giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

“In arte Nino”, Luca Manfredi racconta il Charlie Chaplin di Ciociaria
Pubblicato il 03-10-2017


in_arte_nino_rai_1_2253569“Pe’ fa’ la vita meno amara, me so comprato ‘na chitara”, cantava Nino Manfredi. E questo ritornello ben racchiude la sua filosofia di vita. Di fronte ad ogni inconveniente avrebbe sorriso mestamente, coi suoi occhi spalancati dietro i grandi occhiali, accennato un gesto della mano e un’alzata di spalle e si sarebbe messo a cercare uno stornello, una melodia orecchiabile per sdrammatizzare. E ne avrebbe fatto l’emblema del suo genio creativo: uomo di teatro, approdato al cinema, da cui si fece tentare, rimanendo -però- sempre innamorato della sua vecchia passione primordiale per il teatro appunto. Un po’ come la seduzione del fascino femminile, che non disegnò, da cui fu spesso molte volte abbagliato -ma senza cadere nella superficialità di un rapporto futile- perché l’unica donna della sua vita sarà Erminia. Quest’uomo e questo artista così eclettico, creativo, dinamico, estroverso, irriverente, controverso, talentuoso e che amava improntare ci narra “In arte Nino”, film per la regia del figlio Luca Manfredi, che ci racconta un pezzo di vita di questo attore d’altri tempi; che forse solo Alberto Sordi è uno dei pochi ad eguagliare. Dal periodo del sanatorio, a partire dal 1942-1943, all’ingresso nell’Accademia di Arte drammatica, fino al successo nel 1958 a “Canzonissima”. 15 anni della sua esistenza, del suo viaggio dalla Ciociaria alla gloria di una fama intramontabile, perché seppe farsi apprezzare per la semplicità e la genuinità del suo approccio alle luci della ribalta. Ad interpretarlo è Elio Germano -che ha confessato di aver accettato solo perché a dirigerlo era il figlio Luca-; nel cast anche: Miriam Leone (nei panni di Erminia) e – tra gli altri – Stefano Fresi, Leo Gullotta e Giorgio Tirabassi.
A caratterizzarlo furono la passione per la comicità, le imitazioni, le donne, gli scherzi; e la musica. Quando al sanatorio morì un loro compagno e un altro disse di temere di essere lui il prossimo lui sdrammatizzò dicendo di non aver fretta e fece uno stornello appena l’altro rivelò di aver paura di morire. Era così, non poteva fare a meno di strappare e strapparsi un sorriso, anche amaro, in ogni situazione. Sempre e comunque: non riusciva mai ad essere serio e fare a meno di una battuta. Uomo di grande carattere e personalità, aveva soprattutto un temperamento forte che spiccava. Non amava farsi sottomettere, neppure dai datori di lavoro o da clienti maleducati e troppo esigenti. L’unico senso di inferiorità era verso il padre; per questo si sentì obbligato a laurearsi in giurisprudenza per farlo contento: un giorno gli disse persino “non sarò il figlio che volevi, ma la laurea l’ho presa” (‘per te’ sottinteso). Si improntò cameriere e persino autista per i tedeschi durante la guerra nel 1944. Lì conquistò con le sue imitazioni di Charlie Chaplin. E potremmo -a ragione- ben definirlo il Charlie Chaplin nostrano di Ciociaria. Non riusciva a stare lontano dal palcoscenico. La sua ironia sorprese tutti: fu la sua forza, perché è una cosa che o si possiede o non la si può conquistare. E lui puntava in alto, ad arrivare ad Amleto. Tenace, determinato, ostinato e testardo non si accontentava di un semplice avanspettacolo. Sotto la guida degli insegnamenti del maestro Costa e della sua arte mimica riuscì ad impressionare chiunque. Perché gli attori come lui “hanno il fuoco dentro”. Fu una sorta di Arlecchino, che più volte interpretò. Conobbe il significato dell’espressione “fare la gavetta”. Prima di approdare a Cinecittà, si sentì un fallito, deriso da tutti, una sorta di eroe romantico “squattrinato” perennemente con gli affitti arretrati, che per pagarli faceva serenate per 5mila lire. Ma fu così che arrivò la sua più grande fortuna e che conobbe Erminia Ferrari, ingannata dal suo futuro promesso sposo e fidanzato di allora che la derubò soltanto, ladro disonesto e scorretto interessato solamente al suo denaro. La scintilla nacque subito tra i due. Davanti a lei lo sbruffone che si pavoneggiava con sicurezza e alterigia diventava titubante, incerto, fragile, vulnerabile, docile; ma in realtà non lo fu mai uno sbruffone, era solo una maschera -come quelle dei suoi personaggi a teatro-. Fu lei l’unica donna della sua vita. Il film “In arte Nino” si conclude con il filmato d’epoca autentico e vero della sua esibizione a “Canzonissima” e si vede il padre che gli grida: “Bravo!”; fu questa la sua più grande vittoria. Non dimenticò mai da dove era venuto, neppure le donne con cui si era accompagnato per una notte, che per lui non furono comunque mai solo una semplice avventura di poco conto -ma se ne ricorderà sempre-.
