martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Emiliano descamisado
Pubblicato il 05-10-2017


Michele Emiliano si dichiara d’accordo con le rivendicazioni autonomistiche di Lombardia e Veneto, con le posizioni di Toti, Maroni e Zaia, con la richiesta, cioè, delle regioni più ricche del paese di disporre di maggiori risorse, riducendo il proprio contributo alle casse dello stato e di trattenere quote consistenti di quello che, nello spirito della Costituzione, è il denaro degli italiani. Lo fa dichiarando “inaccettabile che il Nord sostenga totalmente il Mezzogiorno”. Una giravolta spericolata tra la retorica sudista e neo-borbonica dell’estate e l’approdo neo-leghista dell’autunno, per un politico che si era autocandidato a ministro per il Mezzogiorno del governo Renzi.

Posizioni, peraltro, assolutamente destituite di fondamento. Non si pretende che Emiliano conosca il pensiero del grande meridionalismo pugliese dei Salvemini o dei De Viti De Marco: basterebbe si rileggesse “I nipotini di Lombroso”, del compianto Giovannino Russo per capire come, già negli anni ’90, il 70% delle risorse dello stato per il Mezzogiorno venissero gestite dalle imprese settentrionali; stessa percentuale di beni e servizi che il sud d’Italia ancora oggi importa dalle imprese settentrionali che, naturalmente, conferiscono al nord la massa fiscale.

Ma più del velleitarismo e della superficialità in termini economici, le spiegazioni del governatore pugliese si rivelano inaccettabili sul terreno politico.

Ormai siamo al peronismo “descamisado”, non più al populismo, termine che conserva una qualche dignità nella sua ascendenza storica. Il suo diventa di giorno in giorno, un presenzialismo sbracato che punta all’effetto mediatico per distogliere l’attenzione dalle gravi inefficienze nel governo reale della Puglia. Mentre tutto qui segna un declino spaventoso, dagli scriteriati piani di riordino ospedaliero, all’irresponsabile governo della xylella che ha messo in ginocchio l’agricoltura di mezza regione; dal fallimento delle politiche energetiche, al disastro ambientale, dalla crisi dell’occupazione, alla de-industrializzazione e al governo dell’immigrazione, il governatore occupa il suo tempo a saltare, ogni volta che può, sui palchetti no-tap, no-triv, no-vax e a cavalcare il movimentismo di sparute minoranze di irresponsabili, nell’illusione di costruirsi un profilo carismatico di capo-popolo, moneta spendibile sul mercato degli appuntamenti elettorali prossimi venturi.

Ma è proprio sicuro che il popolo vero di questa civilissima regione, e soprattutto quella parte che lo ha votato, la pensino come lui? Che lo segua in questo avventurismo alla ricerca di consensi ad ogni costo, in questa qualunquistica tendenza ad aggregare soggetti dalla indefinibile identità politica a suon di nomine negli enti pubblici?

La questione non è di poco conto, e investe ormai l’attendibilità della sua rappresentanza rispetto alla cultura e alla visione degli elettori del centro sinistra pugliese. Una questione prettamente politica e culturale che il PD farebbe bene a porsi, nella imminente tornata dei congressi provinciali in Puglia, guardando oltre l’angusto orizzonte dei circoli e delle tessere.

Donato Pellegrino
Segreteria regionale del PSI

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