mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Festa del cinema di Roma. Borg/McEnroe di Metz vince con i suoi eroi umani
Pubblicato il 07-11-2017


“Il tennis usa il linguaggio della vita”: parola di André AgassiBorg_McEnroe_anteprima_moviedigger. Inizia così “Borg/McEnroe” (per la regia di Janus Metz), il film sulle due leggende del tennis, che racconta le loro vite, unite ancor di più dalla storica finale di Wimbledon del 1980. E non poteva cominciare meglio; per vari motivi. Innanzitutto perché per loro il tennis era vita. Entrambi non sopportavano di perdere, per loro era appunto una questione di vita o di morte: non esisteva arrivare secondo o terzo. Poi perché, prima che due campioni e due grandi tennisti, furono due grandi uomini. Ed è stata la loro umanità a renderli intramontabili numeri uno. Forse è per tale ragione che il film ha vinto il premio Bnl del pubblico: un altro, un terzo vincitore dunque dopo i due big. Il regista stesso ha confessato di aver voluto raccontare l’universalità racchiusa in loro: è così il quarto vincitore, con la sua scommessa – che si è rivelata fortunata – di umanizzare, da profano, il tennis e renderlo accessibile a tutti; anche ai non addetti ai lavori. Considerate delle star, lottavano come gladiatori e le pressioni e le attenzioni mediatiche avrebbero potuto rovinarli se non avessero dato il giusto peso ai valori veri e imprescindibili. Ed è per questo che resteranno buoni amici (Borg farà da testimone alle nozze di McEnroe e insieme, nell’agosto 2007, hanno recitato in un divertente spot per la catena di supermercati inglese Tesco).
Ed è stata l’umanità che misero e trovarono a fare della finale di Wimbledon 1980 una delle più belle di tutti i tempi; a un cambio campo Borg dette una pacca sulla spalla a McEnroe e gli disse: “tranquillo, é una bella partita”. Con queste parole mostrò vicinanza e fece sì che entrambi dettero il massimo, mettendo in campo uno spettacolo di puro talento, senza scenate di nervosismo. Precedentemente era stato Peter Fleming (interpretato nel film da Scott Arthur) a parlare all’amico John nei seguenti termini: “il prossimo anno vincerai Wimbledon e diventerai numero uno, ma nessuno vorrà essere come te e ti ricorderanno come quel pazzoide che urla contro l’arbitro”. E così sarà; una previsione giusta in quanto McEnroe vincerà Wimbledon l’anno dopo, sconfiggerà due volte Borg e diventerà n. 1, mentre lo svedese si ritirerà a soli 26 anni.
Come già ben evidenziato in “Love means zero” (in cui compare lo stesso Agassi) da Nick Bollettieri, all’epoca i tennisti erano delle star, delle celebrità, rappresentavano un’intera nazione. Erano un esempio per i giovani e un’icona sociale. Il tennis veniva considerato uno sport per gentiluomini ed è per questo che l’atteggiamento irascibile di McEnroe non veniva ben visto e nessuno gli faceva sconti per questo: “È il peggior rappresentante dei valori dell’America dai tempi di Al Capone”, commentavano su di lui. Ma seppe fare della sua rabbia la sua forza. A tale proposito il film sfata anche due falsi miti. Il presupposto è che di fronte (alla finale di Wimbledon) c’erano, da una parte, la pura perfezione di Borg (come un ‘martello pneumatico’ che respingeva tutto); dall’altra la ‘lama affilata’ di McEnroe, che rischiava di diventare il suo peggior ‘incubo’. La stampa parlò della finale di Wimbledon del 1980 come della finale perfetta: Bjorn e il suo gioco tutto da fondo e John con le sue continue e repentine discese a rete, ripetute quanto improvvise. Veniva considerato un confronto di personalità oltre che di stili: avrebbe vinto la fredda e lucida calma e tranquillità di Borg o il nervosismo esplosivo di McEnroe? Le ‘cannonate’ con cui Borg passava McEnroe o le discese a rete fulminee su serve and volley di quest’ultimo, che sorprendevano l’altro? Tutti erano convinti che ci fosse questo dietro. In realtà fu un duplice errore e una visione superficiale della situazione (soprattutto intima di entrambi). Il pensiero comune era: la calma serafica dello svedese con il suo ‘sangue freddo’ contro la rabbia esagerata e immotivata per molti dell’americano e la sua ‘impertinenza newyorkese’. Del resto è dato certo che il tennis è uno sport mentale. Ma c’è dell’altro e sarebbe una visione imprecisa vederla solamente così. Lo stesso McEnroe desiderava giocare una partita senza provare emozioni come Borg, mentre l’altro era sotto pressione e quasi ossessionato dalla paura di perdere l’occasione di vincere il suo quinto Wimbledon consecutivo: “tutti ricorderanno che hai perso il quinto, non che ne hai vinti quattro”. Tutti erano convinti che McEnroe perdesse lucidità quando si arrabbiava in campo, in realtà era l’opposto: era un modo per lui per sfogare tutte le aspettative che avevano su di lui, soprattutto suo padre che lo seguiva sempre e si aspettava molto da lui. Era ansioso di dimostrare chi era e quanto valeva, come Borg del resto.
