mercoledì, 15 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Ius soli: gli errori della sinistra
Pubblicato il 17-10-2017


Ammettiamolo: la nuova legge sulla cittadinanza nota come Ius soli è impopolare. Perché? Semplice: gli italiani sono male informati. Ma c’è dell’altro: gli italiani hanno paura: l’immigrazione a getto continuo contribuisce al senso di spaesamento generato dalla globalizzazione galoppante. Che le cose stiano così lo dimostra il fatto che i sondaggi di qualche anno davano un esito diametralmente opposto: gli italiani erano per lo più favorevoli a concedere la cittadinanza, senza troppi paletti. Cos’è cambiato in così poco tempo? Gli sbarchi sulle nostre coste, i problemi di integrazione degli stranieri – alcuni reali, altri enfatizzati dalla grancassa dei mass media — ci hanno resi più vulnerabili, più insicuri.

Il cosmopolitismo un tempo era l’ideale di élite illuminate; oggi è visto da molti come una facciata dietro cui agirebbe la longa manus di potenze occulte, sovranazionali. Un disegno omologante, dettato da sordidi interessi, mira a snaturare la nostra identità nazionale. Di qui alla condanna del meticciato il passo è breve. E infatti i nostri connazionali più paranoici già la vedono – o, meglio, la evocano essi stessi – quella nube minacciosa all’orizzonte. La tempesta in arrivo è l’invasione dei neo barbari, che distruggeranno la nostra civiltà. Come i vandali e gli unni, per intenderci. Difficile non farsi condizionare dallo spirito dei tempi: l’islamofobia (i musulmani, ovvero il cavallo di Troia di una religione violenta, geneticamente prevaricatrice e oscurantista). Da più parti si sento lo stesso coro: gli stranieri sono troppo diversi da noi, non ce la faranno mai a diventare italiani. Saremo noi a dover cambiar, ci sottometteranno.

La paura, sentimento irrazionale, è pericolosa: suscita reazioni di autodifesa che degenerano facilmente in vampate di aggressività. E’ un conduttore di energia negativa. Lo è soprattutto in tempi di crisi, quando la gente pretende il capro espiatorio su cui scaricare le colpe delle proprie magagne. La paura, insomma, fa davvero novanta, e sfruttarla procura un bel guadagno. Illuso il politico che, in queste congiunture, pensa di far incetta di voti mediante discorsi pacati e raziocinanti. Purtroppo alle sue spalle spunta il demagogo-piromane di turno, che soffia sulla prima scintilla sperando di accendere un fuoco. L’obiettivo delle destre xenofobe è antico quanto il mondo: scatenare una guerra fra poveri. Italiani da una parte, stranieri dall’altra. Così si distoglie l’attenzione dai veri responsabili delle crisi: gli speculatori, i mercanti di armi, i finanziatori delle guerre, le multinazionali che sfruttano le risorse nei paesi in via di sviluppo, in combutta con le classi dirigenti locali corrotte fino al midollo.

La sinistra – cui sono affezionato, ma che spesso mi fa imbestialire – ha sottovalutato questo contesto agitato da torbide passionalità. E quindi ha commesso due errori clamorosi, che hanno avuto effetti deleteri sulla causa sacrosanta dello Ius soli. Anzitutto: in un momento di trapasso e di stravolgimenti epocali come quello attuale, è da folli presentarsi – sul tema dell’immigrazione – come il partito dei Buon Samaritani, per giunta intolleranti verso i dissenzienti. La sinistra vive di idealità, non può fare a meno di una visione morale; ma guai se si rivela incapace di governare società complesse. I problemi vanno studiati e risolti, concretamente. Se si scindono i due momenti, quello idealistico e quello pragmatico, la destra avrà gioco facile nello sparare a zero. La politica intesa come mera testimonianza di valori è il pane quotidiano di chi sceglie l’opposizione permanente.

Incuranti di ciò, vari politici e intellettuali della sinistra hanno rincorso l’Utopia come bambini a caccia di farfalle, riguadagnandosi l’antica nomea di idealisti “acchiappa nuvole” e di “buonisti” scriteriati. C’è una aggravante. Una mutazione genetica – così dice la destra – avrebbe trasformato gli idealisti di un tempo in “radical-chic cosmopoliti”. La nuova sinistra ha a cuore le sorti di una sola categoria di derelitti: gli stranieri, i diversi. I fascioleghisti invece, loro sì che ci tengono agli italiani poveri e disoccupati! Uno dei pochi dirigenti politici di sinistra ad aver capito l’andazzo è il Ministro degli Interni. Compresi i rischi dell’inazione (percepita, non reale: il Governo di cui fa parte ha gestito bene l’emergenza immigrati-rifugiati), Minniti ha agito con tempismo e concretezza. Gli è bastato poco per rintuzzare la propaganda martellante della destra xenofoba. Ma ecco che è ricomparsa la Sinistra Pura, quella dei buoni sentimenti, che ha preso a bacchettarlo come la Chiesa faceva con gli eretici. L’accoglienza dev’essere assoluta e incondizionata! Chi esce da questa linea è, ovviamente, un furbo o un traditore che strizza l’occhio alla destra.

