mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

La Lombardia
sulla via catalana
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 19-10-2017


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di Ugo Intini

Il referendum catalano era incostituzionale e devastante. Quello lombardo veneto del 22 ottobre è costituzionalissimo, legale, non chiede la secessione ma semplicemente una maggiore autonomia. Tutto bene dunque? Siamo sicuri che i capi i casi della Catalogna e della Lombardia non abbiano avuto e non avranno mai niente in comune? Qualche dubbio può venire, anche se il parallelismo è da tutti esorcizzato.
Quarant’anni fa, né a Barcellona, né a Milano si parlava di indipendentismo e nessuno avrebbe potuto neppure lontanamente immaginare un conflitto con lo Stato centrale. Anche se il dualismo Barcellona-Madrid e Milano-Roma ha radici antiche.

“Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei fascisti di Madrid”. “Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei parassiti del Mezzogiorno”. L’idea (si fa per dire) originaria degli indipendentisti catalani e della Lega è stata esattamente la stessa. Accompagnata dai calcoli indignati sul cosiddetto “surplus” costituito dal denaro versato allo Stato ma non restituito alle comunità locali (o direttamente o attraverso i servizi forniti dal governo nazionale). In Lombardia Maroni propaganda un surplus di 54 miliardi all’anno. Ma non si capisce come faccia i conti (che in effetti sono impossibili). L’Expo o la linea ferroviaria ad alta velocità, per esempio, a chi hanno giovato se non a Milano? E chi li ha pagati se non lo Stato centrale?

Si è cominciato con il portafoglio, poi si è arrivati ai simboli e ai miti. A Barcellona, la Estelada (la bandiera con le stelle) e Els Segadors (l’inno nazionale). In Lombardia, le bandiere e camice verdi, i celti, il culto della Padania, l’ampolla di acqua del Po e Pontida.

La lingua è sempre stata per i nascenti nazionalismi localisti parte essenziale della narrazione. A Milano ci si è limitati alle insegne stradali in lombardo e in italiano. A Barcellona si è partiti così. Sino a fare del catalano (che per la verità assomiglia a un simpatico dialetto ligure- piemontese) la prima lingua di insegnamento nelle scuole dell’obbligo. E sino al grottesco. Come quando, dopo la strage sulla Rambla, duecento giornalisti di tutto il mondo si sono sentiti tenere la conferenza stampa in catalano. La Vanguardia, il secondo quotidiano del Paese e il primo di Barcellona, d’altronde, ha due edizioni identiche: una in catalano e una in spagnolo.

Leader politici furbi e spregiudicati hanno alimentato e cavalcato l’ostilità allo Stato centrale sia a Barcellona che a Milano. In entrambi le città si sono trovati nei guai con la giustizia e in entrambe si sono dichiarati perseguitati dalla magistratura nemica del popolo. Il padre padrone dell’indipendentismo catalano Jordi Pujol, per decenni presidente della Regione, ha collezionato (lui e la sua famiglia) processi e condanne perché accusato di aver fatto sparire all’estero centinaia di milioni di euro accumulati in nero. Bossi e la Lega, al confronto, sono stati processati per noccioline (oltre a qualche piccolo diamante). Ma la reazione è stata la stessa. Pujol si definisce una vittima politica e il governo centrale insinua che l’accelerazione verso l’indipendentismo a Barcellona nasca anche dal tentativo di sfuggire alla giustizia nazionale, creando una magistratura dipendente dal potere politico catalano. E infatti Umberto Bossi, motivando le sue lotte per l’indipendenza della Lombardia, ha dichiarato. “L’indipendenza ti permette di avere tutti i poteri, anche quello giudiziario: essenziale quando come è successo a me e alla Lega la giustizia ti perseguita per farti sparire”.

Il separatismo lanciato da Bossi a Pontida ormai decenni fa ha fortunatamente avuto sviluppi ben diversi da quelli catalani. Lui e Maroni hanno preferito anziché lottare contro il governo nazionale diventarne comodamente ministri all’ombra di Berlusconi. Salvini, il rottamatore di Bossi, ha preferito abbandonare la bandiera verde separatista per abbracciare il tricolore insieme agli ex fascisti della Meloni. Pensando che si potesse cambiare in corsa (e vantaggiosamente) i nemici da additare al popolo: Bruxelles al posto di Roma ladrona, gli immigrati al posto dei “terroni”.
Meglio così. Ma attenzione. La Lega può ritornare alle origini. Oppure, dopo Grillo, un nuovo clown può trasformarsi in capo popolo riprendendo la bandiera del separatismo, potenzialmente molto più pericolosa in un Paese che (ipotesi non irrealistica) dovesse ritrovarsi nella ingovernabilità e nella crisi economica.

D’altronde, la bandiera verde è stata accantonata, non ammainata definitivamente. Ancora Bossi, pochi giorni fa, in una intervista al Corriere della Sera sul referendum del 22 ottobre, dichiarava infatti. “Se ho cambiato idea sull’indipendenza e sostengo in ogni modo questo referendum per l’autonomia è perché il primo processo prevederebbe tempi troppo lunghi. E noi non li abbiamo”. Solo una questione di opportunità e di tempi, dunque: non la rinuncia all’ideale separatista. D’altronde, basta un’occhiata ai titoli sulla Catalogna dei quotidiani filo leghisti del Nord per vedere dove batte il cuore.
Tra i commentatori, per il momento prevale la lettura tattica del referendum lombardo veneto. Che è in effetti uno spot elettorale per la Lega a spese della collettività e forse anche un abile tentativo di Maroni per mettere in difficoltà Salvini: sottolineando la contraddizione tra Nordismo e nazionalismo “sovranista” (e ponendo un cuneo tra lui e la Meloni).

La strumentalità nella tempistica del referendum è confermata dall’esperienza più recente. Si osserva infatti che Maroni è stato ministro dell’Interno per anni, sorretto da una larga maggioranza parlamentare esattamente uguale a quello della Regione Lombardia. Il ministro competente era lui, il presidente della Regione Lombarda era il suo amico e alleato Formigoni. Perché mai non hanno fatto insieme ciò che era in quel momento facilissimo ( ovvero un bell’accordo Stato- Regione che aumentasse i poteri autonomi della Lombardia, esattamente come si chiede adesso con il referendum)? Tutto vero. Siamo nelle furbizia di bottega e nella tattica politichese. Non nella devastante situazione catalana. Ma anche a Barcellona si è cominciato così. Poi i furbi hanno perso il controllo o sono stati sostituiti dei fanatici. Come avviene spesso, magari a distanza di anni, quando per piccoli giochi di potere gli aspiranti capi popolo accendono le passioni e evocano fantasmi.

Ugo Intini

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