mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Tra Caporetto e Anna Frank
Pubblicato il 24-10-2017


Si fa un gran parlare di storia in questi giorni a cent’anni dalla ritirata di Caporetto che destò in tutti gli italiani il senso della difesa del suolo patrio dagli invasori austriaci e per l’infame gesto di taluni sedicenti tifosi laziali che in sfregio ai romanisti hanno montato il volto dell’ebrea Anna Frank su una casacca giallorossa. Ma la storia andrebbe insegnata a scuola, di storia bisognerebbe discutere in televisione, sui social, come una volta accadeva nei partiti, che erano una sorta di università popolare anche per chi non aveva la possibilità di studiare. E conciliava le riflessioni e il confronto.

Caporetto, lo ha ricordato opportunamente il capo di stato maggiore dell’esercito italiano in un’intervista al Corriere, non fu una disfatta, ma l’occasione per riscoprire da parte di tutti gli italiani il senso di appartenenza. In fondo gli austriaci, supportati a Caporetto dall’esercito tedesco, che poi fu indotto a trasferirsi sul fronte francese, stavano sfondando oltre il Piave e minacciavano di arrivare nella pianura padana. Voglio ricordare la posizione assunta da Filippo Turati, contrario, come quasi tutti i socialisti (ma non Bissolati, Salvemini, naturalmente Battisti) all’intervento. Il grande leader riformista volle dichiarare sulla sua Critica sociale che anche i socialisti, di fronte a un’invasione, dovevano combattere. Fu clamorosamente messo in minoranza nel Psi e al congresso del 1918 politicamente processato (da quel momento e fino alla sua espulsione dal Psi del 1922 Turati confidò di ritenersi costantemente “alla sbarra”).

Nessuno può oggi non sentirsi onorato dai tanti ragazzi che per l’Italia hanno combattuto e sono caduti al fronte (oltre 650mila) e se la posizione pacifista o non interventista era pur motivata da nobili e prevalenti sentimenti umanitari, quella dei tanti socialisti che scelsero di arruolarsi era ispirata da importanti ideali post risorgimentali (tra i primi partirono volontari i nipoti di Garibaldi, Bruno e Costante, che caddero, nel gennaio del 1915, nelle Argonne, in difesa della Francia) e dalla considerazione politica circa la necessita di battere l’imperialismo austro-ungarico. Bisognerebbe chiedersi cosa sarebbe stato della nostra indipendenza se gli imperi centrali avessero avuto la meglio. Ma anche coloro che, come Turati, erano schierati contro l’intervento, dopo Caporetto, sentirono l’impulso di difendere i nostri confini.

Meglio sarebbe stato, per i socialisti, seguire Turati e non Serrati, che portò il partito all’adesione alla Terza internazionale, al culto di Lenin e del bolscevismo, al mancato accordo coi popolari, che le elezioni del 1919 avevano rilevato numericamente possibile, fino, dopo la scissione dei comunisti puri nel 1921, alla folle espulsione di Turati e dei riformisti a pochi giorni dalla marcia su Roma. Meglio sarebbe stato per i massimalisti-comunisti evitare di criminalizzare i combattenti e di stracciare nei comuni le bandiere tricolori per issare al loro posto quelle dei soviet. Ma questa é un’altra storia. Com’é un’altra storia la drammatica persecuzione degli ebrei, quella dei campi di sterminio, oltre a quella delle leggi razziali che nel 1938 equipararono il fascismo al nazismo.

Nessuno poteva immaginare che un gruppo di tifosi irresponsabili e ignoranti potesse arrivare a questo volgare punto di antisemitismo. Ma a questo siamo. Anna Frank, poco più che bambina, é stata compagna delle nostre prime letture con quel suo diario spacca cuore. Questi barbari hanno deturpato non solo la sua candida immagine di innocente che va a morire, ma hanno offeso i nostri ricordi. Se negli stadi italiani, come vado sostenendo da anni, si applicasse integralmente il modello inglese (dove non ci sono barriere tra spalti e campo, dove non ci sono transenne che separano i tifosi, ma sono vietati i club ultras e anche nelle curve ognuno é obbligato a stare al posto assegnato) tutto questo non succederebbe. Non giriamoci attorno e non salviamo l’anima colpendo nel mucchio, con qualche giornata di squalifica alla curva o allo stadio. C’è nei nostri stadi un servizio di telecamere a circuito chiuso, i biglietti, contrariamente al resto del mondo, sono nominativi. Si tirino giù dal letto i colpevoli e vengano tenuti in gattabuia e impediti per il resto della loro vita a metter piede in uno stadio. Le questure escano da uno stato di pigrizia che li spinge sempre a vietare, ma non a reprimere. Vogliamo i nomi e i cognomi dei responsabili e pretendiamo che paghino per questa offesa all’umanità.

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Commenti all'articolo
  1. E il bello è che, tolti i calcisticamente agnostici, la maggior parte dei 20 mila ebrei romani – quella romana è la più antica comunità ebraica d’Europa – è innamorata e tifosa proprio della Lazio. Come si saranno sentiti domenica scorsa? Un tifoso vip, il giornalista Clemente J. Mimun, ebreo, romano e laziale, ha già dichiarato che non metterà più piede all’Olimpico. E non è la prima volta che succede, ma spesso i laziali si tenevano queste “perle” per i derby con la Roma (molti ricorderanno il famo striscione “curva de froci e d’ebbrei”). Perché contro il Cagliari, città dove non esiste nemmeno una comunità ebraica riconosciuta dall’Ucei (Unione Comunità ebraiche italiane)? In ogni caso è un problema antico. Anni fa vi fu un incontro ufficiale tra una cinquantina di israeliti di fede biancoceleste e il discusso e controverso presidente del club Claudio Lotito. Evidentemente non è servito a nulla.

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