mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Coalizione si, ma come?
Pubblicato il 23-10-2017


Ho vissuto “da dentro” tutta la storia della seconda repubblica e ho ancora, davanti agli occhi, le esaltazioni per la costruzione di coalizioni di centrosinistra, che, nella logica bipolare, si apprestavano a sfidare, con qualche prospettiva di vittoria, il cavaliere e i suoi fidi scudieri. Ripensandoci oggi, non so se la nostra fosse più speranza di battere Berlusconi o di governare, se l’aspettativa riguardasse più il fare qualcosa che a noi sembrava di sinistra o precludere il passo dalla destra che consideravamo un male semiassoluto. Il bipolarismo all’italiana ci ha fatto crescere nell’illusione di poter fare una scelta, decidere chi, tra due schieramenti, avrebbe guidato il paese, un’illusione magica, inebriante, ma che poi ci faceva piombare nella disperazione. Ricordo il balletto con Rifondazione nel primo governo Prodi, gli scongiuri per la buona salute dei senatori a vita che tenevano in piedi governi attaccati con lo sputo, i ceri accesi nelle nostre chiese per sperare in un passo indietro di Mastella quando minacciava la caduta del Prodi bis. Con due leggi elettorali diverse (Matterellum prima, Porcellum poi) le coalizioni hanno segnato, da un lato, la definizione di accordi programmatici spesso disattesi, dall’altro la costruzione di ammucchiate talvolta senza senso, fautrici poi di dolorose fratture, sia a sinistra che a destra. Come dimenticare i ministri di centrosinistra che andavano in piazza a protestare contro i provvedimenti appena votati, o il Gianfranco Fini del “che fai, mi cacci?”, o Follini che rischiava di mettere in crisi il governo di Berlusconi, o la Lega di Bossi che ruppe già nel 1994, a pochi mesi dal voto, il patto governante della prima coalizione di centrodestra? Al netto di questo, per determinare una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni, restano alcune variabili. In primis, capire con quale legge elettorale si voterà. Se passerà il Rosatellum, una coalizione verrà costruita solo se si riuscirà a trovare un accordo sulle candidature nei collegi uninominali e nella composizione dei listini. E non sarà facile, dato che le fratture di Mdp, anche sui territori, hanno spesso acuito le tensioni con i dem. C’è poi il non trascurabile problema dei programmi. Se la contesa sarà lo smantellamento delle riforme orgogliosamente sostenute dal Pd, sarà difficilissimo trovare la quadratura del cerchio. Salvo non giungere allo zibaldone stile Unione, un programma elettorale di oltre 200 pagine, com dentro di tutto e di più, e con scarsissime possibilità di essere coerentemente comunicato all’elettorato. In sostanza, per parlare di coalizioni è ancora presto, per l’oggettività delle condizioni attuali, ma pensarci resta un dovere. Il problema resta sempre quello: come garantire un gruppo coeso che, oltre che vincere, possa governare?

Leonardo Raito

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Commenti all'articolo
  1. Per quanto può valere l’esperienza di ciascuno di noi, a me pare che una coalizione dovrebbe innanzitutto nascere sulla base di un programma condiviso, e che dovrebbe risultare vincolante per chi vi aderisce e lo sottoscrive, ma è capitato di vederne altre che sono sembrate ispirarsi alla affinità e vicinanza ideologica, oppure sorte per legittima “convenienza” elettorale nel senso che così facendo sarebbero aumentate le probabilità di innalzare la propria rappresentanza parlamentare (o di averla per i partiti “minori” entrati in coalizione).

    Posso naturalmente sbagliarmi, ma fino ad oggi non mi è parso di scorgere in giro proposte e formulazioni di programmi abbastanza dettagliati, salvo il leggere di intendimenti piuttosto generici e destinati semmai a “sfaldarsi” allorché si passerà al modo con cui realizzarli, mentre è proprio il cartello programmatico che dovrebbe costituire il presupposto per sviluppare l’azione di governo di una coalizione, e c’è dunque da auspicare che ne compariranno, nei termini che dicevo, una volta definita la legge elettorale con cui andremo alle urne.

    Per un tempo non breve ha funzionato da collante un “antiberlusconismo” a piene mani, cui è subentrata più di recente, almeno così sembra, l’opposizione al cosiddetto populismo, elevata quasi a “missione”, ma se le ragioni che fanno stare insieme sono l’avversare qualcuno, o qualcosa, c’è il rischio che i problemi del Paese passino di fatto in second’ordine, e il tal modo si vadano via via acuendo, tanto da alimentare un clima di sfiducia e di crescente scoraggiamento, che non sarà poi facile recuperare.

    Paolo B. 25.10.2017

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