venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Sex Pistols. 1977-2017: quarant’anni di ribellione
a suon di chitarra
Pubblicato il 02-10-2017


sexpistols

Ottobre 1977: esce per la Virgin Records “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols” album dell’omonimo gruppo londinese! Ben quarant’anni – un’eternità – dove sono accaduti un sacco di eventi e di cronache. In ogni caso, “riesumare” dal punto di vista musicale la Londra della seconda metà degli anni 70 è come fare un tuffo nel buio –, nel senso che per offrire una rappresentazione minuziosa bisognerebbe dilungarsi non poco – cosa impossibile in un quotidiano. Ma proviamoci lo stesso! In quel periodo la capitale del Regno Unito era una metropoli meno frenetica di quella attuale ma già dannatamente eccitante, meta di un pellegrinaggio inarrestabile di “rocker”. Da qualche anno, dalla metà dei ‘70, la scena musicale era colma di novità! Serpeggiava un nuovo modo di suonare che, per approccio e pathos, prendeva le distanze dal rock più tradizionale in grado, ultimamente, di esprimere degli “acrobatici” assoli di chitarra ma troppo distante dai problemi della gente – come la disoccupazione, l’emarginazione, le tensioni nelle periferie e altre priorità! Per tutti, finalmente, c’era una musica cui identificarsi, sia da ascoltare che da suonare! Per quanto riguarda “il sound” si trattava di un genere nuovo, con influenze (più o meno evidenti) dei Velvet Underground, degli Stooges e degli MC5.

Brani con accordi ripetitivi e una ritmica – basso e batteria – piuttosto martellante! Forse più un “muro sonoro” che una melodia usuale! Dei suoni aspri, al fulmicotone, di breve durata, messi in piedi con strumentazione essenziale e testi dai contenuti provocatori – talvolta portatori di rivendicazioni politiche. Ciononostante, sarebbe un errore pensare che le “garage band” di allora non sapessero suonare, anzi! C’erano gruppi che la musica la conoscevano e, una volta entrati in sala di incisione, hanno dato il loro contributo al nuovo rock! Comunque, non era solo la capitale in riva al Tamigi ad essere palcoscenico di questi “vorticosi” eventi, ma anche altre città come Bristol, Manchester, Birmingham, Stoke-on-Trent e persino più in su, in Scozia, a Edimburgo. Questo nella sponda inglese, mentre dall’altra parte dell’Oceano, negli USA – dall’East sino alla West Coast – a New York, Washington, Austin, San Francisco, Los Angeles e Seattle si muoveva l’identico copione sonoro ma con caratteristiche distintive, esprimendo band quali Ramones, Heartbreakers e Television che fecero strada a gruppi nati più tardi – come Dead Kennedys, Black Flag, Bad Religion e Social Distortion.

Il punk americano, tutto sommato, era differente da quello british! All’ascolto meno “aggressivo” e con spunti più fantasiosi rispetto al cugino anglosassone. Tant’è che si concretizzano presto due stili differenti – saltuariamente stigmatizzati dagli stessi critici musicali, e cioè quello “americano” e quello “inglese” – intesi come solco musicale. In entrambi i contesti nascono parecchi gruppi, che in poco tempo non solo iniziano a suonare ma anche a produrre una grossa mole di vinile – grazie alle piccole etichette indipendenti. In più, nasce il fenomeno dell’autoproduzione, anche solo per realizzare poche centinaia di musicassette o di 45 giri (disco in vinile). Come qualità del suono dei prodotti senz’altro discutibili, tuttavia mezzo efficace per farsi ascoltare. Praticamente ci sono concerti ovunque e non più esclusivamente nei grandi stadi come reclamavano i gruppi storici del rock! Le band che suonano il punk si esibiscono dal pub sino all’anonima cantina – in Europa come dall’altra parte dell’Atlantico. Del resto per “suonare” non servivano blasonati passe-partout o chissà quale budget. All’inizio era sufficiente il box di casa, una batteria di seconda mano, un “ampli” in affitto e l’immancabile grinta – ingrediente del punk prima maniera poi ereditato dai gruppi nati nei primi anni 80!

Comunque, ritornando ai “seventies” – Londra era un laboratorio di musica a cielo aperto, ed era prassi godersi un “live” sorseggiando una birra lasciando casa ansie e preoccupazioni. I pezzi di Sex Pistols, Damned, Joy Division, Siouxsie and the Banshee, Clash, Sham 69 e Uk Subs venivano trasmessi notte e giorno dalle radio “alternative” e canticchiati dai giovani nell’affollata metro londinese o allo stadio. Il punk fa tendenza non solo come scia musicale ma anche come stile di vita: “la protesta” è anche vestirsi in modo bizzarro, con capelli colorati, creste vistose, spille da balia infilate nei lobi delle orecchie, catene al collo, l’immancabile “chiodo” (giubbotto in pelle nera), borchie ovunque e gli anfibi ai piedi dalla mattina alla sera.

È un’immagine ancora nitida quella di Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols, con al collo catena e lucchetto, molto di più di un semplice orpello fashion, ma icona destinata a sbalordire per decenni. Dietro quello scatto c’è molto del leitmotiv del primo punk: l’arrabbiatura, il menefreghismo, la voglia di sentirsi liberi e di mandare al diavolo tutto, contestando una società, quella inglese, connessa a schemi superati per i ragazzi di allora. È muro contro muro con i genitori – bollati come moralisti e reazionari. Ma non era la prima volta che le “nuove leve” flirtavano con propositi di opposizione, andando così in conflitto con le famiglie. Anni prima, nei ‘60, ci avevano provato gli hippies con il loro movimento animato da propositi quali “pace, amore e libertà”. Ma, mentre i primi perseguivano un modello “extra” società, creando presidi e comuni dove vivere lontano dai sentieri del consumismo, i punk non desideravano “evadere”, bensì essere i protagonisti “metropolitani” del presente, attuando la loro disapprovazione a colpi di chitarra “sparata” a volume altissimo.

Questo è il contesto in cui si fece breccia l’album dei Sex Pistols – nell’autunno del 1977. Disco che da subito ottenne incredibile successo – approdando nella scena musicale come uno tsunami carico di freschezza e novità. Sicuramente i Pistols non avrebbero mai immaginato che di lì a breve sarebbero divenuti delle leggende viventi, esattamente come le inarrivabili “star” musicali. Quasi nessuno, allora, ci avrebbe creduto – eppure se nel 2017 siamo qui a ricordare quei giorni con un pizzico di nostalgia, lo dobbiamo a Johnny Rotten, Steve Jones, Glen Matlock, Paul Cook e al compianto Sid Vicious. Band che ha portato il punk ovunque e spinto migliaia di ragazzi a suonare per limpido divertimento. Senza “Never Mind the Bollocks” il rock non sarebbe quello che è oggi e forse nemmeno l’odierna scena musicale. Il nome dei Sex Pistols resterà per sempre scolpito nel grande libro del rock e nel cuore di tanti di noi. Per l’appunto – “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”. Let’s go!

Stefano Buso

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