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Opinioni e commenti
 

Iran, condannato a morte ricercatore per spionaggio
Pubblicato il 23-10-2017


ahmadreza_djalali_c_facebookAhmadreza Djalali, il ricercatore iraniano in carcere dal 25 aprile 2016 perché accusato di spionaggio, è stato condannato a morte. Lo riferisce oggi il quotidiano svedese “The Local”. Djalali ha lasciato l’Iran otto anni fa per proseguire in Europa la sua attività professionale. Tra il 2012 e il 2015 ha lavorato anche presso il Crimedim di Novara, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Poi si è trasferito a Stoccolma, dove è residente e vive con la famiglia, da dove collaborava ancora con il centro di ricerca italiano.

Il processo è iniziato alla fine dello scorso mese di agosto, dopo 16 mesi di detenzione e la ricusazione dell’avvocato di Djalali da parte del giudice. Il tribunale non ha impiegato molto per emettere un verdetto di colpevolezza.

Nei suoi confronti si è levata in questi mesi una vera e propria mobilitazione internazionale, che ha portato alla raccolta di oltre 220 mila firme in tutto il mondo. Amnesty International ha avviato un’azione urgente e i figli di 5 e 14 anni, che vivono in Svezia con la mamma, si sono rivolti anche a Papa Francesco. “Francesco aiuta il mio papà a tornare a casa, non lasciarlo morire in prigione…”, era stato il loro appello al Papa via Facebook. Appelli e mobilitazioni che ora dovranno moltiplicarsi per impedire che la condanna porti Djalali verso l’esecuzione.

Massimo Persotti

Leggi anche:
Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

Firma l’appello sul sito di Amnesty International

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Commenti all'articolo
  1. In attesa che il Congresso americano decida il da farsi in merito all’accordo sul nucleare siglato dall’amministrazione Obama e l’Iran, continuano le riflessioni sull’utilità dell’intesa stessa. Su Corriere 7, Rossella Tercatin intervista il politologo Pino Arlacchi e il demografo Sergio Della Pergola, che hanno opinioni contrapposte in merito. Per Arlacchi, “L’intesa è giusta, perché elimina il rischio che Teheran si doti di armi nucleari e riapre il dialogo con la parte riformista della leadership del Paese. Sul tema c’è molta disinformazione”. Secondo Della Pergola invece “il punto più problematico risiede nel fatto che i controlli per verificare lo stop al programma nucleare sono in pratica affidati agli iraniani stessi: gli ispettori entrano soltanto dove viene loro consentito, e potrebbero esistere laboratori segreti in cui l’arricchimento dell’uranio va avanti indisturbato. La domanda vera è se ci si possa fidare di Teheran: io penso di no”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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