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Opinioni e commenti
 

Storia della sinistra delle divisioni
Pubblicato il 10-10-2017


C’è qualcosa che caratterizza la sinistra italiana rispetto al resto del panorama politico. Ed è la propensione a dividersi. Questo è storicamente accertabile fin dalla nascita del movimento organizzato dei lavoratori. Il primo atto del congresso del primo partito d’origine internazionalista, e cioè il Partito dei lavoratori nato a Genova nel ferragosto del 1892, fu la scissione tra socialisti e anarchici. Questi ultimi avevano lanciato per primi l’Internazionale in Italia a partire dal congresso di Rimini del 1872 e promosso poi due insurrezioni, a Bologna e nel Matese, in nome del profeta Bakunin e finanziate dal ricco Carlo Cafiero che, a forza di dilapidare il suo patrimonio, finì in miseria e morì pazzo. Poi le lotte tra riformisti, nella doppia versione, alla Prampolini (il socialismo evangelico e costruito dal basso) e alla Turati (il socialismo pragmatico, come trasformazione continua “delle cose e delle teste), con i sindacalisti rivoluzionari, che lanciavano lo sciopero insurrezionale vaneggiando di ore X, sulla scorta dell’elaborazione del filosofo francese Jean Sorèl.

Poi, ancora, le divisioni tra riformisti, a partire dal 1911, quando Giolitti iniziò la guerra di Libia, con Turati e Treves che ne derivavano l’esaurimento dell’appoggio parlamentare al governo, mentre Bissolati, Bonomi e Cabrini ritenevano un errore il passaggio all’opposizione. Il conflitto si concluse, al congresso di Reggio Emilia del 1912, con l’espulsione di questi ultimi decretata dall’odg Mussolini. E Bissolati e compagnia costituirono il Psri. Poi il dissidio tra interventisti e neutralisti durante il primo conflitto bellico, quello tra massimalisti e riformisti nell’immediato dopoguerra, e quello, nell’ambito dei massimalisti, tra i rivoluzionari unitari alla Serrati, contrari all’espulsione dei riformisti dal Psi imposta dai bolscevichi, e i comunisti puri, alla Bordiga, Gramsci e Bombacci, completamente supini a Mosca, che a Livorno del 1921 fondarono il Pcdi, convinti di fare la rivoluzione anche in Italia. Poi l’assurda espulsione, proprio nell’ottobre del 1922, dei riformisti dal Psi, i quali si riunirono nel Psu, con segretario Giacomo Matteotti. E pensare che nel 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. I rivoluzionari preferirono sognare la rivoluzione armata e la dittatura del proletariato aprendo così le porte al fascismo.

Anche nel Pcdi si consumarono rotture. Alla fine degli anni venti-primi trenta si verificarono i casi Tasca, Silone, quello del trio Ravazzoli, Leonetti e Tresso, tutti espulsi da Ercoli Togliatti per deviazionismo, nel clima della caccia ai trozkisti aperta da Stalin. In casa socialista, nel 1930, una prima unificazione, nell’esilio parigino, tra il Psi di Nenni, che si era opposto alla fusione col Pdci proposta da Serrati e dai suoi terzinternazionalisti, i quali ultimi confluiranno poi ugualmente nel partito comunista, e il Psu (che divenne Psli e poi Psuli) di Turati e Saragat. Ma il partito unificato perdette l’ala della Balabanoff che fondò un altro partitino socialista e si tenne la testata dell’Avanti (il Psi fece ricorso al Nuovo Avanti). Intanto dentro il Pdci le posizioni di Bordiga vennero soppiantate da quelle filo staliniste di Togliatti e il leader comunista napoletano si spinse fino a fondare la Quarta internazionale. Mentre infuriavano venti di guerra nazisti e comunisti firmarono il patto di non aggressione del 1939 (poco prima comunisti e anarchici si erano furiosamente combattuti durante la guerra di Spagna) e anche i comunisti italiani si sottomisero alla nuova regola che considerava inutile la lotta al nazifascismo. Solo Teraccini si oppose e venne espulso. Anche Nenni, che aveva sottoscritto il patto di unità d’azione coi comunisti, si dimise dal vertice socialista che passò in mano a Tasca, Saragat e Morgari. Poi tutto si aggiustò dopo l’operazione Barbarossa del 1941.

