domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

“La musica del silenzio” di Radford: la vita di Andrea Bocelli in film
Pubblicato il 05-10-2017


la musica del silenzioUn film sulla vita di un’artista ancora vivo. Cosa inedita, ma ancor più rara se se ne intravede il motivo per cui farlo. Stiamo – innanzitutto, per caprici – parlando de “La musica del silenzio”, per la regia di Michael Radford. Come noto ormai a tutti -poiché molta popolarità ed interesse ha subito sollevato sin dall’inizio- parla della vita di Andrea Bocelli, ma in modo originale. In primis per la scelta -da parte del cantante stesso- di optare per il nome proprio del suo alter ego e protagonista non di Andrea Bocelli, bensì Amos Bardi. Poi per la spiegazione alla base della decisione di girare un film del genere, una biografia così “atipica” per certi versi. È lo stesso tenore a esplicitarlo nel finale: perché “ogni vita è un’opera d’arte e merita di essere vissuta. Ognuna ci parla d’amore, che è il motore di tutto. Il caso non esiste. L’importante è vivere con fiducia e non perderla mai”. Un insegnamento che gli è venuto dalla moglie Elena (interpretata da Nadir Caselli), un messaggio di speranza, molto positiva che infonde ottimismo. Fu lei a dirgli: “dopo la tempesta torna sempre il sole Abbi fiducia. Abbiamo avuto tutti periodi difficili”. E solo lui sa quanto sia vero. Se gli altri (amici, coetanei, altri ragazzi con i loro sogni in cerca di un futuro) dovettero superare molti ostacoli, per lui si trattò di montagne da oltrepassare. Dovette essere sempre molto superiore, in ogni circostanza: nei concorsi, a scuola, all’università, ovunque. Attratto sin da piccolo dalla lirica, sognerà presto di fare il cantante d’opera. Ma, afflitto da una grave forma di glaucoma congenito bilaterale, perderà presto la vista da piccolo. Costretto ad imparare il Braille -malvolentieri- la vita lo priverà per un periodo -durante la crescita- anche della voce. Fu per lui una tragedia in quanto considerava quest’ultima “la cosa più importante della sua vita”. Ma non demorderà mai. Tanto che, da pianista di pianobar, arriverà a sostituire Pavarotti, a duettare con Zucchero (in “Miserere” nel 1993), a Sanremo, ad incontrare personalità del calibro di: Clinton, Obama, Papa Francesco e la regina Elisabetta d’Inghilterra. Non rinuncerà mai al suo sogno neppure quando tutti dicevano che mancava di originalità, che la sua musica non aveva colore, che era un musicista fallito, che non aveva il minimo talento, che non avrebbe mai potuto cantare a Sanremo perché non vedeva l’orchestra e la scenografia e non sarebbe riuscito a seguire. Sarà lo zio (alias Ennio Fantastichini) a supportarlo, sostenerlo e difenderlo, incoraggiandolo sempre; consapevole che lui era in grado di sentire e vedere qualcosa di più profondo. Come il piccolo Amos nel film dirà alla madre (interpretata da Luisa Ranieri): “vedo quello che voglio vedere. Ti vedo mamma perché so che ci sei”. Oppure -come spiegherà a Elena-: “sento quando ti mordi le labbra o quando muovi le palpebre”.
Si tratta della cosiddetta “musica del silenzio” che dà il titolo al film. L’opera di Radford vuole insegnare proprio questo: a dare il giusto peso a tutte quelle minime sensazioni impercettibili, concentrandosi sulle emozioni senza distrazioni, con profondità, concentrandosi su se stessi e nella scoperta del nostro vero “io”. Inevitabile il rimando alla similare canzone di Mina “La voce del silenzio”. Il rumore sonoro di ciò che è silenzioso, la potenza istruttiva del silenzio scoperta in solitudine e in assorta meditazione. Come gli insegnerà il suo Maestro (interpretato da Antonio Banderas), per essere un grande artista occorre tanto sacrificio. Uno stile di vita rigido, tanto esercizio quotidiano della voce e allenamento. Vuol dire fare della musica l’unica propria ragione di vita. E questa sarà la scelta di Amos (come di Andrea Bocelli). Ma non basta. A fare la differenza tra un talento puro e