martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Governare il cambiamento
Pubblicato il 09-11-2017


Luigi Covatta

Il cambiamento che ora dobbiamo tentare di governare è molto più rapido di quello che potevamo percepire trentacinque anni fa: si può addirittura dire che talvolta non coincide neanche con lo spazio di una generazione. Ma già allora ci si poteva rendere conto dell’obsolescenza dei modelli politici che si erano affermati dopo la guerra. Peter Glotz ci metteva in guardia contro i pericoli della “società dei due terzi”. Paolo Sylos Labini ci aveva già dimostrato che la “pietrificata sociologia marxista delle classi” (per usare i termini usati allora da Martelli) non aveva più riscontro nella realtà. Claus Offe vedeva avvicinarsi la crisi fiscale dello Stato. John Rawls preferiva il concetto di equità a quello di eguaglianza che fino ad allora era stato l’insegna della sinistra. E Norberto Bobbio ci avvertiva che ormai l’innovazione ed il progresso tecnico procedevano da destra, per cui la sinistra non era più il “partito del cambiamento”, e che “dove tutti sono riformisti nessuno è riformista”.

In Europa non mancarono, negli anni successivi, le iniziative tese a contenere le conseguenze del tramonto del “secolo socialdemocratico” segnalato da Dahrendorf. Innanzitutto quella di Jacques Delors, che mirava a dare ragioni proprie ad un’Unione europea che fino ad allora aveva vissuto anche “al riparo” del Muro di Berlino, come ha ricordato di recente Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona. E poi quelle di Blair e di Schroeder, tese a trasformare il Welfare State in Welfare Society, mettendo al centro le persone piuttosto che le classi.

Ora possiamo verificare che i risultati di quelle iniziative sono stati modesti, e che in tutt’Europa il consenso ai partiti socialisti è sceso al minimo storico. Ma sarebbe un errore imputare ad esse questa situazione, come invece si tende a fare da qualche parte, riscoprendo ricette anacronistiche che perciò stesso sono regressive e praticabili solo in un contesto di decrescita non si sa quanto felice. Si deve invece osservare che le iniziative di Delors, di Blair e di Schroeder non hanno avuto un seguito coerente, specialmente per quanto riguarda il governo della finanza internazionale. E che comunque in questi anni si è continuato a pretendere di tenere l’Unione europea anche “al riparo” dai popoli, sempre per citare il Macron della Sorbona.

Non possiamo tuttavia consolarci considerando che i mali del nostro sistema politico coincidono con quelli del resto d’Europa. Da noi persiste purtroppo anche quella che negli anni ’80 qualcuno definiva “la felice peculiarità italiana”, e che noi individuavamo invece come elemento di debolezza. Semmai quei mali si sono aggravati per il venir meno degli equilibri, pur imperfetti, che bene o male avevano governato i primi quarant’anni della nostra vita repubblicana, e che da almeno un ventennio sono stati sostituiti dal nulla.

Non è questa la sede per approfondire il tema. In attesa che qualcuno vada in Africa e qualcun altro si dedichi a tempo pieno all’enologia, basti accennare al naufragio di gruppi dirigenti che hanno pensato di poter aggiornare la propria cultura politica cambiando nome ogni cinque anni, ma tenendosi anch’essi rigorosamente “al riparo” dal popolo: fino a vedere porzioni consistenti di quello stesso popolo cercare rifugio sotto un cielo trapunto da ben cinque stelle, dopo avere invano atteso che sorgesse il sol dell’avvenire.

Anche nel caso del movimento di Grillo, infatti, non è inutile sfogliare l’album di famiglia. Magari per ricordare che la constituency elettorale del Pci era formata anche da componenti poco politicizzate, benchè tenute a freno da un gruppo dirigente che praticava il centralismo democratico: aree tradizionalmente protestatarie, alle quali si aggiunsero poi aree puramente e semplicemente moralistiche. Senza dire che l’album di famiglia potrebbero utilmente sfogliarlo anche molti reverendi padri che fino a trent’anni fa si compiacevano di avere tenuto insieme un elettorato d’ordine sostanzialmente agnostico rispetto all’asse destra/sinistra, e semmai sensibile solo ai più immediati richiami corporativi. “L’identità della Dc erano i suoi voti”, scrisse nel ’94 Gianni Baget Bozzo: e – con tutte le ovvie cautele – si può dire altrettanto dell’identità del M5s.

