lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

David Harvey, gli esiti antidemocratici dell’ideologia neoliberista
Pubblicato il 28-11-2017


david harveyL’antropologo David Harvey, critico del capitalismo globale, ritiene che il biennio 1978-1980 sia “stato un punto di svolta rivoluzionario nella storia sociale ed economica del mondo”; egli è del parere che le coincidenze non casuali accadute in quel torno di tempo non siano state sufficientemente considerate e analizzate, per gli effetti negativi generate dal loro accadimento, in particolare, sul modo di concepire la società, i soggetti che la costituiscono e le regole democratiche che si sono affermate soprattutto nei Paesi avanzati ad economia di mercato, parallelamente allo sviluppo economico che in essi si è verificato a partire dalla prima Rivoluzione industriale.
Quali sono le coincidenze che, secondo Harvey, hanno caratterizzato il biennio 1978-1980? Nel 1978, Teng Hsiao-ping ha liberalizzato l’economia cinese, sino ad allora governata da rigidi principi centralistici d’ispirazione comunista; nell’arco di due decenni, la Cina, afferma Harvey, da Paese arretrato e chiuso in se stesso si è trasformata in “centro aperto del dinamismo capitalista, caratterizzato da tassi di crescita talmente sostenuti da non avere confronti nella storia”. Negli Stati Uniti d’America, accedeva alla guida della Federal Riserve Bank Paul Volcker che, nel giro di pochi mesi, procedeva ad una modifica radicale delle politica monetaria americana, con effetti che si sono ripercossi a livello globale. Con le sue determinazioni, Volcker diventerà noto nel mondo per aver inaugurato una politica monetaria contrattiva, finalizzata a contrastare l’altissima inflazione, al fine di raggiungere la stabilità dei prezzi e rilanciare la crescita, al prezzo però di elevare il tasso di disoccupazione.
In Europa, nel 1979 Margaret Thatcher veniva eletta primo ministro del Regno Unito; la sua azione è stata diretta immediatamente a contrastare il potere dei sindacati, al fine di superare la stagnazione inflazionistica che da dieci anni affliggeva il Paese. Infine, nel 1980, dall’altra parte della sponda atlantica, negli USA, veniva eletto presidente Ronald Reagan, inaugurando una politica che avrebbe avviato gli USA “verso una rivitalizzazione dell’economia fondata da un lato sul sostegno delle manovre compiute da Volcker alla Fed e dall’altro sulla sua personale miscele di politiche finalizzate a contenere i sindacati, a deregolamentare l’industria, l’agricoltura e lo sfruttamento delle risorse e a liberare le potenzialità della finanza a livello nazionale e sullo scenario mondiale”.
Da tutte queste vicende – afferma Harvey – “si sono diramati e diffusi gli impulsi rivoluzionari che hanno trasformato l’immagine del mondo intorno a noi”. Secondo l’antropologo, l’insieme delle vicende ricordate, accadute nel breve lasso di tempo 1978-1980, non possono essersi verificate accidentalmente, per cui ora diventa importante capire “grazie a quali strumenti e attraverso quali percorsi la nuova configurazione economica – spesso indicata con il termine generico ‘globalizzazione’ – sia scaturita da quella precedente”. Teng Hsiao-ping, Volcker, Thatcher e Reagan, per affermarsi – afferma Harvey – “hanno tutti adottato argomenti minoritari diffusi da tempo e li hanno resi maggioritari”, facendo usciere “dall’ombra di una relativa oscurità una dottrina nota come ‘neoliberismo’”, trasformandola nel principio guida della teoria e della pratica economica.
Di questa “dottrina” Harvey mette in evidenza le origini, lo sviluppo e le implicazioni, sul piano teorico, antropologico, sociale, istituzionale, politico ed economico. Innanzitutto, dal punto di vista teorico, l’ideologia neoliberista ha comportato il ricupero dell’assunto secondo il quale “il benessere dell’uomo può essere perseguito al meglio liberando le risorse e le capacità imprenditoriali dell’individuo”, all’interno di un quadro istituzionale caratterizzato da estesi e sicuri diritti di proprietà privata, da liberi mercati e dall’eliminazione dei numerosi “lacci e lacciuoli” che gravavano sullo scambio dei beni e dei servizi.
