domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

La vittoria di Trump
e l’establishment democratico-repubblicano
Pubblicato il 06-10-2017


donald-trump

Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America”, sostiene che, al di là delle dichiarazioni politicamente poco corrette del nuovo presidente durante la campagna elettorale e dopo il suo insediamento a capo della Casa Bianca, le uniche messe in risalto dai mass-media americani ed europei, tutti schierati in pro della Clinton, Donald Trump si è posizionato a sinistra, “non solo della candidata democratica, ma anche del proprio partito”.

Trump, a parere di Spannaus, ha avuto buon gioco nei confronti dell’establishment democratico-repubblicano, da tempo ad uso ad esprimere candidati che, al di là delle differenze di “casacca”, hanno continuamente realizzato politiche improntate a “meno welfare, più finanza e più guerra”. Nelle ultime elezioni presidenziali, però, la rivolta degli elettori è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro proni: in campo democratico, la rivolta è quasi riuscita a imporre Bernie Sanders; mentre, in quello repubblicano, Trump ha sconfitto i diversi candidati che gli sono stati opposti dal vecchio apparato del partito di appartenenza.

Da posizioni di sinistra riformista, Sanders è riuscito inizialmente a prevalere su Hilary Clinton, con una “campagna incentrata sulla battaglia contro Wall Street e le disuguaglianze della società causate dalla globalizzazione”. Alla fine, la Clinton ha prevalso, ottenendo la “nomination” nelle primarie, nonostante i molti dubbi nutriti dal proprio partito sulla sua capacità elettorale di battere il rappresentante del Partito repubblicano, e le perplessità di numerosi grandi elettori, consapevoli che “le etichette del passato” fossero “meno importanti del malcontento prodotto da decenni di stagnazione economica, incoronati da una crisi finanziaria che ha scosso le fondamenta dell’economia mondiale”.

Bernie Sander e Donald Trump – precisa Spannaus – sono persone molto diverse: il primo è un “vecchio attivista di sinistra” che si è sempre battuto “per l’uguaglianza contro le discriminazioni”; il secondo è un immobiliarista, un outsider della politica, portato a privilegiare “la provocazione e l’insulto per attirare attenzione su di sé”. Nonostante le diversità nell’impegno politico e nella comunicazione pubblica, i due candidati nella campagna elettorale, “non presi sul serio dal mondo politico americano”, hanno assunto rispetto all’establishment un atteggiamento comune, in quanto hanno identificato il sistema “come il principale avversario del popolo un’élite corrotta, piuttosto che collocarsi nella più consueta dialettica destra-sinistra”; entrambi, infatti, hanno “inveito” “contro Wall Street, contro i grandi interessi responsabili del lungo declino della classe media americana”.

I due candidati, partendo da posizioni di sinistra dei loro rispettivi partiti, hanno rappresentato entrambi l’espressione di “una rivolta degli elettori contro le difficoltà causate da decenni di stagnazione economica”. Sebbene, durante la campagna elettorale, fosse possibile identificare in superficie “alcuni tratti della normale dialettica ideologica tra democratici e repubblicani, Bernie Sanders difendeva i programmi di welfare State, in quanto realizzati dall’amministrazione del presidente uscente, proponendo un sistema sanitario totalmente pubblico e un ridimensionamento del potere dei mercati finanziari; Donald Trump, invece, prometteva la riduzione dell’imposizione fiscale e il ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama, per un ripristino del libero mercato nella sanità. Le differenze erano assai limitate nella posizione critica che essi esprimevano riguardo alle cause della situazione economica interna e alla politica estera.

La fede nel libero mercato era da entrambi i candidati individuata come la causa prima della stagnazione economica interna; in particolare, Trump ha fatto della critica al libero mercato il motivo principale della sua campagna elettorale, sostenendo che esso, con la perdita di posti di lavori interni, aveva contribuito a rendere debole il Paese. Egli – afferma Spannaus – ha enfatizzato il processo di deindustrializzazione “ancora più di Sanders, rivolgendosi a un’area fondamentale dell’elettorato americano”, normalmente definita white workimg class; è questa l’area della “rusk belt” (la fascia della ruggine), che caratterizza il panorama industriale di Stati come Ohio, Indiana, Michigan ed altri, costituenti la parte centrale e settentrionale del Paese, in cui dal diciannovesimo secolo si era registrata la “più grande concentrazione di industria pesante negli Stati Uniti”.

Sulla stagnazione interna, quindi, Trump ha fondato la sua campagna elettorale, “rompendo con il Partito repubblicano”, che da decenni era fedele a “posizioni ideologiche ben definite sull’economia e sulla politica estera”, del tutto insensibile al fatto che per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana fossero nascosti dai risultati che la “magia” dei mercati finanziari sembrava promettere agli elettori americani attraverso le illusione del trickle-down, o “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”; ovvero la realizzazione di un benessere collettivo basato sull’assunto secondo il quale i benefici economici acquisiti dalle classi ricche favoriscono necessariamente, e ipso facto, anche l’intera società, compresa la “middle class” e le fasce di popolazione marginali e disagiate, tutte “vittime” del processo di deindustrializzazione.

