mercoledì, 14 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il dibattito sul populismo come base della socialdemocrazia
Pubblicato il 24-10-2017


Chantal MouffeMicroMega n. 5/2007 ospita il testo di un “dialogo” svoltosi tra Chantal Mouffe, politologa belga, e Jean-Luc Mélenchon, politico francese e leader del movimento “La France-Insoumise” nelle ultime elezioni presidenziali del Paese transalpino. Il dialogo, svoltosi a Parigi nel 2016, aveva ad oggetto un confronto riguardo alle modalità di costruzione del popolo, inteso come base sociale di riferimento di una “sinistra” in grado di contribuire alla soluzione dei problemi politici, sociali ed economici posti dal mondo contemporaneo.
Considerato il diverso orientamento metodologico dei due “dialoganti”, è facile presagire il diverso modo in cui essi avrebbero articolano il discorso sulla ricerca della base sociale di riferimento, che – u questo i “due” concordano – la sinistra ha smarrito, per via del crescente affievolimento del significato implicito nella contrapposizione destra/sinistra. Le argomentazioni della Mouffe risultano più duttili, e perciò meglio adatte a comprendere alcuni fenomeni del mondo contemporaneo, che l’approccio, dogmatico e scolastico, di Mélenchon al tema del dialogo non riesce a cogliere.
La Mouffe, che ha lavorato con il filosofo argentino d’ispirazione marxista, Ernesto Laclau, nell’analisi del come una strategia socialista possa diventare egemone nella realizzazione di una “democrazia radicale”, dopo aver osservato che il popolo, in quanto dato empirico, non esiste, afferma che esso è, invece, una categoria politica; ovvero una categoria soggettiva, costruita attraverso un insieme di “pratiche” politiche. Per sapere cosa la categoria “popolo” esprima, occorre prima capire il processo politico attraverso il quale esso viene costruito; il che – afferma la Mouffe – dipende da come si concepisce la natura della politica, tenuto conto che esistono due modi fondamentali di concepirla: esistono infatti una concezione “associativa” e una dissociativa”. “La prima – afferma la politologa belga – è quella che vuole il politico come uno spazio di libertà, dell’agire condiviso, dell’incontro”. La seconda, invece, pur riguardando sempre l’agire insieme, si basa, a differenza dell’altra, sull’assunto “che ci siano sempre antagonismi e conflitti perché, laddove non ci fosse conflitto e antagonismo non ci sarebbe bisogno del ‘politico’”.
La Mouffe dichiara di condividere la concezione dissociativa circa la natura della politica; ciò perché la costruzione di un popolo ”è la costruzione di un’identità collettiva, di un ‘noi’ che richiede però la creazione di un ‘loro’”. La costruzione di un popolo che consenta di identificare la base sociale di riferimento di un partito di sinistra, perciò, implica sempre il riconoscimento che, da una parte, esista un’oligarchia che vuole dominare e, dall’altra parte, esista il popolo che vuole difendersi; la società è, quindi, necessariamente divisiva, nel senso che essa ha sempre un “carattere ‘partigiano’”.
La concezione divisiva della società, secondo la Mouffe, è il sale della democrazia, nel senso che questa non può esistere senza popolo, cioè senza l’azione di un attore che si identifichi in uno dei “poli” della contrapposizione sociale; consegue, perciò, che la democrazia non possa esistere senza la contrapposizione tra una parte di essa (l’oligarchia) che vuole dominare e l’altra parte (il popolo) che vuole difendersi. Inoltre, per la politologa, il popolo “non è necessariamente sempre costruito in maniera progressista”; ne è prova il fatto che, nei moderni sistemi sociali, si siano affermati movimenti populisti, i quali non sempre sono portatori di istanze di sinistra. Se si vuole comprendere la “questione del populismo”, ci si deve aprire anche alla sua accettazione, senza che la sua presenza sia considerata “una patologia o una perversione della democrazia”.
La democrazia è sempre caratterizzata dalla presenza di una dimensione populista e questa deve essere tenuta presente nella costruzione di un popolo di sinistra. Per comprendere perché il populismo è una dimensione ineliminabile della democrazia, a parere della Mouffe, è necessario tenere presente che, almeno nell’esperienza dei Paesi europei, il potere del popolo è una questione legittimante del regime politico democratico; conseguentemente, il populismo – afferma la politologa – “è un elemento assolutamente fondamentale per la democrazia”.
