martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Beni confiscati alla Mafia, come funziona l’ANBSC
Pubblicato il 07-11-2017


I beni confiscati alla criminalità organizzata:
l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

2^ puntata

anbscCon il Decreto Legge n. 4/2010, su proposta del Commissario Straordinario, è stata istituita l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC): finalmente vedeva la luce un soggetto giuridico unico, interlocutore e intermediario tra istituzioni amministrative ed associazioni, capace di garantire un pieno e rapido riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. L’ANBSC si pone come un modello innovativo di cooperazione inter-istituzionale, in quanto primo soggetto misto, con compiti sia operativi che decisionali per quanto riguarda la gestione e destinazione di beni (tanto che nel proprio consiglio direttivo è prevista la presenza di magistrati e dirigenti di uffici governativi). L’ANBSC ha il compito di accompagnare il percorso del bene dal sequestro preventivo fino alla consegna e ha inoltre la gestione del bene fino alla fine dell’iter giudiziario. Essa ha sede operativa nella città di Reggio Calabria, e sedi decentrate a Palermo, Napoli e Milano. Con il Decreto Legislativo n. 159/2011, recante “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”, viene finalmente creata una raccolta unica ed univoca di tutte le norme in materia di beni confiscati. Tra le novità del decreto, il limite massimo di novanta giorni per l’emissione, da parte dell’ANBSC, del provvedimento di destinazione del bene. Con le norme successive, e fino ad oggi, sono stati conferiti ulteriori poteri all’ANBSC, per poter gestire in modo unitario i beni confiscati (a prescindere dal reato commesso), intervenendo anche sulle controversie finanziarie legate al bene (gravami ipotecari, ecc). Sono stati inoltre inseriti tra i destinatari dei beni mobili anche enti territoriali e associazioni di volontariato. Questa la situazione normativa ad oggi. Nell’applicazione pratica, il procedimento di assegnazione e consegna di un bene confiscato alla criminalità organizzata, segue, come si è detto, un iter a sè che consta, in particolare, delle seguenti fasi: – avvio del processo di sequestro e confisca: l’iter parte dalle indagini patrimoniali, che riguardano il tenore di vita, le disponibilità finanziarie, il patrimonio e le attività economiche dell’indiziato e sono estendibili eventualmente a tutti quei soggetti che possano costituire una copertura a traffici illeciti, siano essi persone fisiche (come il coniuge, i figli o i parenti dell’indiziato) oppure giuridiche, società, consorzi e associazioni del cui patrimonio l’indiziato possa in qualche modo disporre. In particolare, esse riguardano il potere economico complessivo dell’indiziato – stimabile in base al possesso di beni di lusso, abitazioni costose, seconde case e terreni, oppure nella frequentazione di determinati ambienti come case da gioco o alberghi di lusso -, le disponibilità finanziarie (cioè titoli, valuta, crediti e proventi derivanti da redditi di capitale e operazioni speculative) e il patrimonio di beni mobili e immobili, di cui le indagini devono poter appurare la formazione progressiva. Le indagini patrimoniali, condotte con il coinvolgimento della Guardia di Finanza, servono ad identificare con precisione tutte le fonti di reddito del soggetto sottoposto al procedimento di prevenzione e ricostruire il flusso di denaro sporco lungo tutti i possibili canali finanziari di riciclaggio, verificando se l’indiziato risulti essere titolare di licenze, autorizzazioni, concessioni o di abilitazioni all’esercizio di attività commerciali e imprenditoriali, comprese le iscrizioni a registri pubblici e albi professionali. Esse hanno inoltre un ruolo importante di ricostruzione del contesto nel quale il soggetto sottoposto a procedimento opera e dei legami interpersonali costruiti attorno alle sue attività. Con il Decreto Legge n. 92/2008, la competenza relativa alle indagini patrimoniali è stata estesa alla Direzione Nazionale Antimafia il cui Procuratore nazionale ha un potere di impulso e coordinamento per effettuare procedimenti di prevenzione. La durata massima di tali indagini è di sei mesi, prorogabili a diciotto mesi in casi estremi. Eventualmente il Procuratore nazionale antimafia può anche avanzare richieste per visionare documenti e atti presso pubbliche amministrazioni, enti creditizi, imprese e società; a tal riguardo, fondamentali sono le indagini bancarie, che rendono possibile l’individuazione di attività occulte e delle relazioni interpersonali degli indiziati; la presenza di prestanome o di forme di occultamento rende però le indagini bancarie, seppur utilissime, particolarmente difficoltose; – sequestro: è la prima azione del giudice ed è una misura cautelare, attuata su impulso dell’organo che propone l’azione, che prevede la sottrazione dei beni all’indagato e la nomina di un amministratore o custode del bene, che dovrà occuparsene, a seconda della natura del bene stesso, per tutta la durata del processo; – confisca di primo grado: è un provvedimento temporaneo adottato dal giudice dopo