Perciò ci permettiamo di scendere di nuovo in campo, senza ridicole nostalgie revansciste e senza improbabili ambizioni: se non quella di offrire materiale di riflessione ad un centrosinistra che in Italia non diventerà più o meno “largo” a seconda delle alleanze, ma solo se smetterà di essere quella “sinistra senza popolo” di cui parlava Biagio de Giovanni già una decina di anni fa.

Il mese scorso, con l’aiuto di Sebastiano Maffettone, Mauro Calise, Massimo Lo Cicero, Francesco Nicodemo, Claudia Mancina e Luciano Pellicani (oltre che dei qui presenti Capogrossi, Pinelli, Mattina e Intini) abbiamo tentato di mappare le nuove faglie della politica: quelle che si aprono in relazione alla sovranità, alla democrazia, alla burocrazia, alla finanza, al lavoro, all’informazione, al rapporto fra le generazioni e fra le culture. Ora vorremmo fare un passo avanti, affrontando nella loro concretezza i problemi che queste nuove faglie ci propongono, e che ci obbligano a fondare la nostra identità su un terreno più accidentato di quello che un secolo e mezzo fa era attraversato soltanto dal conflitto fra capitale e lavoro.

Che il terreno sia molto accidentato, del resto, lo dimostra innanzitutto la necessità di rivedere radicalmente la struttura e la stessa filosofia di quel Welfare State che nella seconda metà del secolo scorso ha rappresentato la più significativa conquista delle socialdemocrazie: una conquista che nei trent’anni gloriosi del dopoguerra ha costituito il fondamento materiale della stessa rinascita democratica dei principali paesi europei, ma che ora mostra la corda non solo per ragioni di sostenibilità, bensì soprattutto per ragioni di equità.

Se ne parlerà nella tavola rotonda di questo pomeriggio. Ma fin d’ora si può affermare che la pretesa di perpetuare un sistema di protezione sociale concepito nell’epoca del taylorismo e dell’operaio-massa non è immaginabile nell’epoca dell’industria digitale e della centralità della persona: e non c’è bisogno di scomodare Mounier per ricordare che la persona non è una monade e che il personalismo non coincide con l’individualismo.

Purtroppo però di questo cambiamento i nostri sindacati non hanno ancora preso atto: ed ora – invece di mobilitarsi per i ritardi nella realizzazione delle politiche attive previste nel Jobs Act, essenziali per l’accesso dei giovani al mercato del lavoro – si mobilitano contro lo slittamento di cinque mesi dell’età pensionabile con la stessa enfasi con cui a suo tempo I soli comunisti della Cgil difesero la scala mobile.

Non c’è neanche bisogno di scomodare Bobbio per ricordare che l’uniformità è la caricatura dell’eguaglianza, e che il nuovo Welfare deve essere in grado di offrire prestazioni articolate che incentivino le opportunità e valorizzino la responsabilità delle persone. Vasto programma, si dirà. Ma programma ineludibile se non ci si vuole rifugiare nella retorica dei diritti o cullarsi nel sogno del reddito di cittadinanza: e neanche in questo caso c’è bisogno di scomodare Marx ricordando che per lui il “regno della libertà” non era un dono delle stelle (cinque o più che fossero), ma si collocava al termine di un lungo percorso.

In questo contesto diventa centrale la formazione e la valorizzazione del capitale umano. L’anno scorso Cominelli, nel seminario che tenemmo alla Fondazione Kuliscioff, già ci spiegò come il taylorismo, non più presente nei processi produttivi, domina ancora i processi educativi; e Pero ci fece presente quanto siano ormai labili i confini fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Immagino che ora faranno un bilancio della misera fine che sta facendo l’intuizione della Buona scuola, e magari di come il contratto dei metalmeccanici, il primo che prendeva atto delle novità intervenute nell’organizzazione del lavoro, abbia avuto seguito presso altre categorie. Senza dimenticare che le imprese innovative lamentano la carenza di competenze nel mercato del lavoro, e che le prestazioni di lavoro intellettuale vanno adeguatamente contrattualizzate anche nei call center ed in quelle altre decine di luoghi nodali senza i quali l’industria digitale non potrebbe fuzionare.