La finale. Per questo la finale di Wimbledon fu cosa complessa: l’entusiasmo del pubblico sugli spalti sempre più montante, la tensione negli angoli dei due tennisti palpabile, la concentrazione massima e la preoccupazione reale visibili sui volti dei due tennisti. Un gioco strepitoso adottato da entrambi: spolverarono più volte le righe bianche, ma Bjorn seppe sorprendere John contro-attaccandolo e variando lo schema di gioco. McEnroe dette il massimo (con recuperi strepitosi), ma probabilmente pagò la stanchezza di una semifinale durissima contro Jimmy Connors. Ad un certo punto la tensione fu “insopportabile”, Borg stava per sfiorare “l’immortalità” con ben sette match points a disposizione: andò a servire sul 5-4 e 40-15 al quarto set, ma l’americano compì una rimonta eccezionale, con colpi che ebbero del “miracoloso”. Il pubblico non poteva chiedere di meglio: una partita conclusa al quinto set per 1/6 7/5 6/3 6/7 (vinto da McEnroe per 18 punti a 16 con un tie-break durato oltre venti minuti) 8/6, oltre tre ore e mezza di gioco. La vera protagonista fu la capacità di entrambi di rientrare in partita e rimanere sempre lì, concentrati e attenti appunto, anche nei momenti più difficili (soprattutto psicologicamente) del match a dare il massimo per ripartire. Infatti Borg annullerà altrettanti set point a John e chiuderà con un passante di rovescio incrociato magnifico.
Chi erano Borg e McEnroe. A raccontare questo vero e proprio evento (non solo sportivo) è stato anche John Barrett, con testimonianze finali dei tennisti. In questo scontro tra rockstar, “il gentiluomo contro il ribelle” come molti lo ritenevano, McEnroe diventava l’incubo di Borg; “della macchina che potrà rompersi” come lo riteneva. In realtà ogni definizione moraleggiante è errata, poiché si dimostrarono due facce della stessa medaglia, così diversi eppure così simili; perché così umani e così universali potremmo dire. Un esempio della passione fatta persona, per questo un modello per tutti. Anche Borg aveva un carattere irascibile come McEnroe, tanto che da giovane fu espulso per sei mesi dal suo circolo per comportamento antisportivo; come lui un “prodigio”: vincerà in Coppa Davis contro la Nuova Zelanda battendo il n. 20 del mondo Onny Parun a soli 15 anni. Anche lui provava ansia, paura, tensione, rabbia, ma aveva imparato a controllarla con l’aiuto del suo allenatore Lennart Bergelin (Stellan Skarsgard nel film), che fu una figura molto importante, giocando la partita punto dopo punto. Particolarmente meticoloso, era molto superstizioso: non toccava mai la linea di fondocampo, noleggiava sempre la stessa auto, alloggiava nello stesso albergo e nella medesima stanza, dove teneva una temperatura fredda per tenere bassi i battiti cardiaci, un atteggiamento “compulsivo” quasi “come un rituale religioso”. Ma anche McEnroe, che sembrava l’emblema del caos con il suo gioco “istintivo” quasi di pura improvvisazione e immediatezza, non era meno meticoloso nell’organizzazione dei match. In realtà la freddezza, la solidità, l’apparente imperturbabilità di Bjorn nascondevano un’estrema fragilità (tanto che non solo preferì ritirarsi appena iniziò a perdere, ma tentò persino il suicidio nel 1989). Soprannominato Ice man (uomo di ghiaccio), IceBorg (un gioco di parole tra la parola Iceberg e il suo cognome) oppure Orso, traduzione dallo svedese del suo nome Bjorn, in realtà era semplicemente un uomo molto esigente con se stesso. Viceversa, dietro l’apparente sfrontatezza di McEnroe c’era della sensibilità, l’umanità di un uomo con le sue debolezze e anche lui severo con se stesso, tutt’altro che menefreghista.
