mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

La Germania perno dell’Unione Europea
o potenza egemone?
Pubblicato il 31-10-2017


Germania-bandiera europa

Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, in “Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca”, attraverso due analisi condotte secondo prospettive diverse (prevalentemente culturale quella di Bolaffi, economica quella di Ciocca), spiegano cos’è la Germania di oggi. Dalla lettura del titolo del libro potrebbe sembrare che le due analisi siano tra loro complementari. Niente di tutto questo; si tratta in realtà dell’esposizione di cosa sia oggi la Germania secondo due punti di vista opposti, ma non perché siano il risultato di esposizioni condotte secondo prospettive diverse. Quella di Bolaffi è un’apologia dei risultati conseguiti dalla Germania dopo centocinquant’anni di storia travagliata; mentre l’esposizione di Ciocca, pur senza disconoscere i grandi risultati conseguiti, “inchioda” la Germania sulle proprie responsabilità, riguardo alle difficoltà che le scelte di politica economica di Berlino oppongono al completamento del disegno europeo; responsabilità, le cui origino sono riconducibili proprio ad alcuni aspetti delle cultura tedesca. che tanto entusiasmano Bolaffi.

bolaffi germania copertinaSecondo il germanista Bolaffi, la Germania “è stata la croce della storia moderna europea: Oggi, invece, grazie alla sua stabilità istituzionale, alla sua potenza economica e alla sua vivacità culturale, del Vecchio continente è non solo il core stability, il baricentro di stabilità geopolitico, ma anche il Paese leader”. Egli, a supporto di questo giudizio, sottolinea il fatto che, secondo molti analisti, la Germania, dopo essere stata la nazione che aveva tenuto col fiato sospeso l’intera Europa, sia diventata un Paese tra i più pacifici, democratici e non nazionalisti del mondo. Nonostante questa “metamorfosi”, sottolinea Bolaffi, “alcuni dei suoi vicini europei, prigionieri del loro vittimismo e del loro risentimento, faticano a prendere atto”, preferendo “l’illusoria certezza del pregiudizio anziché scoprire com’è la Germania oggi”.

Bolaffi si chiede se i vicini europei della Germania saranno mai capaci di superare il pregiudizio che li rende indisponibili a prendere atto che non è possibile continuare a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca; e si chiede anche se “il bisogno di futuro aiuterà i popoli d’Europa a rielaborare la memoria del passato con lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza” di cui, nell’immediato secondo dopoguerra, hanno dato prova i Padri fondatori dell’attuale Unione Europea.

Ciò che oggi s’impone, secondo il filosofo germanista, “è prendere atto che non solo non esiste un’Europa senza e contro la Germania, ma che solo attorno alla Germania è possibile (forse) costruire l’unione dell’Europa”; riconoscere ciò, a parere di Bolaffi, significa considerare come velleitarie le possibili e immaginifiche “alleanze mediterranee” in funzione antitedesca, respingendo a priori la convenienza di instaurare un rapporto tra centro e periferia, considerandoli come poli tra loro integrati e senza scale di valori che privilegino l’uno oppure l’altro.

La rimozione del pregiudizio antitedesco s’imporrebbe oggi, anche in considerazione del fatto che, a parere di Bolaffi, in Germania “la quasi totalità della classe dirigente (a differenza di quanto accade oggi in molti altri Paesi europei del Sud e in primo luogo purtroppo in Italia) sa benissimo di non avere un futuro senza e contro l’Europa”. Ciononostante, le vicende dell’euro e le scelte di politica economica inducono molti Paesi europei, in particolare quelli maggiormente in crisi, a rinvenire nella Germania “un comodo capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità dei propri fallimenti”, imputando al suo rigorismo monetario d’essere la causa degli esiti negativi patiti dai Paesi europei economicamente più deboli, seguiti allo scoppio della Grande Recessione.

Secondo Bolaffi, solo pochi sarebbero consapevoli che l’antikeynesismo di Wolfgang Schäuble, il “cane da guardia” del rigorismo monetario del governo tedesco, ha il suo riferimento teorico nella “scuola ordoliberale”, nata col prevalente contributo di autori tedeschi, divenuta “uno dei momenti più rilevanti della riflessione tedesca su cause e conseguenze della catastrofe degli anni Trenta”. Riguardo all’ordoliberismo, Bolaffi manca di sottolineare che esso, quando è stato formulato alla fine degli anni Trenta, aveva come principale obiettivo la critica del paleoliberismo originario “laissezfairista”.

