lunedì, 23 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Parla Acquaviva. Intuizioni ed errori di Bettino Craxi
Pubblicato il 24-10-2017


bettinocraxi

Prosegue la serie di interviste sul crollo della Prima Repubblica. Gennaro Acquaviva, senatore e stretto collaboratore di Craxi, racconta dettagliatamente la fase terminale della Repubblica dei partiti, riportando diversi aneddoti di grande valore storico e politico.

Come erano visti i partiti nel corso degli anni Ottanta? Si percepiva già un sentimento antipartitocratico?
Prima di dare dei giudizi bisogna fare una premessa indispensabile. Quando si riflette è doveroso cercare di fare astrazione dal ricordo, cercando di dare un giudizio che superi le emozioni dell’epoca. Altrimenti la testimonianza non può essere utile alla Storia. Io ricordo gli anni Ottanta come un periodo di grande entusiasmo, anche perché noi socialisti eravamo dei giovani ‘rampanti’ di livello. Il nostro gruppo aveva dentro di sé un insieme significativo di esperienze politiche, ma anche di studio: si veda De Michelis e la sua ricerca legata alle scienze, era un grande studioso di chimica; eppure nonostante questa formazione di livello sarà identificato come un giovane dissoluto, non vanno quindi dimenticate le sue doti intellettuali. Un discorso simile vale anche per Martelli ed altri. Questo gruppo si inserì in uno schema immobilizzato e paralizzato dalle divisioni che nascevano dalla ‘guerra fredda’. Lo spirito di Craxi è quello di voler rompere questa gabbia per realizzare una strategia importante: voleva ridimensionare il Pci portandolo verso di sé, sulla via del riformismo e costruire così la gamba di sinistra del bipolarismo necessario. Il gruppo socialista di quegli anni si impegna a fondo su questo, seguendo la forza e la spinta di Craxi. Questo avviene a partire dal 1978, soprattutto dopo il congresso di Palermo in cui Craxi conquista definitivamente il partito.
Negli anni Ottanta, tornando alla tua domanda, non c’era la percezione del crollo del sistema, si percepiva soprattutto l’impasse, il blocco del sistema politico. Tuttavia il sistema dei partiti si sentiva fortissimo perché controllava tutto e il mondo intero percepiva questa stabilità. Nessuno in quei momenti aveva la lucidità retrospettiva che possiamo avere oggi noi. Anche se la morte di Moro è un serio campanello d’allarme.

In questo contesto il Psi è ottimista, e ha in mente di riformare il sistema dei partiti anche provando a guidarlo. Il problema del Psi è che gli mancano i voti, se avesse avuto un 20% avrebbe potuto trattare in modo diverso con i comunisti; ad esempio avremmo potuto attrarre i miglioristi e il Pci più di ‘destra’. L’errore grave del Psi, su cui ho insistito più volte, è collocabile nel 1987. Allora Craxi (e il Psi) accetta la staffetta di De Mita: e invece avrebbe dovuto cercare di rimanere alla guida del processo. Abbandonare il governo dopo un’ottima prova senza reagire radicalmente è l’errore gravissimo che peserà molto su di noi. Ci sono anche delle responsabilità della cattolicità italiana (Cei e vescovi), perché nel 1987 combattono Craxi e il Psi, facendo una campagna elettorale largamente ostile. Il tutto per salvare la Dc nella sua situazione di crisi, in cui il Psi avrebbe potuto sottrarle voti importanti. A questo poi bisogna aggiungere anche il fatto che il potere ha dei lati negativi, siamo forse stati un po’ logorati dal potere e c’è mancato equilibrio e capacità di tenuta.

Ci pui spiegare meglio l’errore del 1987?
Craxi sbaglia perché non rompe definitivamente con il sistema di potere in cui di fatto è rimasto ingabbiato. Avrebbe ad esempio potuto imboccare la strada ‘populista’ e cioè denunciare al popolo le ingiuste pretese della Dc. Si sarebbe potuto chiamare fuori dal sistema, rivendicando la sua buona prova di governo. Avrebbe dovuto insomma mostrarsi come alternativa al corporativismo e all’immobilismo di Dc e Pci. Questo però era pericoloso sul breve periodo perché avrebbe così perso la prospettiva di tornare al governo promessogli dalla Dc. Tutto ciò porta il Psi ad una fase conservativa che lo danneggia perché a gestire l’esistente sono meglio i democristiani. Da innovatore il Psi appare gestore del potere, da ciò deriva l’impossibilità di promuovere un rinnovamento vero nei tempi necessari. Craxi avrebbe potuto fare altrimenti? Non lo so anche perché avrebbe dovuto attendere tempi troppo lunghi. É un fatto comunque che con quella mossa si consegna al sistema. Quella legislatura finale (1987-1992) significa per l’innovatore Craxi consegnarsi alla decadenza e alla morte. Non si deve poi dimenticare l’abbassamento fisico e psicofisico di Craxi, dopo l’infarto da diabete subìto nel 1989, in cui vede la morte in faccia. Anche questo probabilmente ha influito sulle sue future scelte politiche. Questo gruppo rampante durante gli anni di governo ha fatto un’esperienza di potere intensa, ma ha anche subìto il fascino della mondanità. Questo si legge su Repubblica ma anche Civiltà cattolica ed altri giornali cattolici lo denunciano con attacchi pesanti. Oggettivamente c’era qualche eccesso, basti pensare al libro di De Michelis sulle discoteche. Abbiamo subìto un po’ il fascino del potere, e poi non dimentichiamo che abbiamo ottenuto potere sovradimensionato rispetto al nostro peso elettorale, e in troppo poco tempo. Questo probabilmente ha contribuito a far saltare i meccanismi di controllo dentro qualcuno.