Ma i socialisti, rinati in Italia nel 1944 col nome di Psiup, frutto dell’unificazione del Psi col Mup di Lelio Basso, erano divisi sul comunismo e la scissione di palazzo Barberini del gennaio consacrò la nascita del nuovo Psli, che divenne Psdi nel 1951 dopo la nuova parziale unificazione tra il partito di Saragat e gli autonomisti del Psi guidati Giuseppe Romita. Esplose nel Pci, nel gennaio del 1951, il caso Magnani, che contestò il mito dell’Urss e nacquero i Magnacucchi (Cucchi, medaglia d’oro della Resistenza, lo seguì nell’Usi). Nel 1957 al congresso di Venezia del Psi, dopo la svolta autonomista di Nenni, confluirono nel Psi Magnani e il movimento di Tristano Codignola, e poi anche Giolitti e un gruppo di intellettuali che provenivano dal Pci e non avevano accettato il culto dei carri armati a Budapest. Ma nel Psi si aprì una dura e sordida lotta tra le correnti con la sinistra di Vecchietti e Valori (e anche di Basso) che contestarono il centro-sinistra e nel gennaio del 1964 costituirono il Psiup. Nel 1969 vennero espulsi dal Pci i giornalisti del Manifesto, tra i quali la Rossanda e Magri, accusati di deviazionismo, mentre in tutta Italia la sinistra estrema di dimensione giovanile e studentesca creava movimenti: da Potere Operaio, a Lotta Continua, ai Marxisti leninisti. A loro volta divisi in frazioni e tendenze.

Nel 1972 si sciolse il Psiup, ma nacque il Pdup, con innesti vari nel panorama sinistro. Intanto Marco Pannella, di derivazione liberale, promuoveva una sinistra diversa, orientata alla lotta per i diritti civili col suo Partito radicale. Nel 1989 si sciolse il Pci dopo la fine del comunismo e poco dopo nacquero il Pds e Rifondazione comunista. Il Pds divenne poi Diesse e con la Margherita, frutto di confluenze tra sinistra Dc e Verdi di Rutelli) nel 2007 battezzò la nascita del Pd. Una parte di Diesse non ci stava e mentre Angius ed altri aderirono alla Costituente socialista (che aggregava anche lo Sdi di Boselli e il Nuovo Psi di De Michelis) Mussi e altri lanciarono Sinistra democratica. Nel 2009 nacque Sel (congiunzione tra ex di Rifondazione, Sinistra democratica e parte dei Verdi). Nel 2014 nasce Sinistra Italiana, frutto dell’unificazione tra Sel e Fassina e altri ex Pd, nel 2017 nasce Mdp, frutto della scissione di D’Alema e Bersani. Nasce anche campo Progressista di Pisapia, prima alleato con Mdp e poi, pare, col Pd. E potrei continuare con ulteriori dettagli e frammenti, ad esempio nelle diverse sigle del residuato comunista (Sinistra anticapitalista, Falce e Martello, Pci e altro) e socialista (Risorgimento, Socialisti in movimento e altro).

