lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Emilio Canevari, cooperatore
e politico di grande valore
Pubblicato il 20-11-2017


Nacque a Pieve Porto Morone, in  quel di Pavia, il  21 gennaio del 1880. Il padre calzolaio e la madre maestra elementare si preoccuparono del suo avvenire avviandolo agli studi, che Emilio compì sino al conseguimento del diploma di geometra. Interessato alla politica, a 20 anni era tra i socialisti del suo paese, impegnato in una intensa attività di propagandista del grande ideale di “riscatto del lavoro”, ma anche tra lavoratori che si organizzavano in cooperative di produzione e lavoro, interessate alle affittanze agricole, in una visione di riformismo socialista che seppe poi conservare per tutta la vita.

Nel 1908 gli venne affidata la direzione del periodico socialista “Il Lavoratore friulano”. Successivamente ebbe incarichi politici a Verona, dove resse la segreteria della Federazione socialista, a Biella e a Pavia, dove fu segretario della Società Umanitaria. Sopravvenuta la Grande Guerra, cercò di limitare al massimo le sofferenze degli strati di popolazione economicamente più deboli, e superando schematiche preclusioni nei confronti degli organi governativi garantì i vettovagliamenti, impedendo nel contempo le tendenze alla speculazione.

Questa attività gli guadagnò una vasta popolarità. Nel 1919 fu candidato alla Camera nella circoscrizione di Pavia, e venne eletto con una buona messe di voti. L’anno dopo entrò nel consiglio comunale e contemporaneamente in quello provinciale. Nella  primavera del ’21 venne eletto nuovamente alla Camera.

In questo periodo avanzò la proposta di dar vita a una Federazione  dei consorzi e delle cooperative edili libera da ogni intermediazione. Di lì a poco, però, l’ascesa del fascismo al governo del paese impedì alle organizzazioni dei lavoratori di operare liberamente. Emigrò allora in Francia, dove curò l’amministrazione dell’Union des cooperatives, con la quale fu possibile garantire agli operai di origine italiana assistenza e lavoro.

Nel marzo del 1930 Canevari rientrò in Italia, ma venne arrestato e condannato a cinque anni, poi ridotti a due. Successivamente venne assegnato al confino di polizia a Rotonda. Rimesso in libertà, si trasferì a Sala Consilina, poi a Roma, dove rimase  per alcuni anni lavorando alle dipendenze di una ditta impegnata nel settore dell’edilizia.

 Dopo il 1940, entrata in guerra l’Italia in alleanza con la Germania di Hitler, prese contatto con vecchi esponenti  socialisti, secondo una tendenza che da allora cominciò a coinvolgere diversi elementi, e il 22 luglio del ’42, in una riunione clandestina con Giuseppe Romita, Olindo Vernocchi, Nicola Perrotti condivise la decisione di promuovere la ricostituzione del PSI, poi effettivamente avvenuta nel settembre dello stesso anno. Nell’aprile del ’43, trovandosi a Milano, venne arrestato, e potè tornare libero solo dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo. Nelle nuove condizioni riprese l’attività politica, e il 23-24 agosto partecipò a un convegno con  Pertini, Buozzi, Lizzadri, Romita, Vassalli, Zagari e altri provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Liguria, dall’Emilia Romagna, dal Lazio e dalla Campania, nel quale si concordò la fusione col Movimento di Unità Proletaria, si ridiede ufficialmente vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e si lavorò alla definizione del suo programma e del suo indirizzo politico. Contribui anche alla rinascita del sindacato: in sostituzione del compagno di fede Bruno Buozzi, e operando assieme al comunista Di Vittorio e  al cattolico Grandi in rappresentanza del PSI, sottoscrisse  il patto per l’unità dei lavoratori socialisti, comunisti e cattolici nella CGIL. Successivamente venne eletto presidente della Lega delle cooperative. Nel gennaio del ’45 visitò alcune zone della Sicilia, scosse da violenti moti popolari, e ne trasse elementi per una critica all’attuazione dei Decreti Gullo sull’assegnazione delle terre incolte ai contadini organizzati in cooperative. Su designazione del partito fece parte del governo Bonomi in qualità di sottosegretario agli Interni e del governo De Gasperi in qualità di sottosegretario ai LL.PP. e all’Agricoltura. La ripresa dell’attività parlamentare lo portò dal 25 settembre del ’45 tra i componenti della Consulta nazionale e dal 2 giugno del ‘46 tra i deputati eletti all’Assemblea Costituente. Memore dello stretto rapporto avuto con il movimento cooperativo, promosse allora l’Unione parlamentare per la cooperazione e ottenne che lo Stato vigilasse sull’attività della organizzazione, come sempre di grande valore sociale. Confermato alla presidenza della Lega delle cooperative, si impegnò in una intensa attività, mantenendo l’importante organizzazione nella scia del riformismo che l’aveva vista nascere, ma dopo la scissione socialdemocratica del gennaio 1947, cui personalmente aderì, non riuscì a impedire le polemiche interne e le rotture nella organizzazione. Di questo approfittarono i comunisti che, in occasione del 2^ Congresso della Lega tenuto a Reggio Emilia il 15-17 aprile del ’47, disponendo della maggioranza, affidarono la presidenza nazionale a Giulio Cerreti, dando così inizio a una fase che interrompeva definitivamente la tradizione riformista della organizzazione. Nel ‘48 fu senatore di diritto e nel ’53  vice-presidente del gruppo parlamentare del PSLI (poi PSDI). Rimase sulla breccia per qualche anno ancora, dando come sempre tutto se stesso alla causa dei lavoratori e del socialismo democratico, poi la stanchezza ebbe il sopravvento e lo costrinse a ritirarsi del tutto a vita privata. Morì a Roma il 21 gennaio 1964.

Giuseppe Miccichè

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