aver dato udienza a tutte le parti in causa; tale confisca permette di mantenere il sequestro e portare avanti in sicurezza tutto il procedimento di confisca (che deve essere confermato dal giudice di secondo grado); – confisca definitiva: soltanto dopo il pronunciamento definitivo del giudice all’ultimo grado di giudizio possibile, la confisca, fino a quel momento di natura temporanea, è definitiva ed il bene passa all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), che ne avvia, coordina e segue l’iter di assegnazione e riutilizzo. I beni confiscati – che possono essere beni immobili, beni mobili o aziende – non vengono però riutilizzati immediatamente dopo l’entrata in vigore della sentenza definitiva; dopo un periodo che non può superare i novanta giorni, così detto “di gestione” da parte dell’ANBSC, viene definita la destinazione del bene, con due possibili soluzioni: – il bene viene mantenuto al patrimonio dello Stato per vari utilizzi o finalità istituzionali, quali ad esempio la pubblica sicurezza o la protezione civile e ambientale, l’individuazione quale sede per ospitare Caserme e presìdi di legalità (nel caso di beni immobili), ecc; oppure – il bene viene trasferito, a seguito di richiesta da parte dell’ANBSC di apposita manifestazione di interesse, e di riscontro positivo, ad un ente locale (in via prioritaria al Comune, e in via sussidiaria ala Provincia o alla Regione) che ne decide l’utilizzo per finalità sociali. In particolare per i beni immobili: l’ente locale, che intende acquisire al proprio patrimonio il bene confiscato, dovrà specificare, nell’atto deliberativo con cui estrinseca tale volontà, ed entro sei mesi dalla richiesta dell’ANBSC, le finalità a cui destinare il bene e le modalità dell’utilizzo. Nello specifico, potrà decidere: – se amministrare direttamente il bene, attraverso proprie risorse umane, strumentali e finanziarie, e la relativa destinazione; oppure – se assegnarlo in comodato d’uso gratuito, per finalità specificatamente previste dalla legge e previa gara ad evidenza pubblica ad associazioni, cooperative o soggetti del terzo settore specificatamente previsti dalla legge. Infatti, i soggetti che possono essere individuati quali affidatari o concessionari di beni confiscati, sono quelli tassativamente previsti, ossia comunità, anche giovanili, enti, associazioni maggiormente rappresentative degli enti locali, organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11/08/1991 n. 266, cooperative sociali di cui alle legge 08/11/1991 n. 381, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura per tossicodipendenti di cui al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n.309, nonché associazioni di protezione ambientale riconosciute ai sensi dell’art. 13 della legge 08/07/1986, n. 349 e successive modificazioni. I beni possono essere concessi anche a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni, per l’utilizzazione per scopi culturali. L’atto deliberativo con cui l’Ente locale ha estrinsecato la propria volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, verrà così trasmesso tempestivamente all’ANBSC, con allegato un progetto di utilizzo, e da questo momento in poi l’Agenzia dovrà emettere il Decreto di assegnazione del bene, specificandone nell’atto, tipologia (terreno o fabbricato), foglio di mappa, particella, codice identificativo, territorio di ubicazione, estremi dell’atto di confisca e finalità. Il decreto di assegnazione, emesso di norma dal Direttore dell’ANBSC, specificherà anche, in ossequio alla Legge di stabilità 2013 n. 228/2012, art. 1, c. 197, che tutti gli eventuali gravami pendenti sul bene prima della confisca, sono estinti di diritto, ciò in un’ottica di tutela e salvaguardia dei terzi eventualmente titolari di diritti di credito. Una volta ricevuto il Decreto di assegnazione, l’Ente locale dovrà provvedere alla “messa in funzione” del bene se gestito direttamente, ovvero al suo successivo affidamento a soggetto no profit tra quelli sopra detti, mediante un Avviso Pubblico che dovrà contenere le modalità di partecipazione degli aspiranti assegnatari, e soprattutto i criteri di assegnazione dei punteggi al progetto di utilizzo. Il criterio usuale è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, intendendo che i concorrenti dovranno cimentarsi nella presentazione di un progetto di utilizzo sociale del bene, secondo le finalità del Bando, ispirando la propria offerta a criteri di elevata qualità dei servizi resi, e ad ogni voce stabilita dal bando, inerente la qualità progettuale offerta (ad esempio utilizzo di giovani in condizioni di fragilità sociale, utilizzo di metodologie innovative, utilizzo di personale specializzato nelle attività da svolgere ecc.), verrà assegnato un punteggio. Naturalmente si collocherà nella graduatoria di merito il concorrente che avrà ottenuto il maggior punteggio. Generalmente i Comuni sono dotati di un Regolamento interno, approvato in Consiglio Comunale, che disciplina le modalità di assegnazione dei beni, ripartendo le varie funzioni tra l’organo politico (Giunta o Consiglio) per ciò che attiene agli indirizzi generali, e gli uffici, per ciò che attiene alla gestione