martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pietro Mancini, leader
del socialismo calabro
Pubblicato il 11-10-2017


Pietro_ManciniLa Calabria ha dato al movimento dei lavoratori tanti propagandisti e organizzatori, costruttori di una vasta rete di leghe e circoli che, per lungo tempo dalla fine dell’800, hanno contribuito a rendere più forte e incisiva l’azione rinnovatrice e modernizzatrice dei socialisti in quella regione e nel paese tutto.

Pietro Mancini è uno dei più noti. Nato a Malito, in quel di Cosenza, l’8 luglio del 1876, per tutti gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza visse nel calore di una famiglia molto affiatata, benestante per i redditi di terre possedute e per l’attività professionale del capo, avvocato tra i più apprezzati della regione.

Compiuti gli studi primari e secondari nella sua provincia, passò all’Università di Roma, dove nel 1901 conseguì la laurea in Legge, alla quale aggiunse nel successivo anno la laurea in Lettere e Filosofia. A Cosenza si impegnò nella scuola, insegnando filosofia, e nei tribunali lavorando quale avvocato penalista.

Negli anni universitari era stato allievo di Antonio Labriola, il noto studioso e interprete del marxismo, che alimentò il suo desiderio di  sapere  e lo avviò alla prosecuzione degli studi per  una conoscenza approfondita del pensiero socialista. Di qui l’adesione al Partito socialista il passaggio fu rapido. Nel 1904 egli era già fra gli iscritti e si faceva notare per la vivacità della posizione tenuta in una formazione politica nella quale agivano allora le opposte spinte del riformismo turatiano, del rivoluzionarismo ferriano e del sindacalismo rivoluzionario di Arturo Labriola e Leone.

Nel 1905 diede vita a “La Parola socialista”, un foglio che da Cosenza irradiò la voce del PSI in una vasta area, battendosi in particolare per la soluzione di uno dei maggiori problemi della Calabria: il riscatto delle terre demaniali da gran tempo sfruttate senza limiti e controlli dai grossi proprietari.

Nel 1913, quand’era ormai figura largamente nota, Pietro Mancini entrò nel direttivo della Federazione regionale  del PSI in rappresentanza di un movimento che era notevolmente cresciuto. Con l’approssimarsi della Grande Guerra si pose però in contrasto con la grande maggioranza dei dirigenti socialisti, schierandosi tra gli interventisti di parte democratica. Di conseguenza nei primi anni del conflitto si trovò alquanto isolato tra i compagni di fede e in un vasto ambiente politico, fin quando la crisi di Caporetto e il riequilibrio delle posizioni nei confronti della “Patria in armi” all’interno del partito lo riportarono in primo piano nella sua regione.

Nel 1919 la ripresa della dialettica tra le formazioni politiche lo vide tra quanti sostenevano la non partecipazione alle elezioni, confuso con una componente della frazione comunista. Mutò però posizione in vista delle successive elezioni del 1921, e fu così uno dei due parlamentari socialisti (l’altro era F. Mastracchi) eletti dal proletariato calabro nonostante il clima di crescente violenza per l’imperversare dello squadrismo agrario.

In interventi puntualmente documentati denunziò allora dalla tribuna parlamentare le condizioni della sua regione, ancora abbandonata come tutto il Meridione, col latifondo in buona parte incolto, la fame di terra del proletariato, la triste necessità dell’emigrazione in terre lontane, e chiese l’attenzione degli uomini di governo sull’esigenza di un serio impegno perché cessasse finalmente l’arretratezza della regione attraverso il rinnovamento e la modernizzazione dell’agricoltura e il varo di  un vasto programma di lavori pubblici. Fu nel contempo attivissimo propagandista del socialismo, affrontando i pericoli dello scontro sempre più duro e insanguinato con i nazional-fascisti, che però nel 1924 non riuscirono a impedire la sua rielezione alla Camera. Come aveva fatto nella precedente legislatura, tornò a insistere nella difesa degli interessi della sua regione, ancora in attesa di una politica di vasti interventi rinnovatori, ma anche nella denunzia delle violenze con cui il fascismo distruggeva ciò che il proletariato  aveva saputo conquistare  a prezzo di dure lotte, e restituiva agli agrari il potere assoluto.

Il delitto Matteotti lo portò naturalmente tra gli “aventiniani”, anche se con scarso entusiasmo,  vedendo nella eterogeneità dei gruppi politici convergenti un impedimento alla libera e compiuta azione di contrasto del gruppo socialista al fascismo: una compresenza così varia non avrebbe permesso al PSI di esprimere  il proprio carattere classista.

Nel novembre del ’26 venne dichiarato decaduto dal seggio parlamentare. Successivamente venne arrestato e assegnato al confino, prima a Nuoro, poi a Gaeta, infine a Formia. Tornato  in libertà, venne sottoposto a una vigilanza soffocante, che cessò solo quando, nel luglio del ’43, il regime crollò. Alla fine di quell’anno su designazione dei gruppi antifascisti venne nominato prefetto di Cosenza, fin quando, nel ’44, entrò nel Governo Badoglio quale ministro senza portafoglio, e successivamente nel Governo Bonomi, nel quale resse il Ministero dei Lavori pubblici.

Nel 1945 entrò a far parte della Consulta e nel ’46 venne eletto deputato alla Camera e fece parte della Commissione dei 75 parlamentari cui venne affidato il compito di stendere lo schema della nuova Costituzione repubblicana. Nel 1948 passò dalla Camera a Palazzo Madama come senatore di diritto. Le sue condizioni fisiche generali, che negli ultimi tempi avevano cominciato a far preoccupare, si erano fortemente aggravate. Nel 1953 era ormai quasi cieco. Non ritenne perciò di ripresentarsi, lasciando il passo al figlio Giacomo, che proprio allora iniziava la sua lunga carriera politica. Non venne tuttavia dimenticato: in riconoscimento del suo preparazione e della sua esperienza venne infatti chiamato a far parte della Corte costituzionale quale giudice aggiunto. Morì nella sua città natale il 19 febbraio 1968.

 Giuseppe Miccichè

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