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Opinioni e commenti
 

Las Vegas: almeno 58 morti e 500 feriti nella strage
Pubblicato il 02-10-2017


Mass Shooting At Mandalay Bay In Las VegasI morti dell’attacco al concerto di Las Vegas sono almeno 58. I feriti sono almeno 500. Lo ha comunicato in una conferenza stampa lo sceriffo del Nevada, Joe Lombardo. Un attacco rivendicato dall’Isis tramite il suo organo ufficiale di propaganda, l’agenzia Amaq. In un comunicato si legge che l’autore è uno dei “soldati” del califfato, che si era convertito mesi fa all’islam. Al momento nelle indagini però non sono emersi legami con gruppi estremisti dell’autore, che secondo la polizia si è suicidato.
Dopo il primo comunicato ne è seguito un altro con un unico dettaglio ulteriore: “L’esecutore dell’attacco di Las Vegas ha abbracciato l’Islam da diversi mesi”. Nessun elemento in più. Niente nome, fotografie o video di rivendicazione. E la polizia smentisce evidenziando come non ci siano legami tra il responsabile, Stephen Paddock, e l’estremismo islamico. “Non appartiene a nessun gruppo fondamentalista”, aveva precisato già durante la prima conferenza stampa lo sceriffo del Nevada, Joe Lombardo.

È lo stesso copione dell’accoltellamento nella stazione di Marsiglia, in Francia, ieri. Un uomo, dopo aver inneggiato ad Allah, è riuscito ad uccidere due ragazze prima di essere abbattuto dagli agenti presenti sul posto. La rivendicazione è arrivata qualche ora dopo: “Una fonte di sicurezza ha riferito ad Amaq: l’esecutore dell’accoltellamento nella città di Marsiglia, in Francia, è uno dei soldati dello Stato islamico e ha portato a termine l’operazione rispondendo ai nostri inviti a colpire i Paesi della coalizione”.

La versione dunque è sempre la stessa, senza alcun dettaglio sull’identità del “soldato”. La rivendicazione dei vari attacchi nel mondo, senza alcun reale riscontro, rientra ormai nello storytelling del califfato nero. Senza dubbio se la redazione di Raqqa avesse avuto informazioni da poter sfruttare per dimostrare l’effettiva appartenenza di questi lupi solitari al suo esercito le avrebbe diramate attraverso ogni mezzo. Come le riviste patinate pubblicate dopo gli attacchi del 2015 al Bataclan di Parigi: i numeri successivi agli attentati erano dedicati proprio a quei “martiri” che avevano sconvolto l’Europa. Così come i testamenti video che gli attentatori suicidi sono soliti registrare prima di entrare in azione. Non potendo però più contare su soldati diretti, lo Stato islamico ha cercato di appaltare quanto più possibile e capitalizzare ogni attacco in termini di sponsorizzazione del terrore. In uno dei suoi ultimi messaggi audio, il portavoce dell’Isis Abu Muhammad al-Adnani (ucciso nell’agosto 2016) aveva invitato tutti i seguaci del califfo a colpire in ogni modo, con i mezzi più immediati, senza architettare piani complicati.

L’importante era fare male agli occidentali. E per ottenere il marchio dello Stato islamico era sufficiente registrare un video-messaggio qualche minuto prima del martirio. Qualcuno era anche riuscito a farlo. È il caso di Muhammad Riyad, il 17enne afghano responsabile del ferimento di cinque persone a bordo di un treno in Germania il 19 luglio 2016. Aveva lasciato un messaggio in cui testimoniava di essere “soldato dell’Isis” e ovviamente è stato ripreso e diffuso dalla mastodontica macchina propagandista di Al-Baghdadi

Da Raqqa però negli anni hanno rivendicato ogni azione che in qualche modo colpiva gli occidentali. Tutti venivano eletti ufficiali dell’esercito di Allah dopo aver portato a termine la loro strage. Anche quando i profili di queste persone erano tutt’altro che limpidi in termini di dottrina islamica. Sono due i casi emblematici: Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, l’uomo che era alla guida del camion che ha investito e ucciso 86 persone a Nizza, assolutamente distante dalla fede islamica. Al punto che non aveva nemmeno digiunato il mese di Ramadan, concluso due settimane prima dell’attentato. Si tratta di uno dei pilastri della religione. Una mancanza che a Raqqa gli sarebbe valsa una condanna a morte per apostasia. Così come sarebbe stato giustiziato anche Omar Mateen, il responsabile della sparatoria di Orlando (12 giugno 2016, 49 morti), perché assiduo frequentatore di quel locale gay che ha poi attaccato. Dopo gli attentati però tutti sono stati promossi al grado di “soldati dello Stato islamico” e martiri diretti in Paradiso. Perché i soldati sul campo sono sempre meno e per Al-Baghdadi la dottrina è negoziabile: il terrore è più importante.

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Commenti all'articolo
  1. Ampio spazio sui quotidiani italiani per la strage di Las Vegas, dove un uomo ha sparato sul pubblico di un concerto, uccidendo 59 persone e ferendone 527. Nella sua camera – era in albergo da tre giorni e da lì ha sparato sulla folla – aveva 23 armi da fuoco, tra le quali due fucili sistemati su treppiedi alla finestra. “Per i primi cinque secondi abbiamo creduto fossero fuochi d’artificio – racconta la sopravvissuta Jordin Akins – poi tutti abbiamo cominciato a scappare. Ma non sapevamo dove rifugiarci, non si capiva da dove venivano gli spari, non vedevamo che era lassù in alto”. Drammatico, scrive Repubblica, l’appello della sindaca Carolyn Goodman: “Donate sangue, non ne abbiamo abbastanza per curare i feriti, questa è un’emergenza senza precedenti”. L’Isis ha cercato di rivendicare la paternità del terribile attacco ma Fbi e Cia smentiscono: “non è terrorismo”. Il massacro di Las Vegas, spiega il Corriere, è la peggiore sparatoria della storia Usa. “Un atto di pura malvagità” il commento del presidente Donald Trump.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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