lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Terzo settore, una riforma
in chiave innovativa
Pubblicato il 13-10-2017


terzo_settoreCon la pubblicazione in G.U. del D. Lgs. n. 117 del 3 luglio 2017, è stato dato finalmente il via alla tanto agognata riforma del Terzo Settore, che disciplina, in chiave decisamente innovativa rispetto al passato, tutta la normativa riguardante il funzionamento dell’associazionismo e del volontariato: è nato così il Codice del Terzo Settore!

Con questo decreto, infatti, in una forma omogenea ed univoca, sono state stabilite importanti novità, in un’ottica di semplificazione ed efficienza da un lato, di garanzia, pubblicità e trasparenza dall’altro.

Queste le principali novità della riforma:

– Abrogazione della vecchia normativa: vengono abrogate diverse normative, tra cui due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).

– Individuazione degli ETS, Enti del Terzo Settore: sono tutti i soggetti che si iscriveranno nell’istituendo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (c.d. RUNTS), Gli elementi che accomunano gli ETS sono anzitutto lo svolgimento, in via esclusiva o comunque principale, di attività di interesse generale, tipiche e caratteristiche degli enti non lucrativi (quali gli interventi e i servizi sociali, le prestazioni socio-sanitarie, gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio), ma anche attività nuove ed emerse in anni più recenti (quali l’alloggio sociale, l’agricoltura sociale e la riqualificazione dei beni pubblici inutilizzati). Il secondo elemento che caratterizza gli ETS è il perseguimento esclusivo di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, pertanto qualsiasi altra finalità non è ammessa. Naturalmente gli ETS non possono avere scopo di lucro; l’unica eccezione è per le imprese sociali nelle quali è possibile, entro certi limiti, distribuire gli utili e quindi remunerare il capitale.Agli ETS le pubbliche amministrazioni avranno l’obbligo di rivolgersi nella fase della co-programmazione e co-progettazione delle loro politiche sociali, anche attraverso sistemi di accreditamento. In sostanza, finalmente, il volontariato verrà coinvolto nei processi decisionali di soddisfacimento dei bisogni della collettività già a partire dalla fase programmatoria, dovendo essi essere necessariamente interpellati nella “costruzione” dei progetti sul sociale. Gli ETS, distinti per categoria, dovranno acquisire la personalità giuridica attraverso il notaio, che trasmetterà tutti i dati al Registro Unico.Gli ETS sono distinti in sette diverse tipologie:organizzazioni di volontariato (che dovranno aggiungere Odv alla loro denominazione); associazioni di promozione sociale (Aps); imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali), per le quali vi sarà un d. lgs. a parte; enti filantropici; reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (associazioni riconosciute e non, fondazioni, enti di carattere privato senza scopo di lucro diversi dalle società).Restano esclusi dagli ETS: le amministrazioni pubbliche, le fondazioni di origine bancaria, i partiti, i sindacati, le associazioni professionali, di categoria e di datori di lavoro. Per gli enti religiosi il Codice si applicherà limitatamente alle attività di interesse generale.

– Previsione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore: tutti gli enti del mondo non profit dovranno iscrivervisi per accedere alle agevolazioni ad essi riservate e dovranno comunque avere un patrimonio minimo. Il registro sostituirà tutti i registri regionali, sarà istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sarà operativamente gestito con modalità informatiche su base territoriale e distinto per sezioni; ciascuna Regione e Provincia autonoma, pertanto, è chiamata ad individuare una struttura indicata come “Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo Settore”. Gli ETS, con l’iscrizione al Registro, saranno tenuti al rispetto di vari obblighi riguardanti la democrazia interna, la trasparenza nei bilanci, i rapporti di lavoro e i relativi stipendi, l’assicurazione dei volontari, la destinazione degli eventuali utili.Ma potranno accedere anche a una serie di esenzioni e vantaggi economici previsti dalla riforma, ad esempio incentivi fiscali maggiorati (per le associazioni, per i donatori e per gli investitori nelle imprese sociali), risorse del nuovo Fondo progetti innovativi, lancio dei “Social bonus” e dei “Titoli di solidarietà”. Una parte consistente del Codice è dedicata ai Centri di servizio per il volontariato (CSV), interessati da una profonda revisione in chiave evolutiva che ne riconosce le funzioni svolte nei primi 20 anni della loro esistenza e le adegua al nuovo scenario.

La riforma del Terzo Settore segna dunque, inevitabilmente, uno spartiacque nel campo dell’associazionismo e del no-profit, creando una disciplina unica ed omogenea a fronte delle tante leggi e disposizioni normative preesistenti, che spesso davano vita a interpretazioni incoerenti e contraddittorie tra loro, ma soprattutto questa riforma contribuisce a ridefinire i contorni delle attività che possono essere espletate nel campo sociale, dei ruoli che ciascun ente puo’ o deve avere perchè si dica appartenente al terzo settore e ha l’obiettivo finale di evitare che dietro ad organizzazioni che apparentemente perseguono finalità non lucrative, si celino soggetti che utilizzano lo status di no-profit per raggiungere scopi alternativi e per nulla rispondenti a quelli stabiliti dalla legge, a discapito dei cittadini deboli e svantaggiati, destinatari finali della riforma.

Stefania Bruno

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