La sua novità, come Bolaffi afferma, è consistita nel ritenere necessaria la “costruzione e la difesa di un ordinamento della concorrenza per impedire uno svuotamento dell’economia di mercato”, ma anche nel porre un valido presidio contro le dittature che stavano stravolgendo l’ordine politico delle democrazie europee. All’origine, perciò, l’ordoliberismo non si è tanto caratterizzato in termini di “contrasto” tra scuole economiche alternative, quanto in termini di “opposizione” a tutte quelle forze che, alterando le leggi del mercato, erano all’origine dell’instabilità della vita economica e delle conseguenti proteste sociali che legittimavano l’affermazione delle dittature.

Chi, invece, darà all’ordoliberismo una connotazione che è valsa a caratterizzarlo in termini di contrasto tra scuole economiche alternative sarà, dopo il secondo conflitto mondiale, Friedrich Hayek, per averlo tradotto, in seno alla Mont Pelerin Society, in un’ideologia che diverrà dominante alla fine dei “Gloriosi anni Trenta (1945-1975)”; è stata, infatti, l’ideologia neoliberista a ipotizzare e a radicare il convincimento dell’esistenza di un presunto contrasto tra la “scuola keynesiana”, che predicava l’assunzione di debiti “senza sapere come estinguerli” e la “scuola ordoliberista” in salsa neoliberista, che predicava la conservazione di un equilibrio sacrale tra entrate e uscite dei bilanci pubblici.

La Germania, divenuta potenza europea egemone sul piano economico, ha imposto il suo rigorismo monetario antikeynesiano agli altri Paesi europei, non curandosi delle conseguenze negative che in essi si sono avute, oltre che sul piano economico, su quello sociale. Così, conclude in sostanza Bolaffi, la Germania, “che si era illusa di ‘aver fatto pace con se stessa e col mondo’, si [è riscoperta] sul banco degli imputati, oggetto di perplessità, interrogativi e persino sospettata di aver voluto una moneta unica […] a sua immagine e somiglianza su ‘misura dell’interesse nazionale tedesco’ al fine di assicurarsi un cospicuo vantaggio finanziario o addirittura uno strumento di ricatto politico”. Questo sospetto è estraneo all’analisi di Bolaffi, ma non a quella di Ciocca, il quale dimostra che il pericolo che il resto d’Europa possa essere esposto al ricatto politico tedesco è intrinseco alla logica mercantilistica con cui la Germania, dopo la sua ricostruzione, ha incessantemente ispirato la propria politica economica.

Secondo Ciocca, il “neomercantilismo tedesco rischia di precipitare l’Unione Europea in una crisi senza precedenti, che potrebbe rivelarsi esiziale. La Germania non solo accetta, persegue abnormi surplus della bilancia dei pagamenti”; ciò è causa dentro e fuori della Germania di “fattori di costo, tensioni, spinte centrifughe che, drammatizzati da movimenti e partiti demagogici, populisti, nazionalisti, fascisti, fanno rischiare alla costruzione europea una vera implosione” e alla Germania stessa di sacrificare la propria crescita e il proprio benessere.

Alle radici della politica economica tedesca vi sono due ordini di fattori, che, sebbene siano indicati da Ciocca in termini di probabilità, inducono a sospettare che essi siano alla base della cultura politica ed economica della Germania: da un lato, “valori che rendono l’opinione pubblica disposta a sacrificare la crescita al rifiuto dell’inflazione e del debito”; dall’altro lato, “una scelta metaeconomica, geopolitica, delle classi dirigenti la quale lega una, da sempre anbita, primazia della Germania in Europa alla condizione creditoria della sua economia”.

Fra i maggiori Paesi dell’Occidente, la Germania “spicca per l’inaudita violenza dei traumi economici e ancor più sociali, umani, vissuti nella prima metà del Novecento, scanditi da due guerre mondiali”; entrambe perse dalla stessa Germania. La disfatta nella Grande guerra è stata subita per ragioni interne prima ancora che per ragioni militari; il primo dopoguerra è stato caratterizzato, oltre che dall’instabilità economica, dalla grave instabilità della Repubblica di Weimar, cui ha fatto seguito, dopo lo scoppio della Grande Depressione del 1929-1932, l’ascesa al potere di Hitler e il secondo conflitto mondiale; quest’ultimo contrassegnato da disastri militari ed economici, con un PIL che nel 1946 è risultato meno di un terzo di quello del 1938. Ricostruitasi dopo la guerra e riunificata nel 1990, la Germania – afferma Ciocca – è tornata ad affermarsi fra le più efficienti economie del globo, leader in Europa, “perno dell’area euro e dell’Unione Europea”.