Il principio legittimante della democrazia, cioè il potere del popolo, “non esiste di per sé: si iscrive sempre all’interno di una certa tradizione”; la democrazia occidentale è fondata sul principio del liberalismo politico, “che ha a che fare – afferma Chantal Mouffe – con la sovranità del popolo e con l’idea dell’uguaglianza, da un lato, e con la tradizione liberale, lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa della libertà individuale, dall’altro. La nostra democrazia è l’articolazione di queste due tradizioni”.
Oggi la tensione tra queste due tradizioni (tra libertà e uguaglianza) è scomparsa, per via del fatto che l’avvento dell’ideologia neoliberista nel campo dell’economia è valso ad affievolire l’autentica tradizione liberale, sino a privare di senso il principio della sovranità popolare. E’ per questa ragione che, a parere della politologa belga, oggi si parla di “società postdemocratica”, in cui i valori della libertà e dell’uguaglianza “sono stati messi da parte”.
L’egemonia dell’ideologia neoliberista, a partire dalla fine degli anni Settanta si è radicata a due livelli: a livello politico, il radicamento è avvenuto attraverso l’accettazione e la condivisione dell’idea della cosiddetta “terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, fondata sull’assunto che nella società fosse venuta meno ogni forma di antagonismo. Con l’accettazione della prospettiva della “terza via”, la socialdemocrazia, a parere della Mouffe, ha cominciato a presentarsi come “centro-sinistra”, smarrendo il senso della sua originaria funzione sociale; confrontandosi con un centro-destra rispetto al quale era difficile cogliere sostanziali differenze, è stato inevitabile che le forze di sinistra e, in particolare quelle socialdemocratiche, giungessero a pensare, al pari delle forze di centro-destra, che non vi erano alternative alla globalizzazione d’ispirazione neoliberista.
Il venir meno di qualsiasi forma di reale antagonismo si è tradotto nella scomparsa di ogni possibilità di scelta per i cittadini, per la mancanza di significative differenze tra le proposte di centro-sinistra e quelle di centro-destra; in questo modo, è stata affievolita la sovranità popolare, sino al limite della sua soppressione, essendo stato il popolo chiamato a scegliere tra programmi che risultavano fondamentalmente uguali.
A livello economico, il radicamento dell’egemonia dell’ideologia neoliberista ha originato il “fenomeno dell’oligarchizzazione” del sistema sociale, per via del fatto che la finanziarizzazione del capitalismo globalizzato ha dato luogo “a una crescita esponenziale delle disuguaglianze”; in questo modo, la “postpolitica” ha impedito ai cittadini di avere voce, con la conseguenza di determinare da parte della politica lo smarrimento dell’idea di uguaglianza. In conseguenza di ciò, nei momenti più critici della crisi, della quale i Paesi europei continuano a subire gli effetti negativi, l’idea che i partiti socialdemocratici non avessero alternative, è valsa a legittimare l’intervento dello Stato, ma solo “per salvare le banche, accettando tutte le politiche di austerità della destra”.
Secondo la Mouffe, per contrastare la permanenza della postdemocrazia, occorre ridare voce al popolo, avvalendosi anche del ruolo e della funzione dei movimenti populisti; sfortunatamente, però, afferma la politologa belga, il movimento populista è inclusivo anche di istanze proprie della destra, la quale “occupa il terreno molto più di quella che potrebbe essere una risposta di sinistra”. Questa prevalenza, a parere della Mouffe, ha una sua specifica giustificazione nel fatto che, non esistendo discorsi alternativi d’ispirazione socialdemocratica, la componente populista di destra ha motivo, non solo di continuare a conservarsi, ma anche di risultare prevalente sulla componente di sinistra del movimento populista.