Quello che è certo, comunque, è che l’occupazione, specialmente nel Mezzogiorno, non si difende coi piagnistei o con la distribuzione di incentivi a pioggia. Ce lo ha ricordato Mattina nell’ultimo numero di Mondoperaio, e domani avremo l’opportunità di fare un’esercitazione sul campo, con i protagonisti di storie di successo che smentiscono molti luoghi comuni. Così come domani potremo misurarci coi temi che ci vengono proposti da quell’abisso di bisogno e di dolore rappresentato dai flussi migratori: temi sui quali sarebbe urgente e doverosa un’alleanza fra i meriti di chi è impegnato sul fronte dell’integrazione culturale e i bisogni di milioni di diseredati, e che invece troppo a lungo sono stati occasione di speculazione da parte di organizzazioni non governative e di esibizione di ottusità da parte di burocrazie governative.

Vorrei invece concludere sottolineando l’importanza dell’ultima tavola rotonda, quella sulle istituzioni, che sono uno dei principali strumenti del riformismo, mentre oggi invece ne sembrano piuttosto gli ostacoli. Forse anche perché nel grande falò degli anni ’90, oltre a qualche inutile carrozzone abbiamo bruciato qualche cassetta degli attrezzi di troppo. E sicuramente perché allora si è preteso di rinnovare lo Stato con la manipolazione delle leggi elettorali invece che con una grande riforma costituzionale.

Sta di fatto che in un’epoca in cui ci sarebbe bisogno di concepire progetti di lunga lena, ed in una fase in cui gli investimenti pubblici dovrebbero comunque aiutarci ad uscire definitivamente dalla crisi economica, l’edificio istituzionale non sembra in grado di reggere lo sforzo. Un esempio per tutti lo possiamo individuare nella gestione del post terremoto dell’Italia centrale. Vanno a rilento le attività legate all’emergenza. Ma va a rilento anche il progetto giustamente concepito dal governo per rimettere complessivamente in sesto il tessuto idrogeologico del paese. Fra conflitti di competenza, desuetudine di strutture dedicate alla programmazione e complessità delle procedure, insomma, mancano strumenti sia per il breve che per il lungo periodo.

Occorre quindi innanzitutto intervenire sui “rami bassi” delle istituzioni. Quanto ai “rami alti”, si ha l’impressione che si sia in preda ad un riflesso plavoviano: per cui chi si è scottato con l’acqua bollente del referendum costituzionale ora teme anche l’acqua fredda. Tanto che, come ha fatto il Pd in occasione dei due referendum del Veneto e della Lombardia, si preferisce tacere piuttosto che rischiare un’altra sconfitta.

Eppure il centrosinistra avrebbe tutto lo spazio che vuole per riprendere palla in materia di riforme istituzionali, dopo il calcio di rigore subito il 4 dicembre. A quanto pare, infatti, col voto sulla riforma Boschi il popolo sovrano non ha perso la voglia di riforme istituzionali. E questa volta ci sarebbe l’opportunità di farle nascere “dal basso”, cioè dal voto di due importanti regioni che implica comunque (lo sappiano o no Zaia e Maroni) un riassetto istituzionale anche per quanto riguarda lo Stato centrale: forma di governo compresa, visto che non è immaginabile nessun autentico federalismo senza che a Roma ci sia il contrappeso di un governo stabile ed autorevole.

Altro che compiacersi, quindi, perché Maroni all’appuntamento con Gentiloni si presenterà accompagnato da Bonaccini. Ed altro che limitarsi alle grasse risate quando Zaia abbaia alla luna dello statuto speciale, mentre Berlusconi vuole todos caballeros estendendo lo statuto speciale a tutte le regioni. Meglio prendere sul serio quello che è avvenuto tre settimane fa, che – magari preterintenzionalmente – segnala che com’è adesso il rapporto fra centro e periferia non funziona, e che la maldestra riforma del Titolo V non ha risolto i problemi ma forse li ha aggravati.

Del resto le reazioni delle regioni meridionali non sono mancate. A parte Emiliano, la cui fantasia non va oltre l’imitazione, Enzo De Luca ha messo subito i piedi nel piatto rivendicando una più equa ripartizione del Fondo sanitario: mentre il suo predecessore, Stefano Caldoro, ha riportato all’onor del mondo un’ipotesi – quella delle macroregioni – che un tempo era stata un cavallo di battaglia della Lega, ma che più di recente aveva riscosso attenzione da tutt’altre parti: per esempio dalle parti di Giorgio Ruffolo, che qualche anno fa (Un paese troppo lungo) ne fece il perno di una nuova strategia meridionalista; ed anche dalle parti della Società geografica italiana, che nel 2015 – nel contesto di una approfondita ricerca sulla governance locale – le prevedeva, insieme con la sostituzione delle province con una trentina di dipartimenti.

