mercoledì, 19 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Trentin, Di Maio e i sindacati
Pubblicato il 02-10-2017


Le dichiarazioni del candidato alla premiership dai Cinquestelle, Luigi Di Maio, sui sindacati, hanno sollevato un coro di indignazione dai leaders delle tre confederazioni.

Non vi è dubbio che le affermazioni di Di Maio risentono di rozzezza politica e scarsa conoscenza della materia e, però, il tema della trasparenza interna ai sindacati, in particolare su bilanci, uso delle risorse e regole democratiche, sia da tempo all’ordine del giorno, senza dimenticare che si discute anche, tra gli studiosi di diritto del lavoro e tra i decisori politici, di una legge su rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi, tenendo conto che esiste una norma della Costituzione, l’art. 39, inattuata al riguardo, che prevede anche l’obbligo per i sindacati registrati di “statuti a base democratica”.

Se le parole di Di Maio risentono di quella diffidenza politica verso i corpi intermedi della società, tipica dei populismi (in questo caso del web), sulle questioni della democrazia interna e della trasparenza i sindacati appaiono in colpevole ritardo, con zone grigie di gestione del potere non ammissibili.

A tal proposito sembrano profetiche le pagine dei “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin, recentemente pubblicati. Trentin, certo con un eccesso di distacco intellettuale che sconfina sovente nel sussiego, quasi che l’autore dei diari non fosse stato un leader prestigioso della Cgil ed esponente e parlamentare del Partito comunista, descrive impietosamente, in quegli anni turbolenti di transito dalla Prima alla Seconda Repubblica, con sullo sfondo la fine della divisione geopolitica in blocchi a seguito del crollo del comunismo sovietico, le vicende politiche e sindacali italiane, esprimendo giudizi fortemente negativi nei confronti, tra gli altri, di Guido Carli, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria e del Pci-Pds del tempo, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza. Trentin, in un caleidoscopio di critiche feroci, annota epiteti pesanti come “miserabili”, “tristi figuri”, “satrapi”, “ceto burocratico di intermediazione”, “avventurieri da strapazzo”, “losche macchiette”. E parole di critica non risparmiano neppure Luciano Lama e lo stesso Pietro Ingrao, con cui Trentin ebbe un lungo sodalizio politico; Giorgio Benvenuto e anche Bettino Craxi (definito di tendenza “giacobina”) sono destinatari di commenti più asettici e solo a Vittorio Foa è riservata un po’ di considerazione.

E chissà cosa penserebbe Trentin della politica e del sindacato dei giorni nostri. Già, meglio non pensare a cosa avrebbe scritto nei suoi “Diari” Bruno Trentin su questa politica confusa e su un sindacato che ha rinnovato il contratto nazionale dei metalmeccanici con modestissimi aumenti salariali, che ha incassato senza fiatare le accuse di Papa Francesco e di Confindustria di “corruzione”, su pensioni e crociere d’oro dei sindacalisti.

Maurizio Ballistreri

 

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