Inoltre, vi è anche un’altra ragione della persistente supremazia del populismo di destra; essa concerne il fatto che l’ideologia neoliberista e l’avvento della postdemocrazia hanno disarticolato i due valori fondativi della democrazia liberale, cioè il valore della sovranità popolare e quello dell’uguaglianza. La componente di destra del movimento populista, come la componente di sinistra, rivendica il ristabilimento della sovranità nazionale, ma disgiuntamente dal principio di uguaglianza; in altre parole, la prima rivendica la riacquisizione della sovranità popolare, ma lo fa nella prospettiva di riconquistare lo spazio della libertà perduta, disgiuntamente dalla pretesa di veder rispettato il principio di uguaglianza. Perciò, per riproporsi sulla base di un aggiornamento dei propri valori tradizionali, la socialdemocrazia dovrebbe impegnarsi a favorire la formazione di un movimento populista di sinistra avente come obiettivo la costruzione di “un ‘noi’ che non abbia come ‘loro’ gli immigrati ma le grandi forze della globalizzazione neoliberista”.
Sulla base di queste conclusioni, a parere della Mouffe, perde importanza la tradizionale contrapposizione destra/sinistra; essa ha rilievo solo nel marxismo ortodosso, mentre, in una visione socialdemocratica, l’idea prevalente non è che la sinistra debba rappresentare solo la classe operaia: l’esistenza di un popolo che sia la base sociale di riferimento di una democrazia radicale non implica la presenza di una specifica classe sociale, bensì la costruzione di una categoria sociale che risulti trasversale a una pluralità di classi o gruppi sociali, attraverso la formulazione di risposte a istanze provenienti “da diversi ambienti e che si cristallizzano in un ‘noi’”.
In conclusione, secondo la Mouffe, la socialdemocrazia può ancora rappresentare una valida opzione politica, solo aprendosi alle ragioni di un populismo di sinistra che radicalizzi la democrazia; ciò al fine di dare voce a un popolo che aspira a difendere i valori democratici di libertà e uguaglianza, differenziandosi così dalle posizioni di qualsiasi movimento di destra che, a volte, possono anche essere aperte ai valori della libertà, ma sono sempre chiuse a quelli dell’uguaglianza.
Dal canto suo, Jean-Luc Mélanchon, pur condividendo l’idea di popolo avanzata dalla Mouffe, fondata sulla definizione di un “noi” in contrapposizione di un “loro”, precisa che la “filosofia” da lui condivisa è quella del materialismo storico; filosofia, questa, che vuole che il popolo sia una realtà iscritta nel processo storico; e poiché la storia, nella prospettiva ideologica di Mélanchon, riguarda la lotta di classe per l’appropriazione della ricchezza, è proprio a partire da questo tipo di lotta che si produce la polarizzazione tra il “noi” e il “loro”, ovvero la contrapposizione tra coloro che possiedono i mezzi di produzione e coloro che sono in uno stato di subordinazione.
Secondo Mélanchon, il popolo nasce dal processo di massificazione di questi ultimi; ciò, tuttavia, non annulla la presenza del proletariato che, svolgendo un ruolo rivoluzionario (sia pure secondo modalità assai diverse da quelle della tradizione marxista, che si potrebbero definite costituzionali), svolge all’interno del popolo un ruolo che aiuta il popolo stesso a “prendere coscienza del ‘noi’”.
Il ruolo del proletariato, secondo Mélanchon, è quello di trasformare il popolo in un’entità politica, per indurlo, attraverso un “Assemblea costituente”, a porre in essere una strategia rivoluzionaria per rimuovere le catene con le quali il capitalismo globalizzato l’ha posto nella condizione di non definirsi politicamente. Perché il proletariato possa svolgere tale ruolo, occorre – conclude Mélanchon – ricostruire le radici di ciò che un tempo era la sinistra. Ma quale sinistra? Quella di Mélanchon sarebbe una sinistra assai poco sensibile nei confronti della libertà di pensiero e di scelta del popolo, considerato che all’acquisizione di tale consapevolezza politica dovrebbe provvedere il proletariato. Si tratta di una prospettiva estranea alla socialdemocrazia, la quale, nella sua lunga storia, ha sempre affermato l’idea che il popolo, per aspirare agli ideali di libertà e di uguaglianza, non debba affidarsi ad una classe di “illuminati”; si tratta di un’idea che la socialdemocrazia ha sempre aborrito, confortata in ciò dall’infausta esperienza vissuta da quei sistemi sociali che hanno inteso realizzare il paradiso in terra, attraverso l’ausilio di una classe sociale ritenuta dotata del privilegio d’essere portatrice, sola, dell’idea di progresso.

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