Anche il recente voto siciliano, del resto, offrirebbe abbondante materia di riflessione sulle autonomie “speciali” e sul federalismo all’italiana: quello per cui Calderoli, quand’era ministro, interpretando a suo modo il principio di sussidiarietà decentrava gli uffici delle Amministrazioni centrali a Monza invece di smantellarli a Roma. L’autonomia siciliana è infatti lo specchio di questo “federalismo”, inteso piuttosto a rivendicare risorse dallo Stato che ad esercitare responsabilmente l’autonomia impositiva: fino ad indurre perfino il sindaco di Milano, due giorni dopo il referendum, a chiedere l’intervento del governo centrale per rinnovare niente di meno che le caldaie condominiali.

Sarebbe quindi matura una nuova offensiva riformista, magari più completa e meno complessa di quella votata in questa legislatura: perché collegherebbe con un filo logico la modifica della forma di Stato in senso federale con la modifica della forma di governo in senso presidenziale. Senza dimenticare che il ruolo di supplenza svolto di fatto dal presidente della Repubblica negli ultimi anni postula sempre più una diversa legittimazione del capo dello Stato.

Anche nel terzo millennio, tuttavia, lo strumento fondamentale del riformismo resta il partito. Sappiamo tutto sulla crisi del partito d’integrazione sociale, sulla disintermediazione, sulla fine delle ideologie, sulla leadership carismatica, sulla democrazia del pubblico e su tutti gli altri luoghi comuni che hanno riempito gli scaffali dei politologi a cavallo dei due secoli. Ma abbiamo finora riflettuto troppo poco su un vero e proprio miracolo italiano: quello che in un quarto di secolo ha visto formarsi e svilupparsi un sistema politico fondato soltanto sulla manipolazione delle leggi elettorali.

Anche ora, per effetto della nuova legge elettorale, vediamo risorgere un centrodestra fino a ieri dilaniato da tutte le divergenze possibili e immaginabili sotto la guida di un personaggio fino a ieri dato per spacciato a ragione di tutte le nequizie possibili e immaginabili. Ma è innegabile che lo stesso centrosinistra ha preso forma anche in relazione alle convenienze elettorali, che presumevano l’esistenza di un “dirimpettaio” di Berlusconi, come disse Michele Salvati quando avviò la lunga gestazione del Pd.

Ora però quello scenario politico non esiste più: e non solo perché è arrivato Grillo “di cielo in terra a miracol mostrare”. Forse perché la temporanea eclisse del berlusconismo ha messo fuori corso quell’antiberlusconismo che era parte consistente della constituency del centrosinistra. Forse anche per i difetti di cultura politica ai quali accennavo all’inizio. O forse infine perché gli italiani sono ancora quelli che vent’anni fa pensarono “di liberarsi del proprio passato depositando nell’urna una scheda sacrificale a costo zero”, come scrisse Mauro Calise nel 1994.

In questo nuovo scenario “simme tutte purtualle”, come si dice a Napoli per constatare l’omologazione dei rifiuti organici che galleggiano nelle acque limacciose del porto con le profumate arance cadute da una nave. Specialmente ora che non ci sono più premi di maggioranza da lucrare e collegi da elargire, infatti, siamo chiamati tutti, nell’ambito del centrosinistra, a ricostruire il partito dei riformisti: sia chi ha appena compiuto dieci anni, sia chi ne ha già compiuti 125, sia quanti, nella società civile e nei corpi intermedi, esprimono il bisogno degli ultimi ed il merito delle competenze.

Del resto, come ricordò Martelli a Rimini, “il Psi nacque come partito di popolo e come partito colto”, federando “uomini e donne, singoli e gruppi, non intorno a rigidi dogmi né a rigide organizzazioni, ma intorno alla povera gente, a ideali e programmi illuminati dalla ragione critica”.

Aggiunse allora Martelli: “Se avessero atteso il filosofo Labriola non sarebbe nato mai”. Ed anche ora non nascerà nulla se continueremo ad attendere politologi, editorialisti, sondaggisti ed altri cacadubbi di ogni genere e specie.

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