martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Crisi dei mercati e recupero della “banca perduta”
Pubblicato il 10-10-2017


crisi-finanziaria

Nel libro “Alla ricerca della banca perduta”, Marco Onado, docente di Economia degli intermediari finanziari, spiega le cause che hanno determinato “un abisso tra la finanza come dovrebbe essere […], che svolge una funzione essenziale per la crescita, e la ‘nuova’ finanza che ha provocato la crisi”; ciononostante essa è stata oggetto di un salvataggio pubblico senza precedenti.

Onado vuole fare capire quali possibilità vi siano di ricuperare nel mondo attuale la “banca perduta”, al fine di riacquisire l’antica fiducia negli istituti di credito degli operatori e degli addetti ai lavori nel campo degli studi economici (imprese, risparmiatori ed economisti); essi, infatti, dopo quello che è successo, a seguito dello scoppio della bolla dei mercati immobiliare americani, non sanno più se possono ancora fidarsi delle decisioni dei banchieri, oppure condividere il giudizio di chi, nei confronti dei gestori dei mercati finanziari, ha introdotto il termine spregiativo di “bankster”, un epiteto che certamente non ha bisogno d’essere spiegato, tanto eloquente è ciò che il termine vuole evocare.

Imprese, risparmiatori ed economisti, pur ponendosi forse problemi diversi (di accesso al credito le prime, di tutela del risparmio i secondi e di sviluppo economico gli economisti), in realtà – afferma Onado – esprimono “diversi punti di caduta dello stesso problema, cioè il volto oscuro della finanza messo impietosamente in evidenza dalla crisi e che sembra prevalere su quella ‘buona’”, che, invece, occorre ricuperare e valorizzare. Per capire perché ciò sia avvenuto, occorre considerare i motivi per cui la finanza è diventata sempre più invasiva ed estesa rispetto all’economia reale, sino a subire una “sorta di ‘mutamento genetico’”; ciò è potuto accadere – sostiene Onado – per “le opportunità che il clima ideologico e politico di liberalizzazione e deregolamentazione su scala mondiale che ha dominato gli ultimi decenni e che ha basato la crescita economica […] su un’accumulazione di debiti senza precedenti, cioè su un castello di carte che non poteva che crollare miseramente”.

La comprensione della crescita abnorme della finanza porta anche a capire che quest’ultima è in realtà lo “specchio” degli squilibri dell’economia reale sottostante, nel senso che essa è l’esito di “una crisi delle imprese che hanno privilegiato i risultati a breve, a scapito degli investimenti e della crescita sostenibile; è una crisi sociale, perché sono aumentate le disuguaglianze e la povertà anche nei Paesi avanzati; è una crisi politica, perché le tensioni economiche e sociali spostano verso destra il baricentro dell’elettorato, spingendolo a chiedere misure di pura protezione degli interessi esistenti, non importa se fra questi sono presenti quello delle banche”.

La crisi della finanza e dell’economia reale sottostante, coniugate con la crisi sociale e politica, viene di solito denominata “Grande Crisi Finanziaria” o “Grande Recessione” dell’economia globalizzata; dal momento in cui la crisi è insorta, nel 2007, sono ormai trascorsi dieci anni, e molti Paesi, fra i quali l’Italia, sono ancora al di sotto dei livelli di reddito e di occupazione pre-crisi; riguardo all’economia italiana, il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura stimato che occorreranno vent’anni prima che essa possa tornare ai livelli di occupazione raggiunti precedentemente al 2007. L’intensità della crisi si è manifestata in fasi diverse, ma in rapida successione: la prima fase si è manifestata nel 2007 ed ha avuto come epicentro il sistema finanziario ed i mercati immobiliari americani; la seconda è iniziata nel 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers, allora la quarta banca d’affari degli Stati Uniti d’America, dando origine al crollo delle borse e alla diffusione del panico nei mercati finanziari di tutto il mondo; la terza si è manifestata nel 2010, interessando in particolare i Paesi europei, i cui alti debiti pubblici hanno causato, da un lato, un aumento dei tassi richiesti dai mercati finanziari internazionali per la loro sostenibilità e, dall’altro lato, un peggioramento del funzionamento del sistema bancario.