un artista dotato è il silenzio. “Il silenzio – gli spiegherà il Maestro – è la più importante delle discipline. Non parlare anche se hai cose interessanti da dire. La musica del silenzio ti farà da guida nel percorso di scoperta interiore e quello che scoprirai lo esprimerai solo attraverso la perfezione del canto. Devi sentire, prima di ogni esibizione, il rumore di ogni tuo muscolo”. Imparare ad ascoltare – non solo a sentire – diremmo oggi. A percepire ogni battito del nostro cuore per lasciarlo esplodere nel canto ad esprimere ciò che proviamo: quello sarà il più grande successo. E porterà a emozionare, commuovere, farà venire i brividi e da piangere a chi ci ascolterà. Altrimenti sarà semplicemente bella musica. Sottigliezza che pochi hanno affrontato. Un tema che viene affrontato con serietà e delicatezza. Amos/Bocelli lo sentirà molto: “spesso parlando si dicono sciocchezze. La disciplina del silenzio mi aiuta col canto, ma soprattutto nello spirito”, confesserà alla moglie Elena. Nel cast di questo film anche Francesco Salvi. È una battuta a farci comprendere la personalità di quest’uomo il cui impegno alacre fu immenso, ma sempre umile, dall’atteggiamento mesto, che si sminuiva e rassicurava, che non amava pavoneggiarsi perché cantava per la passione e il piacere di farlo. Per lui essere un lirico non era un passatempo o una distrazione, ma una necessità per sentirsi realizzato, sereno, riappacificato con la vita che tanto gli aveva tolto. Libero. “È meglio essere liberi che in prigione” -diceva-. Poi subito si corresse con Elena -appena conosciuta- quasi per la vergogna: “a volte dico cose sciocche”; “no, sei divertente” -gli rispose la giovane-. La semplicità della profondità di un animo (anzi di due anime) sensibile. Un grosso insegnamento di vita.
Il film ha la voce narrante fuori campo di Andrea Bocelli nei momenti in cui vuole sottolineare le lezioni morali; e si conclude con filmati veri storici della sua esistenza e degli eventi più importanti che hanno segnato la sua vita e carriera. Ma la peculiarità è un’altra. Nel nome attribuito e scelto per il protagonista, Amos Bardi, vi sono individuabili due connotati caratteristici. Bardi richiama Baldi: il cognome (con la ‘l’ invece che con la ‘r’) di Aleandro Baldi, altro artista straordinario non-vedente noto per il successo che portò a Sanremo con Francesca Alotta “Non amarmi”. Poi Amos è un nome molto significativo, non è casuale. Andrea Bocelli lo ha scelto perché “sa di democrazia”. Come dargli torto? È molto pregnante di senso: è stato uno dei profeti minori di Israele, le cui profezie sono riportate nell’omonimo libro biblico. Il suo nome in ebraico significa “Yahweh solleva”/”Yahweh porta”. Nato in un villaggio non lontano da Betlemme, visse la sua missione al tempo di Geroboamo II (783/82-753 a.C.) nell’VIII secolo a.C. Profeta e scrittore ebbe il merito teologico di ammonire e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità, in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. Un po’ come l’esempio di Amos nel film serve a denunciare la corruzione (e la depravazione) morale e sociale di un’epoca in cui i valori e principi più importanti si sono persi e l’altruismo, la solidarietà sono difficili da trovare. Piuttosto la società è caratterizzata da ingiustizia sociale e dal giudizio superficiale di chi critica senza provare a capire, il merito non regna. I limiti e i difetti di chi lo ostacolò, non lo sostenne, lo allontanò, lo emarginò, di chi non credette in lui. Anche in un luogo di istruzione come la scuola; al liceo, quando chiese che gli potessero leggere la versione che lui l’avrebbe tradotta gli dissero che “la futura classe dirigente non può vantarsi dell’aiuto di altri”. Nulla di più sbagliato e lui lo dimostrerà loro. A tutti. Con la forza del suo coraggio, della sua determinazione e della sua ostinazione, che fu chiaro che aveva sin da piccolo a chiunque.

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