venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa
Pubblicato il 26-10-2017


I beni confiscati alla criminalità organizzata:
evoluzione normativa, attuazione pratica e prospettive future

I puntata

terra-liberaLa tematica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è oggi di grande attualità, soprattutto in un territorio come quello calabro che vanta, purtroppo, un posto di rilievo su base nazionale per numero di beni confiscati sottratti alle cosche di ndrangheta.

Scopo del presente approfondimento (di cui oggi si propone la prima puntata) che non ha la pretesa di assurgere a studio scientifico, bensì l’obiettivo di sollecitare una riflessione a 360° sulla materia trattata, è quello di tracciare un excursus, sia normativo che pratico, sull’evoluzione del concetto stesso di confisca dei beni ai “mafiosi” e sul suo impatto economico, sociale e culturale nei territori interessati, oltre che di immaginare, da qui ai prossimi anni, la direzione in cui verrà utilizzato il vasto patrimonio acquisito.

Nell’elaborazione di questo testo, ci si è riferiti a fonti documentali autorevoli tra cui “Libera, Associazione Nomi e Numeri contro le mafie”, Fondazione “Tertio Millennio Onlus”, Lorenzo Frigerio, Giornalista della Fondazione “Libera Informazione”, “Fondazione con il Sud”, “Avvenire.it”, ed altri.

Dedico questo piccolo opuscolo alla memoria di mio nonno, Pasquale De Zerbi, che fu uomo dai grandi ideali socialisti, in nome di questi fuoriuscito in Francia durante il regime fascista, Sindaco antifascista subito dopo la seconda guerra mondiale a Oppido Mamertina e più volte Segretario della Sezione oppidese del PSI negli anni ’60-’70, grande amico di Giacomo Mancini e Gaetano Cingari. Di lui tutti ricordano la difesa dei più deboli, il rigore morale, il rispetto delle regole e la serietà ed onestà intellettuale.

Prima puntata: evoluzione normativa
Il primo atto normativo in materia risale al 1965 quando, con Legge n. 675, recante “Disposizioni contro la mafia”, dopo la strage di Ciaculli (PA), comincia ad essere disciplinato l’istituto della confisca, da destinare, da parte dell’A.G. competente, alle persone e/o ai loro familiari definitivamente riconosciuti, a seguito di indagini anche patrimoniali e finanziarie, come appartenenti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso, prevedendo tuttavia la possibilità che il Tribunale disponga la confisca anche come misura cautelare, ossia con l’applicazione della misura di prevenzione quando non sia dimostrata la legittima provenienza dei beni.

Ma è soltanto negli anni Ottanta che la materia viene disciplinata in maniera approfondita e con il precipuo obiettivo di colpire il cuore delle organizzazioni mafiose, controllandone pienamente il potere ed il patrimonio economico. Infatti, a meno di cinque mesi dall’omicidio del suo promotore, Pio La Torre, allora Segretario del PCI siciliano, assassinato dalla mafia, il 13.09.1982 viene approvata la Legge n. 646/1982 detta “Rognoni – La Torre”, che introduce per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416 – bis) e stabilisce la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato, nonché il loro preventivo sequestro, in caso di rischio di vendita o sottrazione degli stessi. La legge dispone inoltre la possibilità di effettuare indagini patrimoniali a tutto tondo non soltanto sugli indiziati, ma anche sulle persone fisiche o giuridiche dei cui patrimoni gli indiziati potevano disporre.

Alcuni anni dopo, il Decreto Legge n. 230/1989, di modifica della Legge n. 575/1965, prevede la figura dell’amministratore del bene, nominato dal Tribunale con lo stesso provvedimento con cui dispone il sequestro, con il ruolo di custodire il bene medesimo e relazionare periodicamente sul suo utilizzo, segnalando all’A.G. eventuali altri beni da sequestrare e di cui è venuto a conoscenza, nonché di disporre di somme di denaro ricavate dalla gestione di altri beni sequestrati per pagare eventuali spese di gestione del bene stesso. Il decreto dispone inoltre che i beni confiscati siano devoluti allo Stato e le somme di denaro sequestrate versate all’Ufficio del Registro.