Le tre fasi – afferma Onado – avevano come epicentro una o più banche sull’orlo del fallimento, sebbene fino a poco tempo prima che iniziasse la crisi, i loro manager “si vantassero di essere al timone di corazzate inaffondabili”; ma anche dopo, a crisi avviata, una larga parte di economisti ha continuato a sostenere che il sistema finanziario si era trasformato, acquisendo maggior flessibilità e, quindi, maggiori capacita di adattamento ai cambiamenti ed agli shock esterni. Il sistema finanziario era certamente cambiato, ma non in meglio; ne è prova il fatto che, durante il suo corso la crisi si è diffusa ad una velocità e con un’intensità inaspettate; sono proprio le modalità con cui l’una e l’altra si sono manifestate che devono essere tenute presenti, in quanto costituiscono il “segno inequivocabile” che nel sistema finanziario era intervenuto qualcosa di nuovo.

Il “nuovo” che caratterizzava le banche alla vigilia della crisi era il fatto che avessero aumentato a dismisura la loro dimensione, connessa ai “mutamenti strutturali nel rapporto tra il sistema finanziario e l’economia reale”; ciò significa che la dimensione del primo è stata determinata dall’aumento del debito degli operatori finanziati dalle banche, cioè del settore pubblico e di quello privato, costituito da famiglie e imprese. L’aumento del debito complessivo è evidenziato dal fatto che quest’ultimo, negli ultimi trent’anni, è “cresciuto a un ritmo quasi doppio del prodotto lordo nominale”. E’ quindi evidente – secondo Onado – che la crisi “è molto di più di un fenomeno finanziario”, in quanto dietro le difficoltà delle banche “si delineano le contraddizioni di un modello di sviluppo trainato dai debiti, che ha comportato una caduta senza precedenti del reddito dei Paesi avanzati”; è questa la ragione per cui la “mutazione genetica della finanza […] non è la causa causarum” dei problemi insorti con la Grande Recessione.

La causa della crisi deve essere infatti identificata nel quadro ideologico e politico su cui è stata fondata l’adozione di modelli di sviluppo che “richiedevano una crescita continua dei debiti e che consideravano quasi un atto di fede che i mercati avessero la capacità di raggiungere spontaneamente condizioni di equilibrio”. Sulla base dell’imperante ideologia neoliberista, la crescente finanziarizzazione dell’economia è stata considerata un fatto socialmente positivo, consolidandosi l’”idea che tanto più grande era il mondo della finanza, tanto meglio era”; ciò è valso a giustificava l’idea conseguente che fosse sempre conveniente offrire, soprattutto alle famiglie, prestiti per importi mai sperimentati in passato e a condizioni sempre più favorevoli.

In particolare, è stato giustificato il fatto che fossero immessi nei mercati finanziari quantità crescenti di titoli provenienti dalla cosiddetta securitisation dei mutui ipotecari, perché in questo modo, si sosteneva, non del tutto disinteressatamente da parte dei banchieri, sarebbero state ampliate le scelte degli operatori e sarebbe accresciuta la liquidità dei mercati finanziari. Ma in cosa è consistita la securitisation? La semplice descrizione della tecnica che l’ha espressa consente di capire perché la finanziarizzazione dell’economia ha condotto alla Grande Recessione.

I mutui concessi dalle banche sono stati trasferiti ad altra società finanziaria specializzata nell’emissione di “titoli strutturati” (o titoli derivati), il cui prezzo veniva basato sul valore di mercato di un altro “strumento finanziario”, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli strutturati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della “parte assicurativa” (l’economia reale), sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale. Una tale sproporzione ha stravolto una delle funzioni fondamentali di ogni sistema finanziario, consistente nell’offrire strumenti idonei a consentire la gestione di rischi di varia natura; la sproporzione, perciò, venuta meno ogni possibilità reale di poter garantire i rischi connessi all’enorme massa dei mutui in circolazione, è valsa a trasformare i titoli strutturati in strumenti utili solo per operazioni speculative.

Nel periodo precedente la crisi – afferma Onado – hanno così preso forma “due bolle speculative, una legata all’altra ed entrambe favorite dall’opacità della securitisation”: quella dei mercati immobiliari, “i cui prezzi sono cresciuti continuamente alimentando nuove aspettative di aumento”; e quella dei titoli strutturati, i cui rendimenti erano del tutto “sproporzionati al rischio effettivo, ma che tutti gli investitori ricercavano disperatamente”.

