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Opinioni e commenti
 

Maxi sequestro armi di Pyongyang dirette in Egitto
Pubblicato il 02-10-2017


armiVentiquattromila granate a razzo più il materiale per costruirne altre seimila. È il carico sequestrato da una nave nord-coreana, ma battente bandiera cambogiana, in acque egiziane, poco prima dell’ingresso nel canale di Suez. Lo rivela un’inchiesta condotta dal Washington Post, su quello che viene definito da un rapporto dell’Onu come “il più grande sequestro di munizioni nella storia delle sanzioni contro la Repubblica Democratica Popolare di Corea”, il nome ufficiale della Corea del Nord.

A ordinare il quantitativo di armi da Pyongyang, sarebbero stati uomini d’affari egiziani, in base all’indagine dell’Onu: le armi, per un valore complessivo di 23 milioni di dollari, erano state nascoste sotto un carico di minerali di ferro, e avrebbero avuto come destinazione finale l’esercito egiziano.

La vicenda ha contribuito a fare luce sulle vendite di armi da parte della Corea del Nord, da cui il regime, sottoposto a otto round di sanzioni economiche dell’Onu per i suoi programmi missilistico e nucleare, trae parte del sostentamento. Rimane da chiarire se la Corea del Nord abbia ricevuto il pagamento di 23 milioni di dollari per le armi, ma l’Egitto non è l’unico Paese sulla lista degli acquirenti di armi convenzionali di Pyongyang: tra i nomi citati dal quotidiano Usa figurano Myanmar, Siria, Iran, Cuba ed Eritrea e il gruppo di Hezbollah.

La nave, Jie Shun, poco più che un rudere dalle descrizioni, era salpata dal porto nord-coreano di Haeju il 23 luglio scorso, con 23 uomini a bordo. Registrata a Phnom Penh, batteva bandiera cambogiana, anche se di proprietà nord-coreana, per evitare di attirare attenzioni sgradite. Passata attraverso lo stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, la nave è stata fermata, su segnalazione degli Usa, per un’ispezione da un’imbarcazione egiziana prima di raggiungere il canale di Suez. Al porto di al-Adabiyah venne scoperto il quantitativo di armi, tutte copie dei Pg-7 di fabbricazione sovietica. A un’analisi più attenta, compiuta da ispettori dell’Onu, era emerso, pero’, un altro particolare: le armi non erano affatto nuove, come avrebbe fatto credere l’etichetta posta

su ognuna di loro, datata marzo 2016, ma giacenze di magazzino, vendute a prezzi più bassi delle armi in commercio. Le armi vennero poi distrutte, sotto la supervisione degli ispettori delle Nazioni Unite, che le ritengono destinate, appunto, all’esercito egiziano, ma l’episodio sarebbe stato l’ultimo di una serie che avrebbe contribuito ad aumentare la diffidenza di Washington nei confronti del Cairo. Proprio pochi mesi prima, durante l’incontro tra Trump e al-Sisi alla Casa Bianca, il presidente Usa aveva sottolineato il “magnifico lavoro” che il presidente egiziano stava conducendo, ma in privato aveva sottolineato l’importanza di rispettare le sanzioni alla Corea del Nord e di “smettere di fornire aiuti economici e militari” a Pyongyang. L’irritazione di Washington era sfociata, alcuni mesi più tardi, nella decisione dell’amministrazione Trump di tagliare 291 milioni di dollari di assistenza economica e militare al Paese. La cooperazione tra il Cairo e Pyongyang sul piano della vendita di armi, scrive il magazine The Diplomat, risale addirittura agli anni Settanta, ma ancora negli anni Novanta, l’ex presidente, Hosni Mubarak, aveva acquistato missili scud da Pyongyang.

La Corea del Nord ha aiutato gli scienziati egiziani a produrre il loro sistema missilistico in cambio di valuta, e l’import dalla Corea del Nord aiuta a diversificare le fonti di approvvigionamento oltre a quelle tradizionali (Usa e Russia). L’interesse verso la tecnologia missilistica nord-coreana è riemerso dopo gli ultimi test di missili balistici iraniani. L’Egitto sarebbe particolarmente interessato ai missili terra-terra nord-coreani. Washington è preoccupata per il rifiuto di ispezioni da parte del governo egiziano riguardo al programma nucleare e Pyongyang è vista come un possibile fornitore di materiale nucleare al Cairo, nel caso in cui l’Egitto intenda procedere con i suoi piani per l’arricchimento dell’uranio.

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