A distanza di un anno dall’emanazione del suddetto D.L., la Legge n. 55/1990, allarga il ventaglio dei possibili destinatari delle misure patrimoniali, includendo alcune classi di soggetti a pericolosità sociale come gli indiziati di appartenere ad associazioni di narcotraffico o dedite a usura ed estorsione, e consente il sequestro e la confisca dei beni nei casi in cui la misura di sorveglianza speciale non sia applicabile, ad esempio nei casi in cui il soggetto sia assente o residente all’estero.

Il decreto legge n. 356/1992 stabilisce la temporanea sospensione dell’amministrazione dei beni utilizzabili per svolgere attività economiche se queste possono agevolare l’attività dei soggetti sottoposti a una misura di prevenzione personale o a procedimenti penali per delitti di associazione mafiosa, sequestro ed estorsione, con l’intento di ampliare le azioni di contrasto all’ingresso delle mafie nel mondo economico.

Ma è soltanto dopo l’era delle così dette stragi di mafia degli anni Novanta, che il Legislatore decide di dare una svolta in chiave rivoluzionaria rispetto al passato, prevedendo non soltanto la confisca ai mafiosi del loro patrimonio mobiliare, immobiliare e finanziario, ma anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, anche sotto la forte spinta delle associazioni di promozione della legalità ed antimafia.

Nasce il 7 marzo 1996 la Legge n. 109, recante “Disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all’articolo 3 della legge 23 luglio 19941, n. 223. Abrogazione dell’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282”. La Legge snellisce le procedure di assegnazione del bene, istituisce presso le Prefetture un Fondo con somme di denaro ricavate dalla vendita di beni mobili e titoli per il finanziamento ai progetti relativi alla gestione degli immobili confiscati e prevede il riutilizzo per il finanziamento di progetti relativi alla promozione di una cultura imprenditoriale, all’inclusione sociale, alla prevenzione delle condizioni di disagio e di emarginazione e al risanamento di quartieri urbani degradati. Questa Legge segna un momento determinante nella storia della lotta alla mafia, perché introduce, nello stesso concetto di confisca, non soltanto il principio secondo cui la mafia, in quanto illegale, va perseguita con il metodo della privazione di ogni forma di potere economico ai suoi adepti, ma anche e soprattutto l’idea che i beni che i mafiosi hanno illegalmente ottenuto, o dei quali si sono serviti per scopi illeciti, debbano essere riutilizzati per finalità antitetiche a quelle che ne hanno determinato la confisca. Insomma, una sorta di dantesca legge del contrappasso, che servisse sia da monito per coloro che, nel futuro, avessero voluto affiliarsi alle cosche mafiose, affinché sapessero a cosa sarebbero andati incontro, sia per le popolazioni ed i cittadini dei luoghi di confisca, affinché tutti i giorni potessero comprendere che la logica dell’illegalità e della mafia, alla fine, soggiace sempre a quella della giustizia e della legalità. Riutilizzo dei beni confiscati, dunque, per farne centri di accoglienza per ex detenuti, sedi di caserme o di uffici giudiziari, centri antiviolenza, tutti quasi sempre intitolati a soggetti simbolo della lotta e del contrasto alle mafie.

Da qui in poi, è stata una fase di sperimentazione ed applicazione pratica della normativa che, naturalmente ed inevitabilmente, ha portato a far emergere da un lato i suoi punti di forza, raggiungendo importanti obiettivi nella lotta alle cosche, private ora dei loro patrimoni e, quindi del potere economico che gli aveva consentito, negli anni precedenti, di espandersi anche a livello internazionale ed anche in assenza dei boss che si trovavano detenuti, ma dall’altro anche molte criticità e falle, soprattutto nella fase amministrativa ed organizzativa di acquisizione, gestione, destinazione e consegna dei beni. La norma, infatti prevede un iter specifico che segue immediatamente dopo il decreto di confisca che, a sua volta, diventa definitivo, dopo la fase del sequestro, e solo dopo che la condanna sia stata anch’essa definitiva. Queste criticità hanno portato, nel biennio 1999-2000, alla creazione dell’ufficio del Commissario Straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, con l’obiettivo sostanziale di omogeneizzare l’iter procedimentale dalla confisca alla consegna del bene, anche attraverso delle intese con le autorità giudiziarie competenti.

Stefania Bruno

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