Con la crisi del 2007/2008, l’assunto del trickle-down è stato smentito; ciò è accaduto – sostiene Spannaus – per via dell’implosione del mercato dei nuovi strumenti speculativi costituito dai “titoli derivati” (o “titoli strutturati”), il cui prezzo era basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli derivati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della parte dell’economia reale assicurativa”, sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Nel 2001, si è avuta una prima crisi dei mercati dei derivati, ma le società finanziarie hanno trovato un sostituto nei mutui, generando nel 2007/2008 la “bolla dei mutui subprime”, la cui gravità è consistita nel processo di finanziarizzazione imposta, oltre che all’economia americana, all’economia dei Paesi integrati nell’economia globale, i quali da dieci anni stanno subendo gli esiti negativi della Grande Recessione causata appunto dalla bolla dei mutui subprime.

In America, la bolla dei mercati immobiliari, verso i quali erano stati prevalentemente indirizzati i mutui, ha portato ad interventi pubblici a vantaggio delle banche coinvolte nella concessione dei mutui, alla formazione di una disoccupazione di lungo termine e alla soppressione di molti servizi pubblici per le classi più penalizzate dalla crisi. Con ciò sono nati movimenti di protesta, come quelli del “Tea Party” e di “Occupy Wall Street”. Anche presso chi non ha perso il lavoro, gli esiti della crisi hanno provocato una perdita di fiducia nel vecchio establishment, concorrendo alla creazione di un “mix potentissimo” di frustrazione nell’opinione pubblica americana che “i candidati outsider hanno sfruttato abilmente”.

In particolare, sul problema del malcontento interno, Trump ha “rotto”, come già si è detto, col Partito repubblicano, posizionandosi “al di fuori dai ranghi” del partito, sia sulla politica interna, che sulla politica estera. Sulla politica interna, egli ha condotto una campagna elettorale incentrata sulla necessità di “porre fine a un declino economico che dura da qurant’anni”; un declino che, a suo parere, ha comportato la perdita di posti di lavoro” e soprattutto lo smarrimento della classe media americana, pilastro dei successi che il Paese aveva conseguito, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla politica estera, Trump ha sfruttato il malcontento profondo maturato dall’elettorato americano nei confronti dei candidati di entrambi i partiti storici, che sostengono il ruolo degli USA come Paese guida a livello internazionale. Nel mondo politico americano, ma anche in quello occidentale – afferma Spannaus – i due grandi partiti dell’establishment si erano convinti di “poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su gran parte della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso dello Stato in economia, ma non mettevano mai in discussione i meccanismi di base del sistema”, ovvero l’interventismo a livello internazionale quando la supremazia della Repubblica a stelle strisce fosse stata minacciata.

In conclusione, i problemi sollevati dalle candidature degli outsider, Sanders e Trump, nelle elezioni presidenziali statunitensi sono temi che non riguardano solo l’America, ma l’intero mondo globalizzato, in particolare qui Paesi ad economia di mercato e retti da istituzioni democratiche. Le strutture di potere di questi ultimi dovranno tener conto delle cause della rivolta degli elettori americani, in quanto esse non riguardano soltanto l’America, ma anche tutti le altre economie nazionali assoggettate, “obtorto collo”, alla posizione egemone degli USA. Ciò al fine di agire nelle opportune sedi internazionali, perché siano rimodulate le regole che sinora hanno funto da linee guida del processo di globalizzazione.

A prescindere dall’esito delle elezioni, i nass-media e i politologi, anziché contribuire a “demonizzare” solo lo stile fuori norma del politico Trump, dovranno vigilare contro le possibili sue derive politiche, soprattutto sul piano internazionale, e incalzare le classi politiche dei singoli Paesi maggiormente coinvolti dalla Grande Recessione, perché tengano in maggior conto la rivolta degli elettori al di là e al di qua dell’Atlatico; altrimenti, sarà inevitabile che in futuro la rivolta degli elettori sia ancora più forte, con effetti interni ed esterni difficili, non solo da prevedere, ma anche da prevenire.

E’ del tutto inutile pensare che, eleggendo Trump alla presidenza del loro Paese, molti americani abbiano fatto un “passo fuori dalla politica”, “tagliando i ponti col prima”. A parere di qualche osservatore, come ad esempio Furio Colombo in “Trump power”, gli elettori che hanno votato Trump, non avrebbero giudicato, ma avrebbero abbandonato la politica, “non con l’astensione ma con un voto deliberatamente distruttivo”. Pensare che gli elettori americani si siano comportati da sciocchi, solo perché, al di là della reazione ai disagi dovuti alla propensione dei poteri forti a voler preservare ed espandere ulteriormente la propria ricchezza, non avrebbero accettato d’essere governati dal nero Obama, significherebbe ipotizzare che gli americani si siano comportati come gli struzzi: ficcare la testa sotto la sabbia, sottraendosi alla necessità di comprendere una realtà economica e politica divenuta ormai non solo per loro insopportabile. Non è così; gli americani hanno scelto Trump sulla base di promesse riparatrici che quest’ultimo è assai dubbio potrà riuscire ad onorare.

Gianfranco Sabattini

 

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