Uno dei traumi che hanno colpito maggiormente la società tedesca, in conseguenza delle due guerre perse, è stato l’incubo del debito pubblico; nel 1014, tale debito superava di poco il 10% del PIL, ma nel 1918 è ammontato, a causa delle spese di guerra, al 129%, per arrivare al 240% dopo la terrificate sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale. L’incubo del debito pubblico maturato dopo il primo conflitto mondiale, così come è accaduto dopo il secondo, è stato aggravato da quello del debito estero; ciò, dopo il 1945, è avvenuto per via del fatto che la bilancia dei pagamenti di parte corrente della Germania è rimasta passiva fino al 1951.

Dal 1952 al 1960, però, ci informa Ciocca, i saldi di parte corrente della bilancia dei pagamenti sono sempre risultati attivi, per cui il Paese, da “debitore” è tornato ad essere “creditore netto del resto del mondo, qual era stato prima della guerra 1014-18. […] Dal 2002 gli attivi della bilancia di parte corrente sono stati continui. Alla fine del 2015 la posizione creditoria netta della Germania veniva ufficialmente stimata dalla Bundesbank in 1.476 miliardi di euro (49% del PIL”. Inoltre, oltre un terzo dell’avanzo commerciale tedesco è maturato nei confronti dei Paesi dell’eurozona e dal 2002 all’interno di quest’area monetaria le posizioni nette verso l’estero, in percentuale del PIL, si sono divaricate, nel senso che la Germania è divenuta sempre più creditrice rispetto alle altre economie, con l’eccezione della Francia, la quale, tuttavia, da una lieve posizione creditrice è passata anch’essa alla fine tra le economie debitrici.

Considerata la sua stabile posizione creditrice, viene spontaneo chiedersi, così come fa Ciocca, a cosa mira la Germania sul piano politico? Che cosa vorrà fare della sua grande superiorità economica in Europa? Sarà disposta a porre la sua superiorità al servizio di un’Europa coesa, ovvero la vorrà volgere “a una concreta, operativa, egemonia sui partner?”. Se la Germania persisterà nel privilegiare l’ideologia ordoliberista, per conservare in un equilibrio strutturale il proprio bilancio pubblico, continuando ad accumulare crediti sull’estero ed ignorando l’inadeguatezza della propria politica economica rispetto alla coesione dei Paesi europei, mancherà di riconoscere che la decadenza economica dei Paesi europei debitori è riconducibile alla sua cultura neomercantilista.

Sulla base di un tale comportamento – conclude Ciocca – sarà inevitabile che nei Paesi debitori europei permanga la propensione a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca.

Ciò andrebbe, non solo a svantaggio del compimento del progetto europeo, ma anche della stessa credibilità della Germania; il fatto di conservarsi creditrice nei confronti dei suoi partner, costituirebbe una parziale smentita che, dopo la catarsi avvenuta nella sua cultura politica, a seguito delle due dure sconfitte, la Germania sia diventata, come afferma apologeticamente Bolaffi, uno dei Paesi non nazionalisti del mondo.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Molto interessante, ho vissuto anni in Germania e sicuramente concordo con Bolaffi sulla apertura culturale tedesca, la preparazione delle classi dirigenti, l’organizzazione economica e culturale avanzata che primeggia in Europa. Se questo patrimonio culturale sia danneggiato dalla politica economica mercantilistica, non saprei, di fatto é pero’ misconosciuto in Europa, dove l’ignoranza fa riemergere vecchi fantasmi, solo perché non si conosce la Germania.
    L’egoismo economico é difficile da mutare in europeismo, gli stati nazionali sono forti, i meccanismi duri da cambiare. Il vero punto é la riluttanza della Germania ad assumere un ruolo guida in Europa, ma in vero dovrebbero essere gli altri Paesi a chiederglielo, anziché pensare a leghe del mediterraneo. Come sostengo da anni, occorre creare una cultura e lingua europea per superare i nazionalismi, altrimenti perdiamo tempo. leonardo

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