lunedì, 23 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Legge elettorale e opinione pubblica instabile
Pubblicato il 19-10-2017


La questione relativa alla legge elettorale sta denotando, ancora una volta lo stato confusionale dell’opinione pubblica italiana, sempre più incapace di distinguere e capire, e sempre più avvezza a farsi trascinare dai magici pifferai che urlano più forte, trascinando il confronto nello scontro biliare di acida incompetenza. L’oggetto del contendere sembrerebbe, oggi, l’impossibilità di scegliere direttamente, con il voto, il governo. “Un attacco alla democrazia”, urla qualcuno. “Il rischio di deriva totalitaria” paventa qualcun altro. “I governi si decideranno dopo il voto” minaccia qualcun altro ancora. Ma proprio su questo, vorrei incentrare questo mio scritto, perché un’affermazione del genere tradisce un’ignoranza della storia italiana senza precedenti. L’unico sistema in grado di garantire infatti la certezza dell’elezione di una maggioranza in grado di formare un governo, sarebbe un sistema maggioritario che premiasse il primo partito (in subordine il gruppo di liste collegate). Ma si tratta di una proposta che è stata avversata, nel nostro paese, fin dal primo momento in cui è stata avanzata.

Siamo nel 1953 e la Dc avanza l’idea della legge maggioritaria, bollata subito “legge truffa”. La legge 148/53 proponeva di assegnare il 65% dei deputati alla lista, o al gruppo di liste collegate, che avesse superato il 50% dei voti. Già per De Gasperi, insomma, il tema della governabilità era un tema fondamentale. Lo statista trentino aveva capito, con largo anticipo, quanto deleterio sarebbe stato un governo costretto a mediare continuamente a causa di maggioranza instabili, ricattate dal potere di veto di micro partiti interessati a mantenere i propri spazi e le proprie funzioni di gestione.

La prima repubblica, quindi, è stata soggetta alle regole di un proporzionalismo che non consentiva indicazioni sulle maggioranze di governo. Queste, infatti, sarebbero state esclusivamente maggioranze del giorno dopo, frutto di estenuanti trattative a cui, dopo, sarebbero seguite altre trattative per la formazione dei governi, con un presidente del consiglio indicato, come da prerogative costituzionali, da parte del presidente della repubblica. I partiti e gli italiani si sono poi opposti a tutte le proposte di trasformazione in senso migliorativo delle regole del gioco.

Prima hanno votato per abolire le preferenze multiple, per poi aborrire anche la preferenza unica. Si sono innamorati per un po’ dei collegi uninominali, poi hanno assistito inermi all’arrivo sulle scene del “Porcellum” una legge costruita appositamente per bloccare le prospettive del centrosinistra, dato per vincente dai sondaggi, nel 2006; hanno guardato con sospetto alle proposte per una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, poi all’Italicum renziano, infine al “Rosatellum”. Le accuse all’ultima proposta sono quelle di generare ingovernabilità (già sperimentata e digerita), impossibilità di indicare il premier (già visto che, senza modifiche costituzionali, il popolo non lo eleggerà mai direttamente), impossibilità di costruire maggioranze certe prima del voto. In sostanza, di lasciare invariato il quadro, senza speranza. Ma aldilà del giudizio, positivo o meno, sulla legge in discussione, riusciamo almeno ad accordarci sul fatto che armonizzare le leggi per la camera e il senato è fondamentale? Riusiamo a dire che, con l’introduzione dei collegi uninominali, almeno una parte dei parlamentari sarà eletta direttamente? Riusciamo a capire che questa legge resta, comunque, fondamentale? Perché se un’opinione pubblica di una democrazia matura non riesce ad avere nemmeno queste certezze, il rischio di scadere nell’anarchia del pensiero stupido è dietro l’angolo. E per cadere nel baratro basta un passo.

Leonardo Raito

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Commenti all'articolo
  1. A me pare che non siano mancati gli esempi di maggioranze elette con sistema maggioritario, e numericamente forti, che tuttavia non hanno retto al passare del tempo, nel senso che durante il loro mandato hanno perso pezzi, o la loro compattezza si è affievolita, con inevitabili ricadute sulla governabilità, il che mi fa pensare che la governabilità, unita alla rappresentanza, possa risultare maggiormente stabile con il candidato premier – sostenuto da una o più liste, ciascuna col proprio simbolo – cui riconoscere, laddove venisse eletto, la prerogativa di poter sciogliere le Camere (se non ricordo male, ciò era sostanzialmente prefigurato, insieme ad una norma “antiribaltone”, nella riforma costituzionale del centrodestra che non superò il referendum del 2006).

    Paolo B. 19.10.2017

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