mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

A proposito del progetto ”Anglosfera”, rompicapo del Regno Unito
Pubblicato il 24-11-2017


anglosferaDi recente, si è molto discusso sul concetto di “Anglosfera”, intesa come categoria politico-istituzionale, piuttosto che come area geopolitica di influenza dei Paesi di lingua anglosassone. Nell’articolo “Declino dell’Anglosfera”, pubblicato su “Il Mulino” n. 4/2017 da Mario Ricciardi, viene evidenziato come la conoscenza delle dinamiche che si verificano all’interno della comunità internazionale sia indispensabile per valutare le opzioni politiche a disposizione di ciascuno dei suoi membri, tenendo conto non solo della propensione a tutelare gli interessi nazionali, ma anche della storia delle idee politiche che ne hanno plasmato la cultura e l’opinione pubblica. Ciò, nella consapevolezza – afferma Ricciardi, che in politica, soprattutto a livello delle relazioni internazionali, “non contano soltanto i fatti duri, misurabili, ma anche le percezioni, i simboli e le immagini che catturano la fantasia e sollecitano le emozioni del pubblico, i pregiudizi, i miti”.
Con riferimento al tema dell’Anglosfera, cioè delle vicende che allo stato attuale caratterizzano il ruolo e la presenza dei Paesi che la compongono, con particolare riferimento ai due Paesi simbolo, Regno Unito e Stati Uniti d’America, risulta difficile esprimere un giudizio sul suo possibile futuro; in specie, risulta difficile valutare tale futuro se, nella formulazione del giudizio, si manca di “assumere una prospettiva storica – che non ignori la storia delle idee – indagando il contesto in cui emerge il profilo di una comunità ideale cui appartengono alcune delle nazioni che un tempo erano parte dell’Impero britannico”.
Sebbene l’uso del termine “Anglosfera” sia relativamente recente (risalirebbe al 1995), è all’inizio del nuovo secolo che, secondo Ricciardi, il termine è entrato nel lessico politico, allorché è stato utilizzato per indicare un progetto politico “volto a costituire una sorta di alleanza politica basata sulle presunte affinità culturali che legherebbero il Regno Unito ad alcuni suoi ex possedimenti d’oltremare, e segnatamente Stati Uniti, la parte anglofoba del Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa, l’Irlanda e le Indie Occidentali Britanniche”, con esclusione di India e Pakistan; Paesi, questi ultimi, che, pur avendo avuto un ruolo importante nella costruzione dell’Impero britannico, si collocano però fuori dall’elemento che accomuna gli altri, cioè la lingua e l’interiorizzazione delle stesse idee politiche.
Sebbene l’idea di Anglosfera, intesa come progetto politico, avesse avuto nel passato molti estimatori, nella forma di una “comunità atlantica a guida anglo-americana, è a Winston Churchill che – secondo Ricciardi – si può far risalire la configurazione di quell’idea, così come oggi viene comunemente intesa. Churchill è stato l’autore di “A History of Inglish-Speaking Peoples”, in cui “le vicende di Regno Unito e Stati Uniti vengono narrate come parte di un percorso politico-istituzionale anglofono comune”. Lo statista inglese ha fondato il disegno su due elementi portanti: da un lato, l’idea che i Paesi appartenenti alla comunità ideale dell’Anglosfera condividessero “un patrimonio politico-istituzionale”; dall’altro lato,l’assunto che questo patrimonio fosse valso a stringere una “parentela” che giustificasse l’istituzione di “forme di cooperazione e di alleanza sempre più strette”.
In tal modo, Churchill ha accreditato l’ipotesi che tra il Regno Unito e gli Stati Uniti esistesse una “special relationship”, risalente alle origini comuni, “consolidata sui campi di battaglia nelle due guerre mondiali”, che sarebbe durata nel tempo. Che Churchill sia l’uomo politico britannico che per primo ha lanciato l’idea di Anglosfera, non significa però – avverte Ricciardi – che egli l’intendesse nello stesso modo in cui essa è intesa da chi ripropone la sua realizzazione all’inizio del XXI secolo.
Al riguardo, Ricciardi ricorda che, per quanto Churchill nei suoi scritti abbia accennato a un progetto politico-istituzionale che sembra evocare quello recentemente riproposto, non si deve dimenticare che egli cercava, sì, di accreditare l’idea dell’esistenza di una “relazione speciale” tra Regno Unito e Stati Uniti, “spingendosi fino al punto da ipotizzare una cittadinanza comune” tra i due Paesi, ma il suo obiettivo centrale era “quello di difendere l’Impero Britannico dalle ambizioni statunitensi”.