Il film. “Borg/McEnroe” vuole essere un “ritratto avvincente”, “un racconto epico” di questo “scontro tra titani talvolta claustrofobico, analizzando il tumulto interiore dei due campioni, che hanno finito col fare i conti con loro stessi e i propri demoni” – commenta il regista stesso -. Centrale è “la dimensione esistenziale della storia”. Per questo ridurre il film a un “biopic” è riduttivo. Non è solo la narrazione biografica e cinematografica della vita di Borg, o di McEnroe, perché poi si sovrappongono, ma è anche molto altro. Nella finale di Wimbledon del 1980, come nel loro scontro e nelle loro esistenze, c’era “una sacralità” di fondo notevole: “non si trattava solo di due uomini che giocavano a tennis. Si trattava dello scontro tra due continenti. Due comportamenti, due caratteri opposti messi uno di fronte all’altro. Due modi diversi di essere uomini” – aggiunge Metz -. Probabilmente la forza della sua opera è proprio nella sceneggiatura, nella capacità di focalizzare e incentrarsi su un determinato momento per poi trarne una lezione più generale, nell’alternare momenti narrativi ad altri più intimi e introspettivi, di profonda analisi psicologica dei loro stati d’animo a confronto con se stessi, variando momenti umani delle loro relazioni sentimentali con quelli sul campo. E poi la ricostruzione minuziosa dei particolari: dal campo, ai suoni delle palline diversi a seconda del colpo eseguito. Ottima l’interpretazione dei personaggi da parte degli attori principali (Sverrir Gudnason è Bjorn Borg, Shia LaBeouf è John McEnroe) e delle controfigure (tutti professionisti e competenti di tennis). Non mancano precedenti simili nella cinematografia: pensiamo a “Wimbledon” del 2004, per la regia di Richard Loncraine. Liberamente ispirato alla storia vera di Goran Ivanišević, tennista croato che vinse Wimbledon nel 2001 dopo aver ricevuto una wild card (primo giocatore nella storia), nel film – tra l’altro – compare anche McEnroe. Ma è la costruzione originale di “Borg/McEnroe” ad essere vincente, non una semplice ricostruzione della vita del/i protagonista/i sportivo/i.
