sabato, 21 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Di Pietro e l’annosa questione Tangentopoli
Pubblicato il 05-10-2017


beppe_grillo_antonio_di_pietroLe parole di Di Pietro hanno finalmente riaperto l’annosa questione Tangentopoli. Il mitico eroe del biennio 1992-1994 ha dichiarato che il suo successo si è largamente fondato sulla paura delle manette, e che processando la Prima Repubblica ha cancellato anche le idee su cui si fondava, aprendo la strada ai partiti personali. Sarebbe bene ricordare al Tonino nazionale che già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico. Lo stesso discorso vale anche per il Pri di Spadolini.

Ma torniamo al ruolo del magistrato più amato d’Italia. Per chi ha studiato a lungo la crisi della Prima Repubblica queste parole hanno un dolce suono. Sono arrivate un po’ in ritardo, ma sono molto importanti perché chiariscono cosa fu il dipietrismo. Il contadino di Montenero di Bisaccia fu il protagonista di una stagione giustizialista e giacobina unica per la storia della Repubblica Italiana. I metodi utilizzati da Di Pietro sono ormai arcinoti: carcerazione preventiva, tintinnar di manette, violazione sistematica del segreto istruttorio e conseguente tritacarne mediatico-giudiziario. Per non parlare della violazione continua del principio di presunzione di non colpevolezza, sancito dalla Costituzione con l’articolo 27 per cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Svolta-1992Il ruolo di Di Pietro, però, non si è limitato solo al giustizialismo più violento, ma si è spinto oltre provocando dei gravi danni al sistema politico italiano. Il ruolo di supplenza politica svolto dal Pool di Milano ha gravemente indebolito gli sviluppi storici derivanti dalla caduta del muro di Berlino e ha impedito un processo riformatore che cambiasse effettivamente il Paese. L’unica modifica costituzionale di quel periodo ha riguardato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, cancellando la norma che prevedeva un voto della Camera di appartenenza prima di poter avviare un’indagine contro un parlamentare.

Questa è stata la splendida revisione costituzionale promossa dal pool di Mani Pulite, che ha chiaramente giovato all’Italia e agli italiani. In quegli anni ci si è illusi di rinnovare un sistema politico affidandolo alla semplice onestà orchestrata da un insieme di magistrati molto popolari. Certo, il sistema di finanziamento alla politica era marcio ed aveva raggiunto livelli intollerabili. Ma la soluzione adottata dalla procura di Milano ha brutalmente limitato le riforme che sarebbero state necessarie per modernizzare il Paese, consegnando la politica alla magistratura, avviando così un cortocircuito ormai ventennale. Si è pensato che un semplice ricambio di classe dirigente per via giudiziaria avrebbe potuto rinnovare un intero sistema. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

Il ruolo di Di Pietro non deve essere semplicisticamente ridotto al giustiziere che abbatte un sistema politico, per poi sostituirvisi facendo il parlamentare e il ministro. A questa delizia si deve aggiungere la disgrazia delle mancate riforme che il Paese avrebbe dovuto avviare in quel biennio. La deriva giustizialista e manettara di quegli anni è la chiave di volta per comprendere la lunga transizione che stiamo vivendo. Una transizione che dura da 25 anni, e che non vede lontanamente la sua fine.

L’occasione del 1992-1994 ormai è stata persa. In compenso il giustizialismo giacobino è dilagato e ha partorito il Movimento 5 Stelle. Come recitava una scritta del 1992: Di Pietro grazie!

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

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Commenti all'articolo
  1. Qui si legge, alla fine del primo capoverso, che “già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico”, ma io ho una immagine un po’ diversa, nel senso che ricordo un partito guidato da una personalità indubitabilmente forte ed autorevole, ma attorniata nel contempo da collaboratori di alto profilo politico.

    Riporto questa mia considerazione non certo per contraddire l’Autore di queste righe, ma solamente perché in questi anni mi è capitato più di una volta di dire che a mio avviso il PSI fu allora l’esempio di un partito dove l’indiscusso carisma del Leader non “oscurava” il ruolo di chi gli stava accanto.

    Mi sembra una caratteristica o “dote” non da poco, che differenzia il PSI di quei tempi dai cosiddetti partiti personalizzati, e che a mio giudizio non dovremmo stancarci di rammentare, così come il fatto che i due governi Craxi, in continuità tra loro, durarono oltre tre anni e mezzo, se non ho sbagliato i calcoli, ossia un periodo non breve (nonostante vigesse al tempo il sistema proporzionale che viene sovente dato come quello non ideale ai fini della “governabilità”).

    Paolo B. 05.10.2017

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