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Opinioni e commenti
 

Perché lo stato trattò con la mafia, il doc inabissato
Pubblicato il 20-10-2017


Intervista al Prof. Salvatore Sechi, storico e accademico italiano.
TRATTATIVA_MAFIA_CIAMPI_SCALFARO_NAPOLITANODopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie è il titolo del nuovo libro del professor Salvatore Sechi. A pubblicarlo è l’editore fiorentino Goware. C’è un mistero che non si riesce a penetrare, ed è la decisione del ministro della Giustizia, nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, Giovanni Conso, all’inizio di novembre 2003, di non applicare il regime del carcere duro ai boss mafiosi.

Ma chi era questo Conso?
Guardi che non si tratta per nulla di uno sprovveduto. E’ stato uno maggiori giuspenalisti italiani, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale e del Consiglio Superiore della magistratura.

Era un cattolico fervente?

Certamente come lo stesso capo dello Stato Scalfaro e l’ex premier Aldo Moro, ma per nulla bigotto. La sua attenzione ai problemi di libertà e di dignità delle persone era straordinaria e rivolta a tutti. Conso era stato ministro, sempre della Giustizia, nel ministero guidato da Giuliano Amato. Ciampi lo aveva confermato nello stesso incarico. La sua domanda, però, è legittima.

Il provvedimento “buonista” di Conso come venne giudicato da Cosa nostra?

Riina ne fu entusiasta e spiegò ai suoi sodali che invece di scendere a trattative con lo Stato occorreva dargli un altro “colpettino”, cioè fare altre stragi. Venne, infatti, messa a punto quella che avrebbe dovuto seminare una carneficina di grandi proporzioni tra le forze dell’ordine. Il luogo prescelto era la collina intorno al campo sportivo in cui aveva luogo la partita tra Roma e l’Udinese. Lì si appostarono i fratelli Graviano, che sono tornati all’onore delle cronache in prima pagina per le minacce rivolte a Berlusconi.

Ma l’agguato non ebbe luogo solo per un incidente tecnico?

Poteva essere riparato e la strage di centinaia di carabinieri sparsi intorno al campo sportivo essere eseguita. La verità è che i Graviano ricevettero l’ordine di non insistere sull’ecatombe.

Ma se era in corso una trattativa con lo Stato, come mai Riina e Provenzano si prendono la licenza di farla fallire in maniera così plateale?

La trattativa aveva al primo posto l’eliminazione dell’art. 41 bis. Con esso era stato instaurato un regime al limite della costituzionalità e della stessa umanità nelle carceri in cui erano detenuti i mafiosi più pericolosi.

L’inasprimento delle condizioni carcerarie non fu opera dei ministri del la Giustizia e dell’Interno del governo Andreotti, cioè il socialista Claudio Martelli ed il democristiano Enzo Scotti?

Si, ha ragione. Avevano pensato di infliggere ai detenuti di Cosa Nostra la fine di ogni rapporto con l’esterno. Non potevano più trasmettere ordini alla manovalanza. Dunque, teoricamente i boss non avevano più potere. In realtà, in pratica le cose andarono diversamente. Durante i molti tragitti dalle isole, dalle città, dai piccoli centri ecc. per essere presenti ai loro molti processi stabilirono contatti con altri detenuti, avvocati, parenti ecc. Fu ricostituita e ravvivata la catena gerarchica.

Cosa nostra sopravvisse al sistema di vincoli creato da Martelli e Scotti. A suo avviso si trattò dunque di una sconfitta?

La mafia, pur essendo stata colpita duramente, si trovò a fronteggiare uno Stato in disfacimento, senza autorità, minato dal conflitto tra amministrazione, potere politico e magistratura.

Sono gli anni in cui venne applicata senza limite la custodia cautelare?

I magistrati di Milano, cioè Mani pulite, usarono l’arma della carcerazione preventiva per indurre persone non ancora formalmente imputate a confessare o accusare altri. È probabile che Conso abbia pensato che mitigando le condizioni detentive (cioè non applicando il 41 bis) i boss avrebbero posto termine alla campagna stragista scatenata non più in Sicilia, ma sul territorio nazionale.

Si trattò, mi pare di capire, di uno scambio ineguale. Ma chi nel governo Ciampi sostenne questa linea di Conso?

I provvedimenti di Conso non furono mai discussi in seno al governo. Era un suo potere prorogare o far cessare l’applicazione del carcere duro.cover_sechi_falcone-borsellino_mod

Prof. Sechi, in questo suo nuovo volume, lei pubblica per la prima volta un documento inedito. Fu proposto dal gip di Palermo Antonio Tricoli (oggi giudice a Sciacca) ed esaminato, e anche integrato, da magistrati come Salvatore Scaduti, Marco Alma e da lei, che è uno storico. Ebbene, questo testo non è facilmente accessibile a chi voglia consultarlo. Ma neanche è stato secretato. Quale interpretazione della vicenda sostenete?

Avanziamo l’ipotesi che la regia della forma di negoziato intavolatasi tra Stato e Cosa nostra abbia avuto come protagonisti, insieme a Conso, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il consenso (più passivo che entusiasta) del ministro dell’Interno Nicola Mancino, del Capo del Dipartimento Affari Penitenziari Nicolò Amato, degli ispettori religiosi delle carceri, di una parte del mondo cattolico.

Ma è il caso di ricordare che sia Mancino sia Amato sono stati sempre ostili ad ogni forma di trattativa con Cosa nostra. Anche in seno al PCI la politica carceraria di Martelli e Scotti non aveva molti sostenitori.

Il documento non esclude che l’uccisione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone possa essere stata un’operazione che la mafia potrebbe avere concordato con poteri criminali esterni, anche internazionali. Ma questa è un’ipotesi sostenuta dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Sia Amato sia i capo della polizia Parisi, come la Dia, hanno puntualizzato degli aspetti reali?
Certamente.

Ce li può riassumere, prof. Sechi?
In primo luogo la mafia non uccide come il terrorismo arabo-palestinese e quello colombiano, facendo saltare col tritolo mezzo chilometro di autostrada. In secondo luogo, in seno al gruppo dirigente dei Cosa nostra si era aperta una discussione lacerante.

In che cosa consisteva?

La linea stragista aveva portato all’uccisione di Lima, Falcone e Borsellino, come agli attentati alle chiese e alle città d’arte come Roma, Firenze e Milano. Il dubbio che assale boss è che fosse stata poco redditizia, cioè avesse avuto un dividendo negativo rispetto al rezzo pagato (il 41bis). Effettivamente nelle fila di Riina e sono aumentati i collaboratori di giustizia, i pentiti .La domanda che l’organizzazione criminale fosse entrata in crisi si diffonde. Il risultato è che la linea della delegittimazione del governo e dell’investimento sulla potenza di fuoco di Cosa nostra viene progressivamente abbandonata. Ma non esistono prove che ciò sia avvenuto per un accordo stabilito con Berlusconi.

Leonardo Raito

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