Nota di regia. A spiegarlo meglio è stato proprio, alla Festa del cinema, Janus Metz. “Entrambi condividono valori universali e, nonostante le loro personalità così differenti, tutti e due vogliono essere migliori giocando a tennis. Mi interessava analizzare differenze e analogie per scrutare una condizione universale”. In questo il tennis diventa metafora perfetta della vita; “il campo da tennis è delimitato da linee bianche, come dei limiti al caos universale e un modo per imporre un ordine e delle regole da rispettare: quando se ne esce è difficile gestirsi”. Occorre rimanere entro certi parametri, quasi per ritrovarsi, per questo lo stesso regista la definisce “un’indagine quasi filosofica sulla condizione umana”. La parte più difficile – ha raccontato – è stato dover “animare” in qualche modo e rendere interessante le parti di silenzio, in cui nessuno parla, ma vi sono primi piani molto intensi. Ciò ha richiesto una dura preparazione da parte degli attori, che si sono esercitati per sei mesi circa. Rendere tutto autentico era l’obiettivo di un’arte in movimento che si è avvantaggiata di tecnologie nuove e sempre più sofisticate. Un’arte “cinetica” che “evidenzia il lato umano del tennis, la solitudine che si prova quando si gioca, innanzitutto contro se stessi, per ore con molta intensità e questo ti consuma da dentro”. Per questo è stato molto impegnativo farlo, ma il risultato è stato ottimo. Janus Metz Pedersen ha raccontato che Borg è venuto alla prima del film in Svezia e ha detto che era “convincente” e “credibile”. A renderlo più “autentico” il fatto che ad interpretare il 15enne Bjorn è stato proprio il figlio di Borg Leo (avuto dalla terza ed attuale moglie Patricia Östfeldt, che sposò nel 2002; ma Borg ha avuto anche un altro figlio di nome Robi dalla modella svedese Jannike Björling). Il regista, al momento dei casting per gli attori che dovevano interpretare il giovane Borg, è stato contattato dalla famiglia Borg stessa e temette che Bjorn volesse “controllare” il film. In realtà così non è stato. Anzi – ha rivelato Metz – “Borg è stato aperto e coraggioso; ci sono degli aspetti oscuri e disperati non celati; è stato una sorta di viaggio e un’occasione per conoscersi”. Un grosso aiuto nella ricostruzione è venuto da Mariana Simionescu (interpretata dall’attrice Tuva Novotny), che all’epoca era la fidanzata e futura sposa di Bjorn (che sposò nel 1980, da cui divorziò tre anni dopo). Una “testimonianza diretta” la sua, come un po’ “una ricostruzione archeologica e una ricerca storica” è stata tutta la creazione dell’intero film. “Ognuno ha la sua storia e si trattava di mettere insieme tutti i pezzi – ha spiegato il regista -. L’obiettivo era di arrivare a una verità assoluta più profonda nel rapporto tra Bjorn e John, che condividevano dolori comuni, derivanti da dubbi esistenziali e universali che sono interrogativi su se stessi. Entrambi avevano bisogno di sentirsi vivi in campo”. Per questo l’interesse del regista (che confessa di non conoscere molto il tennis) è stato più “nella storia delle persone umane”. Anche la distanza storica con gli anni Ottanta ha fornito uno sguardo critico su quell’epoca più oggettivo. Infine il regista ha raccontato un aneddoto; quando c’è la scena dell’adolescente Bjorn che viene espulso dal circolo, Metz gli chiese se fosse troppo esagerata e Borg rispose: “è proprio così che è andata!”; la sensibilità, ma anche l’insicurezza (e la fragilità) derivante da una forte disciplina.
Borg e McEnroe oggi. Il film non è stata l’unica occasione per rivedere i due grandi campioni. Innanzitutto una circostanza è stata la Laver Cup, in cui i due erano al comando di due squadre di altri big moderni della racchetta; come una sorta di veri maestri di Coppa Davis, hanno guidato i loro “ragazzi” senza intromettersi troppo, cercando di tenerli tranquilli in maniera pacata ed equilibrata. Poi McEnroe è stato protagonista di un altro film della sezione “Alice nella città” qui alla 12^ Festa del cinema: “Freak Show” (per la regia di Trudie Styler, presente in sala al momento della proiezione), in cui è un insegnante che separa i ragazzi mentre litigano durante una partita. Poi che dire? Chi non lo ricorda, con la sua voce e il suo stile, quale commentatore televisivo e telecronista per le reti americane NBC e CBS e per quella inglese BBC? Tra l’altro “Borg/McEnroe” è l’ennesima dimostrazione di quanto il tennis (ma anche lo sport in generale) siano entrati sempre più diffusamente a pieno regime al centro della cinematografia; tanto che un breve accenno allo sport c’è anche in “Junior” (di Zoe Cassavetes, sempre per “Alice nella città”) in cui c’è un ragazzo, Alex, appassionato di tennis.

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