mercoledì, 14 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Gaudium magnum: habemus Rosatellum
Pubblicato il 26-10-2017


In Italia registriamo due singolari anomalie. Partiamo dalla prima. Dal 1994, dall’inizio di quel che abbiamo definito abusivamente Seconda repubblica, l’opposizione ha sempre prevalso in ogni consultazione politica. Nel 1996, dopo il governo Berlusconi poi sostituito da quello Dini, ha vinto Prodi col suo Ulivo, soprattutto a causa della divisione tra Forza Italia e Lega. Nel 2001 ha vinto ancora Berlusconi, dopo la crisi del governo Prodi e le successioni di D’Alema e Amato. Nel 2006 ha rivinto (di pochissimo) Prodi con la sua scalcagnata Unione, ma nel 2008, dopo una nuova crisi dovuta al caso Mastella, alla dissociazione di qualche esponente di Rifondazione e al nuovo cambio di casacca di Dini, ha prevalso ancora Berlusconi (il solo ad avere vinto per tre volte le elezioni), ma dopo il caso del 2011 e la sua sostituzione con Monti, alle elezioni successive ha vinto d’un soffio alla Camera (grazie a un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale) un Patto per l’Italia di centro-sinistra senza maggioranza al Senato e subito scorporato.

Sempre ha prevalso l’opposizione, il centro-sinistra ha vinto sempre e solo d’un soffio e si è sempre diviso nelle due occasioni in cui ha prevalso, e nella terza (in cui ha sostanzialmente pareggiato) ha dovuto accettare un governo di più ampie intese, dividendosi al primo voto. La governabilità non è mai stata assicurata dalle elezioni e nessuna delle due leggi elettorali finora utilizzate (una prevalentemente maggioritaria e l’altra proporzionale, ma con un premio di maggioranza alla prima coalizione) ha saputo garantire uno svolgimento senza traumi, scissioni, transumanze, spesso successioni alla guida dei governi, delle legislature. Anche la legislatura più tranquilla, quella 2001-2006, ha conosciuto una crisi di governo, il caso Follini, a fine mandato la separazione dell’Udc, nonché la fondazione “forzata” del Pdl. Non c’è legge elettorale al mondo che possa assicurare la governabilità di legislatura. Nemmeno l’Italicum a doppio turno, che non avrebbe potuto evitare le scissioni postume di liste elettorali costruite solo per vincere.

La seconda anomalia tutta italiana è costituita dal fatto che i promotori di una legge elettorale perdono poi sistematicamente le elezioni. Fu così col Mattarellum voluto dalla sinistra per rispettare la volontà referendaria e che portò alla vittoria di Berlusconi nel 1994. E’ stato così col Porcellum voluto dal centro-destra e votato a maggioranza, che portò alla vittoria di Prodi. Potrebbe essere così anche col Rosatellum che, sondaggi alla mano, condurrebbe alla prevalenza del centro-destra, pur portando il nome del capogruppo del Pd. Dunque perché lacerarsi le vesti? Il Rosatellum, a mio giudizio, è assai meglio della legge, anzi delle leggi attuali. Lo dico anche ai grillini che si mostrano bendati e incazzati, che chiamano a raccolta il popolo, che insultano il Parlamento, che riscoprono la democraticità di Mussolini e anche (spero sia solo una battuta) l’esistenza non solo del benessere, ma anche del sesso, a Cinque stelle. Siamo passati dal Porcellum all’Italicum uno, al Consultellum al Senato e all’Italicum due alla Camera e oggi a una nuova legge elettorale. Fino a quando l’Italia non si darà una nuova veste istituzionale, rincorreremo nuove leggi elettorali come chimere, generalmente frutto di compromessi, magari con l’intento di avvantaggiare chi le propone ma spesso col risultato beffardo di favorire chi si oppone…

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Commenti all'articolo
  1. Io non so cosa intenda il Direttore quando scrive “Fino a quando l’Italia non si darà una nuova veste istituzionale…”, nel senso che mi chiedo se si riferisca ad esempio al Presidenzialismo, ma in materia di legge elettorale, se si voleva abbinare governabilità e rappresentanza, la riforma costituzionale sulla quale siamo stati chiamati ad esprimerci quasi un anno fa avrebbe potuto prevedere, quantomeno a mio avviso, il cosiddetto “premierato forte”, da unire ad un criterio di voto dove il candidato Premier potesse essere sostenuto da una o più liste eleggibili in maniera proporzionale e con le preferenze.

    Poteva essere evitata pure la soglia di sbarramento, o fissata comunque a livelli molto bassi, con la clausola che i consensi ricevuti dalla lista che non avesse raggiunto la soglia sarebbero rimasti all’interno della coalizione, così da non disperdere alcun voto, e in tal modo si consentiva all’elettore di scegliere il proprio partito e il proprio rappresentante, senza inficiare in alcun modo la governabilità che, unitamente alle cosiddette norme antiribaltone, faceva sostanzialmente capo al Premier, cui poteva essere riconosciuta la possibilità di “trascinare” con sé un certo numero di candidati, quale piccola quota maggioritaria, e al quale andava altresì riconosciuta la prerogativa di poter sciogliere le Camere.

    Nella sostanza, si trattava di riproporre a grandi linee il modello che aveva ispirato la riforma costituzionale del centro destra, come almeno io la ricordo, e che non superò il referendum del 2006, ma la “volontà politica” ha scelto oggi un’altra strada, e a questo punto mi sembra che si allontani nel tempo l’eventualità di “una nuova veste istituzionale”, e ci si debba confrontare con l’esistente, ossia una legge che mi sembra soddisfare il Direttore e diverse forze politiche, intese almeno nei loro vertici, e che paiono ora concentrate sul come disporsi, e con chi allearsi, per poter ottenere il miglior risultato elettorale (aspirazione più che legittima, ma speriamo di vedere presto anche i rispettivi programmi).

    Quando il Direttore dice “Il Rosatellum, a mio giudizio, è assai meglio della legge, anzi delle leggi attuali”, può anche trovare condivisione, ma non può nel contempo ignorarsi il malumore che sentiamo manifestare da più d’uno allorché si parla di politica, verso un meccanismo che non permette il voto disgiunto, e non prevede preferenze, da non pochi auspicate per stabilire, o ristabilire, un legame tra eletto ed elettore, quel legame che stimola fra l’altro la partecipazione al voto (chi manifesta un tale disagio si sente espropriato di un diritto e non sappiamo se e come esprimerà questo suo stato d’animo al momento del voto, salvo che per protesta non decida di disertare le urne).

    Paolo B. 28.10.2017

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