L’assunto non è stato privo di conseguenze, per il ruolo che nel tempo aveva assunto lo Stato nella regolamentazione dell’economia; un ruolo ridotto dal neoliberismo a quello di “creare e preservare una struttura istituzionale” idonea a garantire l’attuazione delle pratiche neoliberali. Al di là di questo ruolo, lo Stato non doveva intervenire; si è trattato del ricupero dell’antica idea dello “Stato minimo” o dello “Stato guardiano notturno”. Ciò perché, secondo l’ideologia neoliberista, lo Stato non poteva “in alcun modo disporre di informazioni sufficienti per interpretare i segnali del mercato (i prezzi)”; ma anche perché, in ogni caso, soprattutto nelle democrazie, potenti gruppi di interesse potevano distorcere e influenzare “in modo indebito e a proprio beneficio” gli interventi pubblici.
Ovunque, a partire dalla fine degli anni Settanta, si è verificata una “svolta impetuosa” nelle pratiche di politica economica, con la conseguenza della rapida diffusione di una deregolamentazione dei mercati, di una altrettanto rapida e larga privatizzazione di risorse e di beni pubblici, nonché di un progressivo ritiro dello Stato da molte aree d’intervento per scopi sociali. Inoltre, sempre a partire dalla fine degli anni Settanta, i sostenitori dell’ideologia neoliberista hanno iniziato ad occupare posti di responsabilità nei mass-media e nelle organizzazione istituzionali, sia a livello dei singoli Paesi, che a livello internazionale; in particolare, nelle istituzioni finanziarie, come i ministeri del Tesoro e le Banche centrali all’interno dei singoli Stati, o il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, a livello internazionale. L’assunto neoliberista è divenuto talmente egemonico, da radicare nell’opinione pubblica l’idea dell’esistenza di un “pensiero unico”, la cui influenza pervasiva è giunta a costituire parte integrante del modo in cui l’umanità ha incominciato ad interpretare, a vivere e a comprendere il mondo.
L’affermazione egemonica dell’ideologia neoliberista, a parere di Harvey, ha comportato così una generale “distruzione creativa” anche da tanti altri punti di vista, oltre che da quello strettante teorico e delle pratiche economiche; il neoliberismo, infatti, ha determinato il cambiamento delle strutture istituzionali preesistenti, tanto da minacciare la continuità delle forme tradizionali della sovranità statale e della democrazia; ma esso ha influito anche sulle prevalenti relazioni sociali, sugli stili di vita e sulle modalità di fruizione del welfare, facendo “dello scambio di mercato un etica a sé” e radicando l’idea che il bene sociale potesse “essere massimizzato intensificando la portata e la frequenza delle transazioni commerciali”, tentando di ricondurre tutte le azioni umane nell’ambito del mercato. Tutto ciò ha richiesto la predisposizione di apparati idonei a raccogliere, stoccare ed elaborare un’enorme massa di informazioni, ai fruitori consentire di orientare le proprie decisioni nel marcato globale; fatto, questo, che è valso a giustificare l’interesse per le tecnologie dell’informazione e a spingere alcuni opinionisti a parlare dell’avvento, con l’ideologia neolibersita, di una nuova “società dell’informazione”.
Sebbene siano state formulate molte critiche sugli effetti negativi seguiti all’affermazione dell’ideologia neoliberista e alla sua pervasività, manca ancora, secondo Harvey, l’elaborazione di una strategia complessiva, idonea a costituire una cornice che funga da contenitore di una possibile azione politica, volta a formulare un’alternativa al neoliberismo; Harvey suggerisce alcune osservazioni utili in tal senso, orientate ad individuare le forze e le idee sociali dalle quali far nascere tale alternativa.
A parere di Harvey, nell’elaborazione di un’alternativa al neoliberismo, innanzitutto si dovrà prevedere di restituire allo Stato la possibilità di “usare i propri poteri e di stanziare le proprie risorse allo scopo di sradicare fame e povertà e garantire condizioni di sussistenza, protezione dai rischi più gravi e dalle vicissitudini della vita”; ma anche nonché al fine di garantire stabilità di funzionamento del sistema economico attraverso politiche finalizzate a contrastare le fasi negative del ciclo economico. In particolare, la lotta alla povertà dovrà essere considerata prioritaria, in considerazione del fatto che la libertà dal bisogno è sempre stata una delle dimensioni portanti dell’organizzazione sociale affermatasi dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sotto la diretta influenza del pensiero keynesiano.
Nella lotta contro la povertà e le disuguaglianze, approfonditesi con l’avvento dell’ideologia, può essere intesa la ragione dell’emergere, nelle moderne società capitalistiche avanzate, delle “diverse culture d’opposizione che, dall’interno come dall’esterno del sistema di mercato, esplicitamente o tacitamente, respingono l’etica di mercato e le pratiche imposte dalla neoliberalizzazione”. Accanto ai movimenti sociali sorti con l’affermarsi di queste diverse culture d’opposizione, sono poi emersi segni di malcontento nati “all’interno dei circoli politici del potere”, che hanno coinvolto alcuni economisti (come, ad esempio, Jeffrey Sachs, Joserph Stglitz, Paul Krugman e altri ancora), i quali in passato avevano condiviso le idee neoliberiste, diventando ora tanto critici “da ipotizzare un ritorno a un keynesismo modificato, ovvero un approccio più ‘istituzionale’ alla soluzione dei problemi globali, dal miglioramento delle strutture che regolamentano la governance globale a una più rigida supervisione delle sconsiderate speculazioni finanziarie”.
Un’azione politica unitaria, alternativa alla “neoliberalizzazione” dell’economia e della società non può essere elaborata ed attuata senza mettere in discussione – afferma Harvey – “le basi fondamentali su cui è stato costruito il neoliberismo […]. Questo significa non solo rovesciare la politica di sganciamento dello Stato dai provvedimenti sociali, ma anche affrontare gli enormi poteri del capitale finanziario”. A tal fine, a parere di Harvey, non sarà possibile sottrarsi alla considerazione del ruolo che ha avuto la lotta di classe, nel tenere a freno il potere dei gruppi dominanti. Ciò, però, non dovrà significare “nostalgia di qualche perduta età dell’oro in cui si agitavano categorie immaginarie come il ‘proletariato’”; né dovrà implicare l’idea che esista “qualche semplice concezione di classe a cui si può fare ricorso come forza primaria […] delle trasformazioni storiche”. I movimenti di classe, sia quelli popolari, sia quelli di élite, si formano spontaneamente come risposta ai disagi sociali contingenti.
Nell’elaborare l’azione politica unitaria, alternativa alla neoliberalizzazione dell’economia e della società, sarà, tuttavia, necessario tener conto che i movimenti di protesta presentano attualmente una “biforcazione”: da una parte, vi sono movimenti di destra, nazionalisti e xenofobi, poco sensibili nei confronti del metodo della democrazia; dall’atra parte, esistono i movimenti del tutto alternativi a quelli di destra. Compito teorico delle forze democratiche di sinistra è trovare “il collegamento organico” tra i diversi movimenti, per contrapporre alle “politiche del divide et impera delle élite dominanti” politiche di alleanze fondate sul ricupero dei “poteri di autodeterminazione locali” dei popoli.
Solo in questo modo è possibile, conclude Harvey, denunciare il fallimento del neoliberismo; e più se ne riconoscerà la retorica utopistica, fallita, più sarà possibile dare voce e unità d’azione ai movimenti di protesta che chiedono la realizzazione di politiche distributive eque, sia all’interno dei singoli Paesi, sia a livello dei rapporti tra tutte le comunità coinvolte nel processo di integrazione economica nel mercato globale.

Gianfranco Sabattini

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