A dimostrazione che ciò risponde al vero, basta ricordare le perplessità sollevate dal primo ministro britannico, Winston Churchill appunto, all’indomani dello scoppio della Seconda guerra mondiale, di fronte al testo della Carta Atlantica (l’atto che il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosvelt, ha proposto alla firma dell’inglese nell’agosto del 1941, a bordo della nave “Prince of Wales”, al largo di Terranova). L’atto prevedeva, tra le molte cose, che al termine della guerra il futuro del mondo fosse garantito da un ordine globale, costruito sul diritto all’autodeterminazione da riconoscersi a tutti i popoli coloniali. Si trattava, dal punto di vista britannico, di un atto eversivo dell’unità dell’Impero, che Churchill, ob torto collo, ha dovuto accettare, per poter ricevere gli aiuti bellici americani, ma anche per favorire un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella guerra contro la Germania di Hitler e le altre Potenze dell’Asse.
Sulle intenzioni di Churchill, riguardo al suo atteggiamento contro le mire statunitensi, Ricciardi ricorda che, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, Churchill si è impegnato nella promozione dell’unificazione politica dell’Europa; sebbene non sia stato mai chiaro, come osserva Ricciardi, quale “ruolo egli immaginasse per il Regno Unito” all’interno dell’unione dei Paesi europei, è plausibile immaginare che l’adesione al progetto europeo fosse sempre suggerito dalla necessità di difendere il Regno e i suoi interessi imperiali dall’emersione e dalla diffusione del nuovo potere a “stelle e strisce”.
La tarda adesione alla CEE non è che una delle tante prove delle riserve che l’”avventura” europea ha suscitato nella classe politica inglese, come è dimostrato dal fatto che, per tutto il tempo in cui il Regno Unito ha fatto parte dell’Unione Europea, la politica inglese è sempre stata caratterizzata dalla contrapposizione latente tra “remainers” e “brexiters”. Questi ultimi, in particolare, dopo l’avvento dei laburisti al governo del Regno Unito, sono stati momentaneamente messi a tacere, per via del fatto che Tony Blair, ispirato dalla “terza via” elaborata da Antony Giddens, era sembrato fosse riuscito ad assicurare successo e nuovo slancio all’economia inglese sulla base di politiche conformi ai rigidi canoni dell’ideologia neoliberista; ma, alla fine, prescindendo anche dal discredito in cui è caduto lo stesso Blair in seguito all’avventurosa partecipazione, con la seconda guerra del golfo, all’invasione dell’Iraq, è emerso che – come afferma Ricciardi – non tutto all’inizio degli anni Duemila, era come si voleva che apparisse.
La finanziarizzazione dell’economia inglese, privilegiando i servizi finanziari e le opportunità offerte dal mercato immobiliare, aveva prodotto pesanti squilibri economici, mettendo in crisi alcuni settori tradizionali dell’economia reale della Gran Bretagna, ridando “nuova lena” alla tesi dei “brexiters” e riproponendo l’attualità del dibattito sull’Anglosfera; anche perché, nel frattempo, era iniziato, a livello europeo, il processo per l’adozione della moneta unica, che per gli inglesi – sostiene Ricciardi – avrebbe significato “la rinuncia a quella che, prima ancora che un’unità di conto, era un simbolo politico di primaria importanza”, cui era sconveniente rinunciare; la possibile rinuncia a tale simbolo ha aggravato ulteriormente, per una parte almeno dell’opinione pubblica inglese, la percezione negativa del progetto europeo, divenuto perciò oggetto di una crescente ostilità.
Dopo oltre quarant’anni dall’ingresso, nel 1972, della Gran Bretagna nella Comunità Economica Europea (allora l’Unione Europea si chiamava così) e dopo la vittoria dei “remainers” in un referendum indetto nel 1975, l’ostilità nei confronti del disegno europeo ha continuato a crescere, alimentato dalla diffidenza di Margaret Thatcher nei confronti di un’Europa a guida di un’alleanza tra Francia e Germania. Infine, la costituzione di un partito antieuropeo, l’UKIP (United Kindom Indipendence Party) di Nigel Farage, ha spinto il capo del governo conservatore David Cameron ad indire, per paura di perdere voti tra gli elettori conservatori, un nuovo referendum che, svoltosi nel 2016, ha visto sconfitti i “remainers”, costringendo lo stesso Cameron alle dimissioni. Theresa May, il nuovo primo ministro del Regno Unito, è ora impegnata, oltre che a risolvere i problemi della crisi dell’economia inglese, seguita alle politiche di Blair che il suo successore Gordon Brwn non era riuscito a contenerne gli effetti, a negoziare non senza difficoltà la “liquidazione” del’uscita dalla Unione Europea.
