martedì, 17 luglio 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

L’anno accademico della Scuola Normale di Pisa
e l’antifascismo
Pubblicato il 19-10-2017


University building on Piazza dei Cavalieri in Pisa, Tuscany, Italy

Sul «Corriere della Sera» (18 ottobre 2017, p. 40) Pier Luigi Vercesi dedica un articolo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, la quale nei giorni 18 e 19 di questo mese inaugura l’apertura dell’anno accademico. Il titolo reboante – L’antifascismo e il merito. Alfabeto di un’istituzione – non corrisponde alla sostanza dell’articolo, che trae pari pari notizie da Wikipedia e da un saggio di Andrea Mariuzzo su «La Scuola Normale di Pisa negli anni Trenta» (2016).

L’incipit riprende un giudizio di Benito Mussolini sulla Scuola Normale come «un nido di vipere», considerata non un’istituzione «d’indipendenza intellettuale», ma un centro di «malessere ideologico» tollerato solo per il sostegno d’intellettuali come Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe e Giuseppe Bottai. Il giudizio, riportato nei Taccuini mussoliniani (il Mulino, Bologna 1990, p. 405), è molto più articolato, come si ricava da quello successivo in cui il duce – non intimorito dall’attività politica della Scuola Normale – la definisce una «locanda i cui dozzinanti pensano di considerare cultura minore quella della rivoluzione, senza la quale quei piccoli chierici non esisterebbero» (p. 444).

Nel prosieguo dell’articolo l’autore riprende da Wikipedia alcune note cronachistiche sulla fondazione della Scuola (18 ottobre 1810), sulla crisi didattica e sul significato che essa assume nel periodo successivo all’Unità d’Italia fino all’ascesa al potere di Mussolini. Nulla viene detto sull’antifascismo degli oppositori al regime mussoliniano, che si sviluppa nel corpo studentesco grazie all’attività di Vittorio Enzo Alfieri, di Armando Sedda e di Umberto Segre. L’arresto dei tre normalisti, avvenuto il 23 aprile 1928, è emblematico per comprendere lo scenario culturale dell’istituzione pisana. Il 2 maggio di quell’anno il Consiglio direttivo condannò i tre allievi «sospettati di mene contrarie al regime» e riaffermò «la propria fede, e la propria disciplina alle direttive del Governo nazionale».

L’avversione al regime di Mussolini – come ricordò più volte Aldo Capitini – nacque proprio come contrasto alle sue scelte politiche e al progetto culturale di Giovanni Gentile, nominato commissario della Normale nel 1928. Egli, che tre anni prima ne aveva pubblicato la storia dal decreto napoleonico alle riforme del periodo unitario, rilanciò l’istituzione pisana con il famoso discorso del 1932, con cui affermò il suo carattere elitario «a base ugualitaria», senza distinzione di censo e di provenienza regionale. Il discorso, pronunciato durante l’inaugurazione dei nuovi locali, è invece ricondotto «al proposito originario di selezionare un cenacolo intellettuale, “né di ricchi, né di poveri: tutti uguali, perché tutti liberi da cause materiali”»: un giudizio vago espresso da Gentile che impone e nasconde un’adesione alle direttive del duce, che non partecipò all’inaugurazione per la scarsa considerazione rivolta ai normalisti, avvezzi a «covare ostilità nell’ombra e tramutantisi, alla luce del sole, in genuflessioni al fascismo (Y. De Begnac, op. cit., p. 444».

Da questo cedimento al regime si sottraggono Claudio Baglietto e Aldo Capitini, entrambi animati da un forte fervore antimilitarista e pacifista. Il rifiuto del Concordato e la critica alla Chiesa per la mancata denuncia dell’autoritarismo fascista convinse Baglietto a recarsi nel 1932 in Germania con la scusa di seguire i corsi di Heidegger. La scelta del giovane, quella di sottrarsi al clima bellicista del fascismo, destò vive preoccupazioni nella direzione della Normale: Gentile considerò Baglietto uno «sciagurato» che «parla di religione», senza aver compreso la filosofia intesa «come rinnovamento morale» del fascismo. In realtà Baglietto, «il primo obiettore di coscienza» della storia d’Italia, condannò il servizio militare, foriero di nuove guerre per opera di un regime che esaltava le virtù guerriere e conclamava il bellicismo di Stato.

La visione pacifista di Baglietto influenzò la personalità di Capitini, che – pur essendo segretario-economo della Scuola Normale – si oppose all’iscrizione obbligatoria al Partito nazional fascista (Pnf), imposto nel 1931 ai docenti e poi esteso a tutto il personale universitario. Il rifiuto dell’intellettuale umbro fu dettato dal suo dissenso verso la politica mussoliniana, le cui ragioni morali vennero ricondotte alla violenza intrinseca dell’ideologia fascista e all’assenza di uno spirito religioso come «educazione all’amore» e alla convivenza civile.

Nel discorso inaugurale pronunciato il 6 novembre 1933, Gentile considerò le posizioni antifasciste di Baglietto e Capitini come «le conversioni degli spiriti scapestrasti, le quali, perciò, più danno nell’occhio e colpiscono le fantasie». Contro i normalisti avversari del regime, il filosofo siciliano indicò l’esempio di Dante e di altri insigni scrittori come Tommaso d’Aquino, Manzoni, Rosmini e Lambruschini, che avevano vissuto la religiosità come immanenza del divino nell’uomo, senza cedere nel misticismo cattolico. Eppure anche nelle file dell’intellettualità della Scuola Normale furono presenti giovani cattolici come Vittore Branca, Giovanni Getto, Arsenio Frugoni, Landolino Giuliano e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo si fece portatore delle tensioni vissute dal cattolicesimo organizzato di fronte al regime mussoliniano, che nei primi anni Trenta celebrava i suoi trionfi africani con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero italiano (9 maggio 1936). A differenza del quadro generale presentato da Vercesi, che considera la Scuola Normale come un’istituzione esemplare durante il regime fascista, essa fu succube di stridenti contraddizioni, che si aggravarono con la «furia contro riformatrice del Ministro De Vecchi di Val Cismon», come si legge nel discorso pubblicato proprio quell’anno da Giovanni Gentile su «La nostra Università e il problema dei giovani». Come direttore della Normale egli avviò iniziative celebrative come le edizioni nazionali delle opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, ma fu consapevole dei suoi limiti e della sua incapacità ad avviare in Italia la ricerca scientifica. Dalla sua intensa attività, inficiata da numerose ombre, scaturì un vivace dibattito culturale che diede vita ad impegni politici diversi come quello di Guido Calogero e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’uno liberalsocialista e l’altro comunista. La legislazione razziale del 1938 tradì il progetto gentiliano di selezionare un cenacolo intellettuale, travolto dall’esclusione degli allievi di origine ebraica: furono discriminati ad esempio Bruno Bassani, Giorgio Fuà e Paul Oskar Kristeller, quest’ultimo sostituito con un docente segnalato dal consolato tedesco. Gli anni del Secondo conflitto mondiale si ripercossero in modo negativo sulla Scuola Normale, che vide molti suoi allievi costretti ad arruolarsi per poi maturare scelte di lotta antifascista, come fu nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Lenci, Alessandro Natta e Giovanni Pieraccini.

Nunzio Dell’Erba

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento