martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

IL RITORNO DEL CAVALIERE
Pubblicato il 06-11-2017


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I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.

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Commenti all'articolo
  1. Dopo la vittoria in Sicilia del centrodestra, l’attenzione dei quotidiani è su un’altra sfida, meno significativa dal punto dei numeri ma comunque parziale rappresentazione di cosa succede nella pancia dell’elettorato: le elezioni a Ostia, dove al ballottaggio andranno Giuliana Di Pillo (M5S) che ha ottenuto il 30% di consensi, e Monica Picca (Centrodestra 26,9). Nessuna delle due – come testimoniano le interviste al Corriere della Sera di Di Pillo e Picca – ha scelto di fare apertamente la corte agli elettori del terzo candidato: Luca Marsella del movimento neofascista di Casapound che ha ottenuto un inquietante 9 per cento. Ma quei voti rischiano di servire, anche alla luce della grande astensione, vera “vincitrice” a Ostia afferma il politologo Oreste Massari al Corriere, ricordando come i Cinque stelle abbiano perso voti nell’area rispetto alle elezioni della sindaca Raggi. “Sul calo pesa certamente anche il disincanto verso la capacità di amministrare del M5S – la lettura di Massari -. Chiaro che sia un segnale di disillusione anche all’interno dei 5 Stelle, un giudizio in sostanza negativo. Ostia conferma una battuta d’arresto: vero che il M5S è ancora il primo partito e che il risultato è importante. Però è pure vero che si puntava alla vittoria”. Rispetto all’elettorato di Marsella invece Repubblica scrive “Delusi, senzatetto e malavita ecco il bacino di CasaPound” mentre Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, spiega che con i neofascisti “abbiamo un rapporto sereno. Hanno fatto una buona campagna elettorale in un territorio dove sono radicati. Guardiamo con interesse ai loro elettori per questo ballottaggio”.

  2. A mio modesto ed opinabile parere la sinistra, o certa sinistra, dovrebbe dismettere l’abitudine di voler trasformare in “nemico” l’avversario politico – gridando di volta in volta al “cesarismo”, alla “deriva plebiscitaria”, o al “populismo” – e di cercare in altri la responsabilità delle eventuali proprie “sfortune” elettorali, o minori fortune elettorali, perché ciò la distoglie inevitabilmente dai problemi del Paese, così come il darsi sempre ragione in modo piuttosto autoreferenziale, e talora ideologico, quale unica depositaria della verità (mentre ci sono anche le aspettative del Paese che attendono e meritano di essere maggiormente ascoltate).

    Paolo B. 07.11.2017

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