La sinistra, autolesionista per vocazione, ama farsi trascinare con voluttà in campagne ideologiche dai toni supponenti. Inevitabile l’ennesima polarizzazione tossica: da un lato la fazione antifascista che esprime la cultura nobile della solidarietà, baluardo contro i razzisti mascherati; dall’altro il partito dei veri italiani e dei patrioti, che vigila sui connazionali colpevoli di alto tradimento per aver spalancato le porte agli invasori e ai profanatori della cristianità. Nessun dissenso, nessun dubbio è lecito. Né da una parte della barricata, né dall’altra. E, soprattutto, nessuna posizione intermedia. Così è prevalsa l’emotività. Ne hanno approfittato gli xenofobi per creare allarmismi e confusione. I nostri concittadini a quel punto hanno mescolato tutto: l’integrazione dei figli degli stranieri già “stanziali” in Italia da anni, i problemi della nuova immigrazione (i migranti economici), l’accoglienza momentanea dei profughi in fuga da guerre e dittature. Risultato: pochissimi hanno discusso pacatamente, e con cognizione di causa, il contenuto della legge sullo Ius soli.

Il secondo errore è dovuto alla superficialità: la comunicazione è stata disastrosa. Ius soli è espressione ingannevole: presta il fianco a strumentalizzazioni. E così infatti è stato: ho assistito (o partecipato) a varie discussioni surreali, anche sui social-media, in cui i miei interlocutori, accalorati, davano per scontato che il diritto di cittadinanza per il neonato straniero scatterà al suo primo vagito in Italia. Se fosse così si tratterebbe di uno Ius soli puro, che è quello vigente negli USA: là si acquista la cittadinanza automaticamente, alla nascita nel territorio nazionale. La proposta di legge è piuttosto uno Ius soli “temperato”, in quanto circoscritto da regole ben precise. Lo straniero nato (e tuttora residente) in Italia può diventare nostro concittadino solo se ha almeno un genitore che (a) abbia diritto a risiedere permanentemente (questo per i cittadini comunitari) o (b) sia provvisto del permesso di soggiorno di lungo periodo (per gli extra-comunitari). La seconda tipologia è quella che preoccupa molti: riguarda lo straniero o il diverso per eccellenza. Il punto è che per ottenere l’agognato permesso di lunga durata bisogna avere i seguenti requisiti: un reddito minimo; un alloggio dignitoso; una certa conoscenza della lingua italiana. Sono esclusi i criminali o chi mette in pericolo l’ordine pubblico – contrariamente a quanto sostiene la propaganda della destra xenofoba. Ne consegue che né i rifugiati né gli irregolari – né tantomeno i loro figli – sarebbero in alcun modo i beneficiari della nuova legge sullo Ius soli. In ogni caso la nostra cittadinanza si acquisterebbe solo dopo aver vissuto in Italia per cinque anni consecutivi

Il legislatore, tra l’altro, ha previsto anche una tipologia originale di “diritto alla cittadinanza” denominata Ius culturae: riguarda gli stranieri nati o immigrati in Italia entro l’età di dodici anni, purché abbiamo completato, nel nostro sistema di istruzione, un periodo formativo di almeno cinque anni. I vari cicli o corsi professionali vanno frequentati regolarmente, e le elementari bisogna finirle. Altrimenti non si matura alcun diritto. Lo Ius culturae agevolerebbe, anche a livello simbolico, l’integrazione di migliaia di bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, che giocano con i nostri figli e che parlano già con un’inflessione dialettale la nostra lingua! Fatto sta che la paura di una sanatoria generalizzata – basata su inesistenti automatismi – ha preso il sopravvento. Forse una legge chiamata Ius culturae anziché Ius soli avrebbe assottigliato i ranghi dei suoi potenziali avversari. Ma nessuno ha pensato a questo escamotage linguistico che avrebbe spostato il focus sul processo culturale di integrazione degli immigrati e dei loro figli. Figuriamoci, poi, se qualcuno, a sinistra, ha ragionato sulle strategie comunicative più efficaci. Eppure la comunicazione, oggi, è il centro nevralgico della politica. Non mi pare che gli italiani abbiano capito alcuni paradossi dello Ius sanguinis, che è il sistema vigente ora: un adulto nato e cresciuto all’estero che abbia almeno un nonno italiano diventa cittadino della nostra Repubblica più facilmente rispetto a un ragazzo nato e cresciuto in Italia da genitori stranieri. Eppure quell’adulto – spesso un “oriundo” – tende ad avere un legame culturale più debole con l’Italia (a meno che non parli italiano correntemente); mentre quel ragazzo tende a identificarsi più con la sua patria di adozione che non con quella, ormai distante, dei suoi genitori (oppure acquista una doppia identità). Intendiamoci: gli italiani all’estero sono una grande risorsa per noi: il mero possesso della cittadinanza italiana rinsalda un rapporto affettivo di antica data con la terra da cui loro o i loro genitori/nonni sono emigrati. Qui si tratta soltanto di far uscire dal limbo i neo-italiani, di origine straniera, che il rapporto affettivo con il Bel Paese lo costruiscono giorno per giorno.