Certa stampa ha descritto Craxi come un corrotto, cosa ne pensi?
Craxi non era mai stato avido, anzi me lo ricordo spesso come un grande tirchio. Per quanto riguarda la politica aveva visto e ben capito che senza autonomia finanziaria il Psi non avrebbe mai avuto l’autonomia politica indispensabile per cambiare le cose. Aveva visto negli anni del frontismo e del centrosinistra che la mancanza di soldi era gravosa, aveva visto singoli e gruppi letteralmente comprati dal denaro altrui. I soldi li considerava importanti perché gli servivano a fare politica autonoma. Nel suo schema lo scopo prevalente della tangente era fare politica seria, formare una classe dirigente capace. Un mezzo deprecabile ma costruito per un buon fine.

Che ricordi hai del 1992?
Io sono abbastanza incosciente nel 1992. Mi fido delle capacità superiori di Craxi e seguo la sua linea ed i suoi comportamenti. Craxi, che era obiettivamente in una posizione di minor forza, accetta anche che lo facciano fuori da Presidente del Consiglio. La scelta decisiva è però quella fatta da Scalfaro, cioè di non conferire l’incarico a Craxi per via delle indagini dandolo ad Amato. Se Craxi fosse diventato Presidente del Consiglio avrebbe fatto delle scelte in grado di contrastare fortemente l’emergente strapotere della magistratura. Non penso che quello del 1992 sia stato un golpe. Il problema è che il Psi aveva ridotto la propria capacità di potere e di peso. E poi fa anche una serie di errori. A questo bisogna aggiungere le misteriose dimissioni di Cossiga che cambiano radicalmente le carte in tavola. Insomma si costruiscono anche una serie di errori che sono insiti nel sistema dei partiti, attraverso cui si arriva alla stessa morte di questo assetto. Possiamo mai pensare che Scalfaro, che aveva fondato la Dc, voleva la morte dei partiti? Eppure è questo che allora avvenne, anche per colpa ed ignavia di molti, compreso l’allora Presidente della Repubblica.
Non dimentichiamoci che se Cossiga non si fosse dimesso, avrebbe dato l’incarico a Craxi come stabilito dagli accordi con il vertice DC, e cosa sarebbe successo in quel caso?
E poi Scalfaro era allora indubbiamente impaurito anche da possibili sue compromissioni e non essendo un ‘cuor di leone’ non compie le scelte che avrebbe dovuto e potuto prendere. Ricordiamo che in quella fase il sistema dei partiti era ancora, più o meno, in grado di reggere anche perché aveva comunque una maggioranza in Parlamento.

Quali sono le cause del crollo dunque?
Le cause sono insite nella stessa crisi del sistema politico. Pensiamo solo al mancato ricambio e alla pesantezza della conventio ad excludendum. E poi i cinque anni (1987-1992) che anticipano la tragedia, sono anni che sfibrano e indeboliscono fortemente il sistema, insomma conducono ad una degenerazione del sistema politico. Ripeto che in ogni caso nel 1992 i partiti tradizionali hanno comunque ancora la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. La questione preliminare è pienamente legata a Scalfaro che sotto ricatto non dà l’incarico a Craxi.
Un altro errore strategico riguarda il referendum (1991) sulla preferenza unica con cui Segni sconfigge la partitocrazia. Craxi avrebbe dovuto e potuto andare ad elezioni anticipate bypassando il referendum di modo da mettere in crisi il Pci. Purtroppo temporeggia come fa per tutto il contesto di quei cinque anni drammatici. Al congresso di Rimini del 1991, D’Alema e Veltroni vanno da Craxi per pregarlo di non ucciderli e lui acconsente. Craxi pensa di annetterli nel futuro, quando avrà il governo, commettendo così un grave errore. Si sarebbe dovuti andare ad elezioni anticipate, anche per mettere definitivamente il Pci in crisi. Tra l’altro andando ad elezioni nel 1991 Craxi avrebbe probabilmente preso in contropiede Tangentopoli, che già si preparava.
Anche i corsivi sull’Avanti! contro Di Pietro sono un errore grave. Se Craxi effettivamente avesse avuto prove delle malefatte di Di Pietro avrebbe potuto e dovuto fare degli esposti oltre a velate minacce. Non dimentichiamo che il Ministro di giustizia era Martelli, pur recalcitrante ed infido.

Perché Craxi diventa il capro espiatorio di questa stagione?
Perché era l’unico che poteva cambiare l’Italia, aveva dimostrato di essere un grande leader e di poter riformare tutto. Era un leader naturale. Ancora nella fase della decadenza sembrava fosse in grado di cambiare il Paese.

Cambiando argomento: all’interno della Grande riforma, quando si afferma il presidenzialismo?
Mai, in nessun congresso socialista si afferma compiutamente. L’avvio della grande riforma è l’articolo di Craxi del 1979, che prosegue il saggio di Amato del 1977. Il riformismo si sviluppa con il congresso di Rimini del 1982. Craxi sapeva che il presidenzialismo era troppo divisivo per la Dc, e che quindi non avrebbe mai potuto promuoverlo con il suo alleato maggiore, in modo decisivo e definitivo. I due schieramenti bipolari avrebbero costretto la Dc a prendere una posizione netta, facendo saltare il carattere interclassista della Dc e la stessa sopravvivenza del movimento politico dei cattolici.

Martino Loiacono

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

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