esecutiva e burocratica. Viene quindi nominato un Responsabile del Procedimento, che dovrà occuparsi di tutta la fase amministrativa, dalla pubblicazione del Bando, alla nomina della Commissione di Valutazione, all’aggiudicazione definitiva ed alla consegna. Interessante da rilevare è la previsione che, tutti i soggetti (soci, coadiutori, dipendenti, ecc.) afferenti al soggetto concorrente ed aggiudicatario, dovranno presentare i certificati giudiziali (Casellario e carichi pendenti) riportanti le loro condizioni rispetto alla giustizia. L’affidamento del bene è disposto mediante contratto a titolo gratuito per un periodo di tempo importante ma comunque limitato (generalmente dai 7 ai 20 anni), al fine di consentire un dispiegamento ottimale delle attività progettuali presentate. E’ inoltre possibile che gli Enti Locali prevedano, nei loro Regolamenti interni, ed in via residuale, che il riutilizzo dei beni confiscati avvenga per finalità lucrative, ma in tal caso, i proventi delle attività svolte, dovranno comunque essere utilizzati per attività sociali. Una volta concesso il bene, l’Ente assegnatario provvederà al controllo ed alla vigilanza affichè tutte le attività contemplate nel contratto vengano rispettate alla lettera segnalando al concessionario, per poterle rimuovere, le eventuali criticità riscontrate. Nei casi più gravi, previsti dal contratto, sarà possibile revocare l’assegnazione. La regolamentazione locale di norma prevede che su ogni bene confiscato assegnato dovrà essere affissa una targa recante le notizie sulla confisca. Le attività comunali, e locali in genere, sono oggi improntate a criteri di trasparenza amministrativa tout court, in quanto la normativa vigente dispone che ogni pubblica amministrazione abbia, nel proprio sito web istituzionale, un’apposita sezione, denominata “Amministrazione Trasparente”, nella quale sono periodicamente pubblicati i dati e i documenti di interesse collettivo. I Comuni più virtuosi, poi, creano nella propria home page una sezione dedicata ai beni confiscati. Nonostante il processo sopra esplicitato sembri apparentemente scorrevole, l’esperienza pratica fin qui osservata rivela una serie di criticità che, purtroppo, ne rallentano l’iter di assegnazione e riutilizzo, spesso paralizzando l’intera attività. Queste le principali: – scarsa comunicazione tra ANBSC ed Enti Locali: spesso le comunicazioni tra questi due soggetti sono lente e imprecise, sia a causa della poca professionalità presente negli enti, dovuta ad una presenza di dipendenti con età media over 55, e quindi con le conseguenti difficoltà nell’utilizzo degli strumenti informatici di comunicazione e trasmissione dati, sia per la mancanza di una specifica formazione che, spesso, avviene sul campo, sulla materia dei beni confiscati. Queste difficoltà, naturalmente, rallentano ab initio il procedimento di cui trattiamo; – lungaggini nella scelta di manifestare interesse all’acquisizione del bene da parte degli Enti Locali: quando l’ANBSC trasmette all’Ente Locale la richiesta di manifestare la volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, l’Ente Locale e, soprattutto, il Comune, ha difficoltà nella scelta, in parte per motivi socioculturali, legati al timore che nessuno possa farsi avanti a concorrere all’assegnazione, temendo, specie negli ambienti piccoli, dispetti e ritorsioni da parte dei proprietari originari, in parte perchè molte volte non si hanno le risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie per accatastare, volturare presso la Conservatoria dei RR.II. e ristrutturare il bene, che comunque, per poter essere utilizzato, necessita di avere tutte le autorizzazioni previste dalla legge (agibilità, certificazione impianti, titolo di proprietà, ecc.). Ecco perché molti Comuni, per superare questo empasse, decidono di ricorrere a fonti di finanziamento extracomunali (Regione, Provincia/Città Metropolitana, Unione Europea, Fondazioni e/o Associazioni private), con la conseguenza che si crea un nuovo iter procedurale dal quale dipende la decisione di accettare il bene o anche di metterlo a bando per il riutilizzo, se già acquisito. Spesse volte i beni rimangono per anni nello stato di “gestione” da parte dell’ANBSC o di “consegna” al Comune, in questo ultimo caso si verifica spesso che i destinatari della confisca, sentendosi ancora proprietari, dispongano del bene utilizzandolo, abitandovi e svolgendo tutte le attività connesse, con la conseguenza che i soggetti preposti, quasi sempre con il supporto delle FF.OO., devono intervenire in modo coattivo (sgombero forzato); – una volta acquisito il bene, pubblicato il Bando ed individuato l’aggiudicatario definitivo, subentra il problema dell’utilizzo: non sono rari, purtroppo, i casi di attentati e atti vandalici, incendi dolosi e quant’altro, volti a scoraggiare gli assegnatari che, spesso, vi rinunciano. Differente è la situazione dei beni mobili confiscati, di più agevole ed immediato utilizzo, e delle liquidità, che vanno a confluire in un apposito fondo statale.

Stefania Bruno

Puntate precedenti
Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

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