E’ plausibile pensare che il progetto ideale di Anglosfera allorché è tornato di attualità all’inizio di questo secolo abbia contribuito a rinforzare nella classe politica inglese il convincimento che il miglior modo per affrontare la crisi economica e sociale, nella quale il Paese era caduto con Blair, fosse quello di uscire dall’Unione Europea. Tale scelta, però, era priva della realistica considerazione che nel frattempo la globalizzazione è valsa a favorire il “consolidamento, sul piano internazionale, di tre aree caratterizzate – afferma Ricciardi – da grande vivacità economica” e da una forte spinta all’autonomia e indipendenza decisionale.
La prima di queste tre aree è quella europea, che, malgrado le tante difficoltà esistenti nei rapporti tra i Paesi membri, gode della prospettiva dei vantaggi che può trarre dal rafforzamento del mercato unico interno e dall’introduzione di una moneta unica, della quale pochi all’epoca della sua istituzione mettevano in discussione la desiderabilità e la fattibilità, per via delle possibilità di crescita e di sviluppo che sembrava promettere a tutti. La seconda area, costituitasi nel Pacifico, include Paesi diversi, per cultura e regime politico, dal mondo anglosassone, ed impegnati a gestire processi di crescita mai sperimentati nel passato dalle economie occidentali più avanzate. Infine, la terza area, collocata al di là dell’Oceano Atlantico, è formata dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Messico e dai Paesi dei Carabi, legati tra loro da accordi di libero scambio, che offrono a ciascuno di essi, almeno potenzialmente, grandi prospettive di crescita e sviluppo.
In queste tre aree, il Regno Unito aveva svolto nei confronti dei Paesi che le costituiscono un ruolo non certo di secondo ordine fino alla fine della Seconda guerra mondiale; all’inizio del nuovo secolo, però, afferma Ricciardi, le cose sono profondamente cambiate, per via del fatto che, da un lato, la fine della guerra ha dato luogo a “una lunga fase di dismissione dell’Impero asiatico” e, dall’altro lato, la presenza britannica nel continente americano non è più tale da risultare significativa, mentre l’area europea, malgrado rappresentasse per i centri finanziari britannici fonte di cospicue rendite, “veniva guardata con ostilità da una parte dei sudditi del Regno”.
Cui prodest la scelta del Regno Unito di uscire dall’Euroopa? Non certo ai “brexiters”, se pensavano che, con l’abbandono dell’Unione Europea, avrebbero potuto realizzare il progetto politico-istituzionale di Anglosfera, con il coinvolgimento automatico del Paese che avrebbe dovuto essere il principale interlocutore del Regno, cioè gli Stati Uniti d’America. A parere di Ricciardi, non è detto, però, che in futuro questo coinvolgimento possa realizzarsi, per via del fatto che, con la fine della Guerra fredda, per gli Stati Uniti “è scomparso il presupposto bipolare che aveva fatto da perno per più di quatant’anni alla politica estera statunitense”. Così, privi di un nemico e dovendo confrontarsi con competitori economici a livello globale, gli Stati Uniti tendono a sottrarsi al peso economico espresso, tra l’altro, anche dalla conservazione della relazione speciale che Churchill pensava potesse esistere tra i due massimi Paesi anglofoni.
Oggi, perciò, dopo aver deciso di uscire dall’Unione Europea, per inseguire la realizzazione di un obiettivo, quale quello del progetto Anglosfera senza aver ponderato bene l’esistenza della situazione globale attuale sul piano materiale e su quello delle idee prevalenti, si trova a dover vivere, sul piano politico, economico e sociale, una delle crisi tra le più gravi della propria storia. Tale crisi non sembra certamente idonea a rendere possibile l’inseguimento di un ricongiungimento sul piano politico-istituzionale con i “cugini” d’oltre Atlantico; questi ultimi, pur condividendo con gli inglesi una parte della loro esperienza, sono anch’essi impegnati a trovare la via che li conduca al ricupero dell’immagine positiva della quale hanno per tanto tempo goduto, senza per questo dover ricorrere, come spesso è accaduto, ad atti di forza unilaterali per la difesa dei propri interessi nazionali.

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