mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Caporetto 100 anni dopo
Pubblicato il 24-10-2017


Sono passati cent’anni dalla disfatta di Caporetto, con le truppe austro-tedesche che ruppero il fronte della II Armata dilagando in profondità nel territorio friulano e veneto e per capire i momenti cruciali della battaglia e cosa rimane oggi a distanza di un secolo, nella memoria degli italiani, abbiamo intervistato lo storico e accademico Leonardo Raito, autore di numerosi saggi sulla grande guerra.

Professore, cosa ci resta, di Caporetto, un secolo dopo?
Ci resta un nome che è una metafora di disfatta. Ci resta l’impressione che può creare una sconfitta. Ci resta la capacità degli italiani di rialzare la testa, di risollevarsi dopo una batosta, contando sullo spirito nazionale e sulla forza di un popolo. Non mi sembrano poche cose.

Se dovesse trovare un simbolo di quella disfatta, quale sceglierebbe?
Sceglierei il bollettino di Cadorna, scritto nel pomeriggio del 28 ottobre, quello senza correzioni del governo. Quel bollettino parla da solo: ci fa capire come fu condotta la guerra, lo scollamento tra esercito e mondo politico, l’incapacità di prevedere un qualcosa di scritto, una concezione elitaria del comando e della direzione della guerra che cozza in modo pauroso con le necessità di un esercito che era stato massacrato da due anni e mezzo di offensive con poco costrutto.

Cadorna solo colpevole quindi?
No, sarebbe ingeneroso pensarlo. Certo, Cadorna ebbe responsabilità nei metodi di guida dell’esercito, poco rispettosi nei confronti di un’enorme massa di soldati che al momento di difendersi ebbero un cedimento, anche morale, enorme. Ma Cadorna aveva dato disposizioni e ordini ben precisi, alla II Armata, di prepararsi per una difesa a oltranza da un attacco nemico. Qui emerge lo scarsissimo collegamento tra livelli di gerarchia: un Capello che comandava l’armata che si permetteva di discutere e sconvolgere gli ordini, un Badoglio che si muoveva come un corpo estraneo, reparti mal guidati, scarsa capacità di tenere il polso della situazione. I colpevoli furono molti uomini e molti fattori, come in parte stabilì una commissione di inchiesta. Non dimentichiamo però il valore degli avversari e la meticolosa preparazione dell’attacco, sostenuto dai gas asfissianti e condotto con la tecnica dell’infiltrazione, nuova e inaspettata.

Una commissione che, però, non colpì Badoglio.
E’ vero. Fino a Caporetto Badoglio era un alto ufficiale molto in auge. Aveva iniziato il conflitto come tenente colonnello ed era diventato generale di corpo d’armata. Massone, era comunque molto stimato e aveva avuto un ruolo preminente nella conquista del Sabotino. Forse la sua affiliazione fu fondamentale nell’essere salvaguardato dall’inchiesta, e così divenne, con Diaz, sottocapo di stato maggiore.

Ha nominato Diaz. Che ruolo ebbero, gli alleati, nella sua nomina?
In realtà gli alleati ebbero un ruolo fondamentale nella destituzione di Cadorna, che posero come fondamentale nel corso dei colloqui di Rapallo e di Peschiera. Subordinarono il sostegno francese e inglese e l’invio di rinforzi al fronte italiano con un cambio di comandante. Vero è che non indicarono un nome; infatti pare che Diaz sia stato proposto dal re in persona, che lo conosceva e aveva avuto una buona impressione di lui. Anche Alfieri, nuovo ministro della guerra, che aveva avuto scontri con Cadorna, considerava Diaz un buon generale, ma ne lodava soprattutto le capacità di mediare ed era certo che sarebbe stato accondiscendente verso una certa ingerenza del governo nelle vicende militari, cosa che con Cadorna sarebbe stata impensabile.

Si trattò di una scelta adeguata?
Assolutamente si. Diaz si dimostrò molto capace e paziente, un ottimo cucitore di rapporti. Seppe, con i suoi più stretti collaboratori, che erano Badoglio e Giardino, ricostruire un clima, ponendo maggiore attenzione alle condizioni di vita dei soldati. La resistenza sul Piave e sul Grappa fece il resto: il paese si rese conto che avrebbe saputo rovesciare le sorti del conflitto. E ci riuscì.

Negli anni del centenario della grande guerra, trova che si sia fatto abbastanza, nel paese, per ricordare?
Le iniziative sono state tante, e alcune davvero ben costruite e riuscite. Ho apprezzato la riscoperta di molte microstorie legate alla guerra, che dimostrano come il conflitto sia stata la prima grande guerra degli italiani. Degli italiani come popolo che completava il proprio processo di costruzione. Dovremmo rendercene bene conto, oggi che ci sono spinte disgregatrici in nome di un regionalismo che trovo fuori dal tempo.

Cosa consiglierebbe a chi vuole essere più informato su Caporetto?
Oggi direi in particolare l’omonimo volume di Nicola Labanca e il volume sui profughi di Daniele Ceschin, uscito per Laterza qualche anno fa. Sono due studi importanti. Il primo per le vicende militari, il secondo per capire le sofferenze di chi dovette abbandonare le proprie terre e i soprusi degli austro tedeschi anche nei confronti dei civili.

Redazione Avanti!

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