venerdì, 16 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

E commissione d’inchiesta su Tangentopoli sia
Pubblicato il 03-10-2017


Il Psi, con Enrico Buemi al Senato e Oreste Pastorelli alla Camera, ha depositato la proposta di legge per l’istituzione di una commissione d’inchiesta su Tangentopoli e i suoi effetti, anche a seguito delle clamorose dichiarazioni di Antonio Di Pietro, il magistrato milanese simbolo della stagione di Mani Pulite. Quest’ultimo ha speso queste parole, in un’intervista alla trasmissione “L’aria che tira”: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee”. E ancora: “Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sui concetto che erano tutti criminali”. Dunque Di Pietro ritiene la sua indagine un’iniziativa politica? Pensa che compito del Pool sia stato quello di perseguitare persone anche innocenti ritenendole a torto tutte criminali? Sostiene di avere fatto politica con la paura delle manette. Ma, visto che da politico non poteva ammanettare nessuno, ammette di avere svolto l’indagine seminando la paura delle manette. Cosa gravissima visto che non è previsto dal codice penale quello di indagare le persone minacciandole, ai fini di confessione, di metterle in gattabuia.

Sappiamo bene come venne condotta quell’indagine che risale ormai a 25 anni fa e che ha profondamente inciso sul sistema politico italiano, colpendo i gruppi dirigenti di alcuni partiti e lasciandone tranquilli altri. Sappiamo bene che la corruzione era un male endemico del Paese, ma oggi lo è ben di più, dopo la crociata di Mani Pulite. E che tutti i partiti politici italiani si finanziavano illegalmente. Ma poiché il Parlamento approvò la depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989 (non è causale la data che corrisponde alla fine del comunismo e del Pci) i magistrati si gettarono a peso morto sui finanziamenti che andavano dal 1989 al 1992, con rarissime escursioni sul passato più remoto perseguendo reati diversi. Sappiamo bene che l’indagine, che portò a suicidi, morti d’infarto, arresti arbitrari, condanne rapide e ad personam, poi assoluzioni nella maggior parte dei casi, si nutrì di appoggi del mondo dell’informazione e di settori industriali e finanziari complici, e si alimentò attraverso due gravi reati commessi dai magistrati: l’uso illegale del carcere preventivo, che è previsto solo per pericolo di fuga, reiterazione del reato, manomissione delle prove (carcere preventivo che i magistrati milanesi, come pare ammettere oggi Di Pietro, usavano come strumento per estorcere una confessione), oltre alla costante e altrettanto illegale violazione del segreto istruttorio.

Già in quegli anni il Psi propose l’istituzione di una commissione d’indagine parlamentare. Fu il solo partito che lanciò l’idea, peraltro assolutamente ragionevole, di un approfondimento da parte del Parlamento italiano, peraltro senza intralciare né condizionare l’azione dei magistrati, della vicenda che più ha segnato il corso della storia italiana degli ultimi decenni. Le altre forze politiche si misero, alcune, a balbettare, altre a contestare, in nome dell’autonomia della magistratura, che nessuno aveva messo in discussione, violando così, invece, il principio dell’autonomia del Parlamento dall’ordine giudiziario. Un atteggiamento invero dettato solo dalla paura e dalla completa subalternità della politica ai pubblici ministeri, che invece non avevano alcun problema a invadere, con dichiarazioni, interviste, convegni, veri e propri ultimatum, pressioni sul presidente della Repubblica, la sfera della politica.

La storia dell’Italia del dopoguerra è stata profondamente travisata dal pesante intervento dei magistrati. Lo stesso conflitto tra socialisti e comunisti ha finito per essere capovolto rispetto al bilancio della storia, dopo il crollo del muro di Berlino. Questo naturalmente anche a causa, bisogna riconoscerlo, degli errori del gruppo dirigente socialista. Resta il fatto che il Parlamento italiano, quel Parlamento che ha istituito commissioni di inchiesta su tutti i principali avvenimenti politici e anche giudiziari (dal caso Mattei, al caso Moro, al caso Etruria e ci vorrebbero migliaia di battute per citarle tutte) si è sempre rifiutato di istituire una commissione parlamentare sul caso dei casi, quello che ha messo sotto processo la politica e, per dirla con le parole di Antonio Di Pietro, ha travolto partiti storici partorendo “il dialetto di Bossi, la sgrammaticatura di Di Pietro, il tupè di Berlusconi”. Vedremo come e se reagiranno gli altri partiti. Saranno certo contrari i grillini e i leghisti, probabilmente favorevoli i berlusconiani. Ma la sinistra, voglio dire il Pd, Mdp, Sinistra italiana, Campo progressista? Vuoi che dopo tanti anni mantengano quell’ipocrita “non possumus”? Stento a crederci, ma non m’illudo.

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Commenti all'articolo
  1. Ben venga la Commissione d’’inchiesta parlamentare, che può dare il crisma della ufficialità a quanto sta via via emergendo su quegli anni, ma fa probabilmente bene il Direttore a non illudersi troppo perché io mi chiedo come possano convenirne – arrivando poi alle conclusioni che i socialisti legittimamente si aspettano – quelle forze le cui fortune politiche hanno beneficiato del “crollo” della Prima Repubblica, e la riprova può essere il fatto che il PSI “fu il solo partito che lanciò l’idea”, come scrive il Direttore.

    E’ vero che col tempo i “contesti” possono cambiare, tanto da far divenire oggi possibile ciò che ieri non lo era ancora, o non lo era affatto, ma anche se la Commissione parlamentare non dovesse andare in porto, gli elementi già usciti, o che stanno poco a poco affiorando, vanno a delineare qualcosa di ben diverso da quanto volevano far credere coloro che dei socialisti non sono mai stati amici, e spetta ora ai socialisti di farlo presente ogni qualvolta se ne presenti l’occasione.

    Paolo B. 05.10.2015

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