martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Anche la Russia ammette l’aumento di radioattività
Pubblicato il 28-11-2017


Chelyabinsk-Zinc-5Quello che accade oggi a Chelyabinsk sembra un’immagine già vissuta nel passato. Una città della Russia situata sulle pendici orientali degli Urali affronta problemi climatici molto gravi. La chiamano la seconda Chernobyl e si tratta di una nube radioattiva che si espande anche sull’Europa, con un picco di radioattività in Russia, sopra alle montagne degli Urali. A lanciare l’allarme in Europa è stato l’istituto per la sicurezza nucleare francese (Irsn). Di seguito, nel settembre scorso l’agenzia federale per la protezione dalle radiazioni (Bundesamt für Strahlenschutz, BfS) aveva registrato un aumento di radioattività. In particolare è stato trovato l’isotopo rutenio-106 in campioni d’aria provenienti dalla Germania e dall’Austria. Nonostante in Europa la concentrazione in questi livelli non dovrebbe rappresentare rischi e pericoli per la salute e la vita della popolazione, non si può dire lo stesso per i cittadini di Chelyabinsk, che vivono di persona il disastro. Il rutenio-106, individuato sopra agli Urali, è un prodotto di decadimento delle reazioni nucleari: l’uranio o il plutonio di partenza si suddividono in nuclei più piccoli, che decadono in una serie di elementi radioattivi diversi.

Anche se la radiazione è parsa particolarmente alta nell’area di Chelyabinsk, al confine con il Kazakistan, la zona più plausibile di rilascio è situata tra il fiume Volga e gli Urali. Il massimo livello di rutenio-106 è stato registrato dalla stazione meteorologica di Argayash, che si trova a una trentina di chilometri dal sito nucleare di Mayak, negli Urali meridionali, dove oggi viene riprocessato il materiale nucleare esaurito. Non è la prima volta che l’impianto di Mayak fa notizia. Il 29 settembre 1957, questa centrale fu al centro del terzo più grave incidente nucleare di sempre, dopo quelli di Fukushima e Chernobyl: l’evento diffuse una nube radioattiva su una superficie di 52 mila chilometri quadrati. Secondo ordine delle autorità sovietiche l’incidente rimase segreto fino al 1976. L’attuale impianto di Mayak è stato un bersaglio per gli attivisti, i quali affermano che i dirigenti non hanno imparato la lezione del disastro del 1957. Sostengono che l’aumento degli obbiettivi di produzione avviene trascurando la sicurezza necessaria.

Martedì scorso il management di Mayak ha negato ogni tipo di coinvolgimento con l’aumento dei livelli di radiazioni. La dichiarazione pubblicata sul loro sito ci informa, che la società non ha fatto alcun lavoro che negli ultimi anni potesse portare all’emissione di rutenio-106 nell’atmosfera.

In seguito il ministero della Pubblica Sicurezza della regione di Chelyabinsk ha smentito perdite nell’atmosfera di rutenio-106 e ha affermato che il livello di radiazioni nella regione rientra nella norma. La notizia è stata confermata anche da Rosatom, l’agenzia responsabile del nucleare in Russia. Ma Mosca ora ammette che la nube di rutenio-106, che ha sorvolato l’Europa tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre, è stata osservata anche in Russia. Sono stati rilevati nell’aria livelli dell’elemento radioattivo quasi mille volte oltre la norma.

Come dicono gli esperti, tale superamento non è considerato estremamente pericoloso. Però, nell’Irsn hanno dichiarato che se la perdita fosse avvenuta in Francia, la popolazione, nel raggio di qualche chilometro dall’origine della nube, sarebbe stata evacuata. A Chelyabinsk la gente non è stata evacuata.

Finora, la comunità internazionale non ne sa abbastanza per arrivare a conclusioni circa i pericoli che la perdita potrebbe causare. I livelli osservati in Europa non sono sufficienti per danneggiare la salute umana. Ciò non può essere detto con certezza per la Russia.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

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