lunedì, 24 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Guevara cinquant’anni dopo: cosa resta del mito del Che
Pubblicato il 10-10-2017


Che-GuevaraEsattamente cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1967, Ernesto Guevara de la Serna, il mitico “Che”, veniva ucciso in Bolivia, nello sperduto villaggio di Higueras, dai rangers inviati dal dittatore Barrientos (ricordo bene “Il Tempo” del giorno dopo, con la storica foto del Che sul letto di morte). Che cosa dire, di nuovo, su un personaggio che, comunque, resta un mito della sinistra (apprezzato, peraltro, anche da certi settori della destra fortemente antiamericana)? Che – un po’ come, “mutatis mutandis”, per un altro personaggio di cui ricorre, quest’anno, l’anniversario “a tutto tondo” della morte, Antonio Gramsci – fatto salvo il rispetto per la figura morale dell’uomo (che in ambedue i casi, pur seguace d’ un’ ideologia intrinsecamente violenta ed esclusivista, almeno non si arricchì davvero con la politica, anzi ci rimise di persona), non può essere certo un punto di riferimento per il socialismo democratico e, più in generale, per qualsiasi forza di sinistra, anche di destra, autenticamente democratica e riformatrice.

A parte, infatti, gli eccidi di oppositori batistiani e semplici dissidenti avvenuti, in gran parte per diretto ordine di Guevara, d’intesa con Castro, nei primi giorni del dopo vittoria della Rivoluzione cubana, pochi ricordano, oggi, che la gestione guevariana dell’ economia del Paese, in quei primi anni 60, non fu certo brillante (per non dire quasi catastrofica…). Poi, non dimentichiamo che il Che (ma questo, all’epoca, era un limite della cultura politica di molti), per certe cose uomo decisamente all’antica, come l’amico Fidel era accesamente omofobo. Fu in quei primi anni ’60 che nacquero, a Cuba, le famigerate “Unità Territoriali di Riabilitazione” , sorta di “Gulag mobile” per la rieducazione dei perversi ( e borghesemente degenerati…, alla sovietica!) “Maricones”, cioè gay (almeno, Fidel, negli ultimi decenni, ha attenuato questa politica: sin al punto di partecipare, anche nella logica di Enrico IV di Francia, del “Parigi val bene una messa”, come giurato a un concorso di bellezza per trans .Il fenomeno del transessualismo, del resto, in America Latina ha profonde radici popolari ed etniche).

Ciò detto, il Che in Bolivia, nel ’66- ’67, fu vittima (un po’ come accaduto, 110 anni prima, a Carlo Pisacane: ma non voglio certo equiparare sbrigativamente i 2 personaggi, come a volte è stato fatto) sia di informazioni sbagliate sui reali umori del popolo boliviano, sia della sopravvalutazione , “leninista”, delle proprie forze. Mentre va riconosciuto che, se ogni Rivoluzione ha il suo Stalin e il suo Trockij (tanto cinico, spietato, “realpolitiko” il primo, quanto idealista, piu’ umano, e comunque anche lui fanatico, il secondo), il Trockij cubano è stato senz’altro il Che. Che, forse, Castro non ostacolò nella partenza da Cuba per quella folle avventura, appunto per liberarsi d’un pericoloso rivale. Molto probabilmente, Guevara s’ illuse, in quei mesi passati nelle foreste boliviane, di ripetere l’avventura della Sierra Maestra a Cuba: ma la situazione era molto diversa, Barrientos non era Fulgencio Batista, dittatore ormai allo stremo, screditato e scaricato dal “Grande fratello” americano. Quando l’unità speciale dell’esercito boliviano accerchiò il Che e i pochi compagni rimastigli, Gary Prado, l’allora 28nne comandante del gruppo ( ultimamente rintracciato e intervistato, ormai quasi 8onne: vedere in Internet) ebbe l’impressione di trovarsi di fronte quasi a un naufrago malridotto su in’isola deserta, i cui piano di prendere il controllo dell’intera Bolivia risultava a dir poco velleitario.

Restano i sigari del Che, i suoi brillanti reportages nei viaggi giovanili in motocicletta, la storica foto di lui al porto dell’ Avana, opera del fotografo Korda. E un pizzico di nostalgia, comunque, per il personaggio: che in un certo senso, un po’ come Pasolini, se fosse sopravvissuto, difficilmente avrebbe potuto vivere nel clima degli anni seguenti, specie nell’ America Latina, divenuta tutta una caserma di militari dittatori, degli anni ’70. Questo, anche se, è chiaro, contro le mostruose ingiustizie che proseguono nel Terzo mondo e anche nel nostro, un po’ di intransigenza e di coraggio guevaristi ( vedi il Comandante Marcos coi neozapatisti in Messico, ad esempio) non guasterebbero affatto. Applicati, è chiaro, a una politica di “riformismo forte”: che purtroppo, nell’ America Latina di oggi (continente che, comunque, resta davvero uno dei piu’ interessanti laboratori politici del pianeta) nessuno risulta in grado d’impersonare veramente.

Fabrizio Federici

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