Dopo lo scoppio delle bolle, sono crollate le quotazioni della parte assicurativa dei titoli strutturati (azioni, o titoli rappresentativi di materie prime); le banche che avevano concesso mutui sono state necessariamente colpite nella consistenza della loro liquidità; per rimediare alla situazione, esse hanno fatto ricorso al ricupero dei loro crediti verso altre banche, mettendo così in moto una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato l’estensione della crisi in tutto il mondo; una crisi che ha causato difficoltà bancarie generalizzate, con fallimenti di istituti di credito, sia in America che in Europa. La conseguenza, come tutti sanno, è stato il loro salvataggio a spese dei contribuenti, senza alcuna sanzione, di qualunque natura, nei confronti di chi si era reso responsabile del “disastro” e, sorprendentemente, senza che l’ideologia neoliberista, che aveva ispirato la finanziarizzazione dell’economia, fosse oggetto di discredito.

A questo punto viene naturale porsi la domanda: per quale ragione, dato il contesto economico ed istituzionale esistente a livello globale, gli assetti proprietari del sistema bancario non dovrebbero tendere a massimizzare il valore delle banche per gli stakeholders, cioè di tutti coloro che hanno interesse al corretto funzionamento dei mercati finanziari, privilegiando invece quello degli shareholders, cioè di coloro che ne sono i proprietari a titolo privato? I quali, pur di guadagnare, come realmente è accaduto, non hanno mancato di speculare, giocando d’azzardo, con i titoli strutturati, a danno di tutti coloro che poi sono stati chiamati a rimediare ai disavanzi bancari senza averne una responsabilità diretta. In che modo è possibile intervenire, per far prevalere assetti proprietari più convenienti per la stabilità del modo di funzionare del sistema economico globalizzato?

Si dirà che la soluzione del problema dell’assetto proprietario più conveniente delle banche è materia troppo complessa, per essere affrontata in termini univoci; però, appare molto debole la conclusione di Onado, secondo cui, dopo quello che è successo, risulterebbe difficile “disegnare una traiettoria di riforme che sappia incidere sulle cause della crisi riportando la finanza e la banca alla loro funzione di sostegno allo sviluppo”. Tutti, però, concordano sulla necessità di apportare al sistema finanziario “riforme strutturali”; ma quali?

I neoliberisti, che continuano ancora ad ispirare gli establishment dei Paesi ad economia avanzata, si dimostrano fedeli al “mantra” delle riforme del mercato del lavoro, delle privatizzazioni e dell’apertura dei mercati; il dibattito, sinora svoltosi a livello globale, ha prodotto analisi che, “sebbene spietate sugli errori e le distorsioni del passato”, non hanno fornito suggerimenti sul tipo di banca che sarebbe opportuno costruire e, in particolare, sulla struttura proprietaria del sistema bancario più conveniente per il futuro dell’economia globalizzata. In generale – osserva Onado – “è mancata una seria riflessione sui problemi collegati alle dimensioni elefantiache raggiunte dalla grandi banche mondiali”. Per contrastare lo strapotere delle banche non sono mancate proposte di interventi volti a limitare gli aspetti più pericolosi dell’attività finanziaria del tempo presente; ciò al fine di “riportare le banche al loro ruolo di motori dello sviluppo economico.

Tuttavia, conclude Onado, “poiché la responsabilità ultima della crisi è stata una politica troppo debole” nei confronti del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale, l’uscita dalla crisi “è resa difficile da una politica troppo debole” nei confronti della banche, che sono divenute “troppo grandi per fallire (too big to fail); se così stanno le cose e se il rischio cui sono esposti i cittadini è quello d’essere chiamati a socializzare le perdite causate da comportamenti di banchieri che sanno d’essere impunibili, l’unica via di uscita sarebbe la socializzazione del sistema del credito. La debolezza della politica però, varrà a continuare ad esporre i cittadini al rischio che il comportamento dei gestori delle grandi banche non sia conforme a quello dei gestori della “banca perduta”, ma a quello proprio dei gestori della cosiddetta “finanza creativa”, che è valsa ad assimilare le loro determinazioni più a quelle di un “bankster”, che a quella del banchiere di antica memoria.

Gianfranco Sabattini

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