mercoledì, 17 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il cemento di una nazione non può essere
solo l’economia
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 25-10-2017


di Ugo Intini

In Catalogna è in atto un secessionismo ideologico: “vogliamo l’indipendenza nazionale”. In Veneto un secessionismo pragmatico. Alla vigilia del referendum scrivevo che il suo spirito era: “siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei parassiti del Mezzogiorno”. E infatti, il giorno dopo la vittoria, Zaia è stato chiaro: ha chiesto di trattenere in Veneto i nove decimi delle imposte versate. Se avesse preteso i dieci decimi, ci troveremmo di fronte a una volontà di secessione totale. Ma Zaia è disponibile, per salvare la forma, a “dare a Cesare”, ovvero allo Stato centrale, qualche briciola: un decimo, appunto.

Il problema sono i soldi, come è naturale. Ma agli elettori non lo si è detto apertamente (anche perché altrimenti il referendum sarebbe stato dichiarato illegittimo). Sulla scheda referendaria si parlava soltanto vagamente di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Vinta la partita, Zaia ha potuto esplicitare finalmente quello che per la verità tutti sapevano e che rende impossibile (se questa continuerà ad essere la posizione del Veneto) un accordo con qualunque governo nazionale. Esattamente come non è possibile un accordo tra Puigdemont e Madrid. Su questo punto si deve essere precisi. Il Veneto vuole attribuirsi tutte le ulteriori competenze consentite dalla legge del 2001? Bene. Vuole trattenersi i fondi attualmente impiegati dello Stato centrale per svolgerle? Bene. Ma il trasferimento di competenze deve essere a somma zero. E su questo non si può transigere. Mentre alla somma zero Zaia neppure pensa (e per la verità neppure troppo alle competenze). Vuole i soldi che chiama (ma è tutto da dimostrare) “surplus fiscale”. E basta. Bisognerà negoziare con lui in modo serio e rispettoso degli elettori veneti, senza però dimenticarlo.

Il referendum apre la strada a uno scontro tra il Nord e lo Stato centrale ed è incredibile come di fronte a questa prospettiva gravissima il sistema politico ha affrontato la campagna elettorale: con un mix di furbizia, inettitudine e cinismo, senza contrastare frontalmente la spinta demagogica della Lega e senza spiegare con chiarezza la situazione agli elettori. Per furbizia, si è pensato di parlare del referendum il meno possibile, sperando di ridurre l’affluenza. Per inettitudine, non si è capito l’enorme impatto della vicenda. Per cinismo, si è cavalcata la protesta leghista, esattamente come si è fatto e si fa con quella di M5 quando si condivide la sua retorica anti politica.
Berlusconi è stato abile, saltando all’ultimo momento sul carro vincente. Ma, come ha osservato su queste colonne Biagio De Giovanni, gli altri sono stati desolanti. Il PD si è diviso ed è stato in parte per il sì, in parte per l’astensionismo, in parte silenzioso (a cominciare da Renzi al quale, per la verità, le parole normalmente non mancano). M5 si è dimostrato inconsistente. Salvini grida come è naturale al trionfo, ma è ineffabile. Dopo essersi trasformato da secessionista (come il padre fondatore Bossi) in nazionalista, sovranista e patriota (come i suoi alleati ex fascisti), adesso ritorna alle origini nordiste, tentando però un clamoroso imbroglio. Indica a tutte le regioni italiane e anche a quelle del Sud la strada del Veneto. Zaia si vuole tenere i nove decimi delle imposte? Persino i bambini capiscono che, se Veneto, Lombardia e le aree con cosiddetto “surplus fiscale” si tengono i soldi del surplus stesso, le regioni più povere perderanno una enorme quantità di denaro. Ma lui invita tutti a imitare Zaia, come se la retorica contro lo Stato nazionale, da Vicenza a Trapani, potesse moltiplicare il pane e pesci. L’imbroglio è clamoroso, ma potrebbe persino riuscire. In fondo, nelle elezioni politiche del 1994, Berlusconi si è alleato al Nord con i secessionisti della Lega; al Sud con gli ex fascisti e patrioti di Fini. E ha vinto.

