venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Maria Messina, la “Mansfield” che sollevò la questione femminile
Pubblicato il 16-10-2017


messina

Per lunghi anni l’opera letteraria di Maria Messina (1887 – 1944) è rimasta avvolta in una coltre di silenzio. A trarla dall’oblio fu Leonardo Sciascia, che nei primi anni Ottanta ripubblicò due suoi racconti sull’emigrazione (“Nonna Lidda” e “La Mèrica”) per Partono i bastimenti (1980) e “Casa paterna” per Racconti italiani del Novecento (1983). Eppure critici autorevoli come Giovanni Verga o Giuseppe Antonio Borgese avevano segnalato la scrittrice siciliana sin dall’esordio con Pettini fini (1909) e Piccoli gorghi (1911).

Il carteggio epistolare con Verga è significativo per comprendere le difficoltà che Maria Messina è costretta a vivere in un ambiente ristretto di provincia e chiuso alle velleità letterarie delle donne. Gli anni trascorsi a Mistretta, deliziosa cittadina dei Nebrodi ma priva di stimolo culturale, sono caratterizzati da una fervida operosità per la sua intensa attività di scrittrice. Temi peculiari riguardano l’esodo migratorio vissuto come tragica realtà, la pietà popolare rappresentata dalle processioni e il motivo del lutto con le relative usanze: il “repito” (il pianto per il defunto) e il “visitu”, cioè la visita ai familiari per il lutto stretto nei giorni successivi alla morte di una persona cara, rievocati in Ragazze siciliane (1921).

La scrittrice narra anche scene di vita quotidiana, rivolte alla soggezione della donna e ai temi più vari come i maltrattamenti, le corna, la gelosia, l’adulterio, l’abuso sessuale e la roba. La condizione femminile assume così un posto rilevante nella sua produzione letteraria, che descrive situazioni tragiche nell’àmbito della famiglia, la dedizione alla conduzione della casa se non quelle di giovanette precocemente sfiorite nell’attesa di nozze impossibili. Nella novella “La sorellina”, inserita poi in Personcine (1921), la Messina denuncia l’atteggiamento maschilista, presente in molte famiglie siciliane e volto a guardare con diffidenza la ragazza dedita alla lettura e allo studio, considerati un’attività inutile rispetto al lavoro manuale. La descrizione del rituale del fidanzamento, spesso “combinato” dai genitori, rappresenta un aspetto peculiare della sua narrativa, che si snoda in vivaci note di costume e in reconditi pensieri della psicologia femminile.

Se nell’Ora che passa, edita nella raccolta Le briciole del destino (1918), la Messina sottolinea il motivo economico nella “confezione” dei matrimoni, nel romanzo La casa del vicolo (1921) presenta la condizione femminile con un realismo che denota la piena maturità della scrittrice siciliana per la capacità di indagare l’animo della donna. Le figure femminili escono così dagli stereotipi tradizionali e assurgono a una dignità espressiva lontana da una società patriarcale e dal ruolo ineluttabile della subordinazione della donna all’uomo. Seppure ignara degli orizzonti aperti dalla psicanalisi di Freud o delle sottigliezze investigative di Pirandello, la scrittrice siciliana contribuisce con efficacia a destare la questione femminile alla pari dell’inglese Katherine Mansfield, del cui raffronto Sciascia lascia un giudizio esemplare.

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