Mi fermo qui, col respiro pesante. E mi chiedo: perché questo voluttuoso e masochista gioco alla separazione ha unito, nelle sue diverse forze, il tragitto della sinistra italiana nella sua lunga storia? Perché, a costo di favorire la vittoria di quel che si riteneva l’avversario, la sinistra ha preferito lacerarsi? Perché, anche di fronte ai pericoli più gravi, la sinistra ha saputo solo distruggersi? C’è un’idiozia di fondo che anima diversi comportamenti. Nasce da un convincimento che l’ideologia sia più forte della realtà. L’ideologia come paraocchi è una malattia grave. Il grumo ideologico, il marxismo, il leninismo, ma anche altri dogmi, vedi quello assurdo e recente della rottamazione, che nascono sempre da libri e progetti, da precetti, profezie e veggenze, sono da concepire come prioritari. Questo provoca due conseguenze. La prima è quella di misurare gli altri in base alla vicinanza o meno rispetto alle teorie, la seconda è quella di trasfigurare la vita reale con la lente ideologica. Questo, che non avviene per la destra che è senza vati e profeti, succede anche oggi, perché le questioni personali (le ambizioni, le gelosie, le vendette) spesso si intrecciano ai percorsi politici. Anche oggi vengono politicamente bollati come non di sinistra, fuori dalla sinistra, o non sufficientemente di sinistra, partiti e personaggi politici senza possibilità di replica. Oppure come vecchi, troppo utilizzati, riciclati, personalità di valore in nome di una nuova ideologia che Ugo Intini ha definito “la lotta delle classi”… Non è così per la destra, che non mi risulta abbia mai espulso nessuno, perché non possiede testi sacri da far rispettare, che non ha messo al bando nessuno seguendo una teoria unificante e assoluta. E senza comprendere che anche questa parola, la sinistra, è ormai priva di significato se non la si avvalora di precisi e attuali programmi e comportamenti. Per questo bisognerebbe oggi azzerare molte cose e ripartire da capo. Soprattutto ripartire da una sinistra non più ideologica, che sa comprendere la realtà e sa cambiarla. E’ in fondo quella che molti di noi hanno sognato e che non c’è mai stata. Quella che forse resterà solo un sogno. Ma se nessuno si sveglia non lamentiamoci poi se in Italia come in Europa la sinistra traballa…

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore,
    è vero, quella delle scissioni è una patologia della sinistra, ma il calo dei consensi ha davvero a che fare con questa patologia?
    Vorrei capire un paio di cose: esiste ancora un elettorato di sinistra? E se esiste, perché se lo stanno mangiando i due movimenti populisti?
    Cordiali saluti, Mario.

  2. Ci sono sempre motivi per discutere, e mettere in discussione tutto, e anche per dividersi, ed è sovente successo così anche per i confini di tante Nazioni, fino a quando, tra confronti e scontri, non si raggiunge un “punto fermo”, che può non essere perfetto ma rappresenta la migliore forma di equilibrio raggiungibile, tra le varie aspettative in campo (tale cioè da non dover essere messa in discussione, pena il rischio di ricadere in tensioni e conflittualità).

    Anche per i socialisti il riformismo poteva rappresentare un tale “approdo”, per così dire definitivo, tanto da non doverlo più mettere in dubbio, ma mi par talora di scorgere una qualche “pulsione” verso posizioni ideologiche, che si addicono poco ad un riformista – che dovrebbe guardare innanzitutto alla soluzione dei problemi – anzi lo snaturano, e trascinano peraltro verso un’area politica già abbastanza affollata (dove vedo poco o nullo spazio per la cultura riformista).

    Anche la domanda che si pone Mario non mi pare fuori luogo.

    Paolo B. 10.10.2017 .

  3. Complimenti per la precisione e la memoria! A parte questo, il retropensiero soprattutto cattolico, quello della Inquisizione, del ‘cattivo da espellere’, del ‘demone da esorcizzare’ hanno permeato l’inconscio dei mondi della sinistra più che quelli della destra’, più pragmatici e che non hanno nascosto un loro lato ‘un pò egoista e individualista’, Dover essere a favore della classe operaia, difenderne i diritti, etc, credendosi al di fuori dei conflitti interiori, dei sentimenti di invidia, gelosia, etc. tutti proiettati all’esterno dimenticandosi di avere dei problemi, è la mancanza più gravida di conseguenze che ci possa essere. Quanti individidui perdono il contatto con se stessi, e si credono quello che non sono!! Poi i ‘nodi’ si fanno insopportabili, e le scissioni fioccano..
    M in qualche modo fa parte della vita, certo, non molto evoluta, che non è perfetta. L’errore è pensare la politica quqlcosa ‘ a parte’ rispetto alla vita

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