Non lo si ripeterà mai abbastanza: nell’era della rivoluzione tecnologica, chi imposta male la comunicazione si getta in braccia al nemico col sorriso sulle labbra, come i polacchi che caricavano con la sciabola sguainata i panzer tedeschi. Eroi votati alla sconfitta. Si sapeva o no che gli italiani sono allergici alla lettura e agli approfondimenti? Si sapeva o no che solo nei vecchi partiti i cittadini approfondivano e discutevano le proposte di leggi? Si sapeva o no che sono scomparsi quei veri e propri mediatori culturali che erano i funzionari di partito e i sindacalisti? Si sapeva tutto questo, certo, ma non se ne è tenuto conto, e si è partiti lancia in resta. Se fossimo nella Prima Repubblica, ci sarebbe da scandalizzarsi. Oggi non c’è più da stupirsi di nulla. Che l’ebbrezza della velocità sia inversamente proporzionale al raziocinio (e alla cultura) è un fatto ampiamente accettato, addirittura celebrato come segno dei tempi nuovi. Le riforme o le proposte di legge vengono decise in fretta e furia, senza passare il vaglio di quelle interminabili discussioni fra dirigenti, funzionari, intellettuali, semplici iscritti che animavano i vecchi partiti. Discussioni che convincevano e, perché no?, galvanizzavano i militanti, una specie oramai in via di estinzione, i quali avrebbero poi difeso la linea ufficiale nei bar, nei luoghi di lavoro, fra gli amici. Le società sono liquide, no? Oggi c’è facebook, no? Che bisogno c’è allora di polverosi dibattiti? Modo di pensare sbagliatissimo: è proprio sui social-media che rischiamo di perdere. Quante sono le bufale e le fake news sugli immigrati scrocconi e delinquenti? Centinaia, ma la gente ci crede. La sinistra deve prenderne atto: viviamo nell’età della disinformazione. Kelly Born descrive alcuni aspetti di questa età (“Six Features of the Disinformation Age”, The Daily Star, 4 ottobre 2017). Eccone uno inquietante: un articolo del blasonato New York Times, postato su facebook, ha la stessa credibilità e autorevolezza di un intervento folle in un blog dedicato a teorie cospirative. Nel giudizio dei lettori online, infatti, conta molto di più la rete di amici che ha fatto circolare l’articolo o il post che non la fonte. Insomma: se sei un grillino, l’opinione di un tuo amico grillino vale più di quella di Umberto Eco.

Morale: chi fa rete, vince. O impariamo a smontare le fake news e a controbattere nella giungla della disinformazione con argomenti chiari e inoppugnabili oppure verremo sommersi. Ciò risulterà più facile se adottiamo una linea pragmatica, non ideologica. A quel punto, si spera, riusciremo ad appianare le divergenze nella nostra comunità politica o a presentarle come un punto di forza, di vitalità.

Edoardo Crisafulli

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Altri errori gravi:
    Non aver supportato le famiglie, la natalità e i giovani e dunque il ricambio generazionale. Su questo mi capita spesso di sentire fortissime preoccupazioni e l’idea che lo stato favorisca l’immigrazione per non affrontare i temi della famigliA è diffusa ma curiosamente i media non ne parlano. Pare vi siano delle pregiudiziali ideologiche, probabilmente connesse al ruolo delle donne, alle politiche di genere etc.

  2. Su questo argomento, indubbiamente delicato e complesso, c’è un punto di vista riportato sull’ultima pubblicazione di PSI-Componente Autonomista, ossia il Giornalino n. 238 del 22.10.2017, che a mio avviso vale la pena di leggere.

    Paolo B. 22.10.2017

Lascia un commento