Non è la prima volta che viene portata sullo schermo la biografia o monografia di un attore. Pensiamo a Modugno interpretato in “Volare” da Beppe Fiorello; oppure alla vita di Saverio Crispo in “Latin Lover”. E “In arte Nino” ha qualcosa di essi. Egli stesso può essere definito un latin lover, perché -in fondo, proprio come Saverio- è solo un attore preso ad esempio, uno dei tanti, uno qualunque, uno di noi. Una persona e un uomo comune. E se dovessimo scegliere una canzone per lui -che tanto amava la musica- a fare da colonna sonora alla sua vita, potremmo ben dire che potrebbe tranquillamente essere l’omonima “Latin lover” di Cesare Cremonini. Ma il differenziale di “In arte Nino” è che -innanzitutto- non viene narrata la sua vita integrale, ma una fase soltanto. E poi è il finale ad essere particolarmente interessante. Fu un artista diviso a metà tra cinema e teatro, ma fu conquistato dall’autenticità di quest’ultimo, dove non veniva doppiato e dove poteva lanciarsi nell’improvvisazione che tanto amava. Il suo talento gli permetterà di emergere in entrambi i settori, ma il film ben ci fa comprendere le diversità (di tempi, modalità, costi) tra i due ambiti -come poche volte avviene in tv-.
Infine –ci permettiamo una riflessione curiosa- potremmo dire: un nome, un destino. Il suo vero nome era Saturnino, ma per tutti era Nino -come ben noto-. Se l’aggettivo “saturnino” significa “propenso alla malinconia e alla fantasticheria”, questi furono due aspetti che connotarono in effetti il suo carattere. Ma non si può non ricollegare il nome al dio Saturno. Divinità romana di incerta origine, viene rappresentata con i compedes (lacci) di lana ai piedi; il che rimanda alla festività dei cosiddetti Saturnalia: un giorno di totale libertà per gli schiavi, che potevano persino banchettare insieme con i loro padroni, da cui venivano anche addirittura serviti. I Saturnalia, dunque, pertanto promossero e divennero simbolo di trasgressione dell’ordine vigente, e di una mancanza di regole liberatoria. Il fine ultimo è rigenerare il tempo sacro, richiamando -così- l’era aurea priva di conflitti e di differenze sociali, quando regnavano la prosperità e l’abbondanza e queste non erano frutto della fatica o della sofferenza. Saturno è poi il dio che ha insegnato agli uomini la tecnica dell’agricoltura e con essa la civiltà; per questo vengono accesi dei ceri durante i suoi riti, celebrati in occasione anche dell’apertura dei granai e della conseguente distribuzione del farro alla cittadinanza. Non a caso uno degli appellativi che gli venne dato fu Stercutus ovvero la divinità del concime: questo inteso anche come fertilità, ricchezza. Tanto che fu diretta conseguenza il fatto di venir considerato anche il fondatore di una comunità situata sul Mons Saturnus, prima che questi venisse indicato come Capitolium, così anche Roma fu indicata con il nome di Saturnia. Spesso viene accostato, ed identificato, con il dio greco Kronos, a causa delle festività Saturnalia collegate alle Kronia di Atene.
Chi meglio di Nino Manfredi promosse e insegnò la trasgressione, la libertà, la creatività e la lotta a ogni sopruso e costrizione? Il fatto che la sua figura e il suo esempio siano ancora attuali e moderni -senza retorica- lo dimostra il successo avuto dal film. Ha superato e battuto persino la concorrenza del “Grande Fratello Vip” su Canale 5, conquistando 5.595.000 di spettatori (pari al 23.4% di share). Del resto: chi non ha amato questo artista e le sue interpretazioni? Chi non ricorda le sue battute e scene? Conservando persino una memoria affettuosa -ad esempio- del suo personaggio simpatico in “Linda e il brigadiere” accanto a Claudia Koll.

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