Può dunque accadere di tutto, anche se per il momento due conseguenze sono certe. Nel già disastrato panorama politico italiano, si inserisce un nuovo elemento di divisione: ci mancava una grana “alla spagnola” e adesso ce l’abbiamo. Un partito come il PD con ambizione “nazionale” ne soffrirà più degli altri. Anche perché (seconda, più pratica e immediata conseguenza) mentre il suo governo preme al Senato per approvare la nuova legge elettorale con i collegi uninominali, diventa chiaro che di quei collegi uninominali, in Veneto, il partito di Renzi non ne conquisterà probabilmente neanche uno.

Nel generale trionfalismo leghista, viene sottovalutato il fatto che, se l’esultanza di Zaia è legittima, quella di Maroni appare forzata. Lasciamo da parte il ridicolo per il suo flop sul terreno “tecnologico”: con lo spoglio delle schede manuale in Veneto arrivato un giorno prima di quello elettronico in Lombardia. Il problema è il depotenziamento della richiesta lombarda di autonomia. Che non viene di suoi nemici politici. Ma, involontariamente, da Zaia stesso. Il governatore del Veneto sottolinea infatti che l’aver superato il 50 per cento dell’affluenza legittima le sue richieste (tale era, non a caso, la soglia da lui stesso disposta perché il referendum fosse valido). In questo modo, implicitamente, Zaia ci dice che il magro 38,3 per cento dell’affluenza in Lombardia delegittima le richieste di Maroni. Che non per caso infatti si vanno diversificando dalle sue. Perché affiorano le prime vistose crepe tra i due governatori, così come tra Veneto e Lombardia.
Quanto ai dati sull’affluenza, un’ultima osservazione appare inevitabile. Venezia è stata l’unica area della regione dove non si è raggiunto il 50 per cento e ci si è fermati al 44,9. A Milano i seggi erano deserti e infatti l‘affluenza è finita a un misero 26,4 per cento. Dovunque, le città hanno registrato una spinta leghista molto più debole della provincia. Anche Londra, a differenza del resto della Gran Bretagna, ha votato contro la Brexit. E tutto ciò non è casuale.

Curioso è anche, in Lombardia, il 3,9% di voti per il no (che riduce a meno di un terzo dei cittadini il consenso all’autonomismo di Maroni). Che senso aveva andare a votare per respingere la proposta autonomista, mentre il fronte del no puntava sull’astensione? Il quotidiano Libero titolava domenica a tutta pagina con un quasi intimidatorio: “chi non va a votare o è un ladro o una spia”. Forse qualcuno, in qualche paesino, ha preferito andare a votare per evitare la riprovazione degli amici al bar, esprimendosi poi silenziosamente per il no?
Certo, si parlerà a lungo di questo referendum e le riflessioni saranno molto più ampie. Si può cominciare con l’osservazione che da tempo è di moda la definizione di “azienda Italia”, dimenticando che una Nazione non ha come cemento soltanto l’economia. Si cancella o si relativizza la storia. Sì discredita l’autorità delle istituzioni, a cominciare dal Parlamento. Si considera “politica” quasi una parolaccia. Se poi, come è accaduto domenica, prevale la logica localista del “ciascuno per sé”, non c’è da stupirsi. Un’intera generazione è ormai cresciuta in questo contesto. E a proposito di generazioni, il problema delle radici perdute non è soltanto italiano. Al referendum in Scozia del 2014, ha vinto l’unità nazionale con il 55 per cento. Ma, se avessero votato soltanto i ragazzi dai 16 ai 17 anni, la secessione avrebbe trionfato con il 71 per cento.

L’inefficienza di molte regioni e soprattutto dello Stato centrale (per non parlare delle altre patologie nazionali) naturalmente ha avuto un peso decisivo nella spinta nordista. Insieme alla passività nel tollerare situazioni obsolete. L’autonomia speciale della regione siciliana, ad esempio, è stata decisa dai costituenti quando il banditismo e il separatismo costituivano un’emergenza nazionale. Il Trentino Alto Adige era rimasto all’Italia con fatica e infatti la forte presenza tedesca avrebbe provocato un insidioso terrorismo secessionista. Il generale de Gaulle voleva annettere la Valle d’Aosta alla Savoia francese. Oggi di tutto ciò non resta neppure il ricordo, ma le autonomie speciali resistono. E specialmente in Sicilia (dove i consiglieri regionali vengono chiamati “onorevoli”) danno luogo a sprechi clamorosi. Di fronte ai quali il Veneto può ben domandare una autonomia speciale “virtuosa”, a differenza di quella di Palermo.

Ugo Intini

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