino alla rivendicazione di autonomia o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere dimenticati.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Intanto la tensione in Libano torna a crescere, si legge sulla Gazzetta di Modena: meno di un anno dopo la creazione del governo il presidente del Consiglio, Saad Hariri, ha dato le dimissioni, mentre era in visita in Arabia Saudita. L’ex premier ha accusato l’Iran di ingerenze nella politica del mondo arabo. Critiche anche al gruppo sciita Hezbollah che fa parte del governo. “Viviamo in un clima simile all’atmosfera che ha preceduto l’omicidio di mio padre Rafik-al-Hariri (ucciso da un’autobomba il 14 febbraio del 2005). So che c’è un piano per colpire la mia vita”, ha spiegato il premier. “L’Iran ha una presa di morte sul destino del Paese, ed Hezbollah è il braccio dell’Iran non solo in Libano, ma in tutti gli altri paesi arabi”, ha aggiunto Hariri, convinto che in questi ultimi decenni Hezbollah si sia imposto con la forza delle armi.

  2. Il concetto delle “piccole patrie” me ne riporta alla mente un altro per certi versi accostabile, ossia quello del “piccolo è bello”, in ordine al quale i pareri non sempre sono unanimi, anzi talora divergono fino ad opporsi, vedi la differenza intercorrente tra chi teorizza che le nostre microimprese possono dare un forte contributo per uscire dalla crisi di questi anni, oltre a riscoprire e rivalutare le nostre specificità, e chi la pensa invece in tutt’altro modo.

    Ma al di là degli aspetti economici ve ne sono altri di natura più prettamente sociale, e mi vengono da ricordare i tempi in cui era piuttosto diffuso l’attaccamento al proprio “campanile”, ovvero alle consuetudini ed abitudini dei propri luoghi, senza che fosse messa in discussione l’unitarietà nazionale, e “l’amor patrio”, ma poi questo legame al “piccolo” venne fatto passare per inopportuno “provincialismo”, e tale giudizio non rimase per molti senza effetti.

    Sta di fatto che in parecchi casi i valori identitari e il senso di appartenenza si sono andati via via affievolendo, portando mano a mano alla cosiddetta “società liquida”, che oggi ci sta preoccupando sempre di più, anche perché ci fa sentire più deboli di fronte alla globalizzazione e al multiculturalismo, e forse le “piccole patrie” vengono avvertite come la strada per riacquistare quella identità valoriale che per lungo tempo abbiamo probabilmente sottovalutato (mentre ci avrebbe verosimilmente aiutato ad affrontare le questioni della nostra epoca) .

    Paolo B. 05.11.2017

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