mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

I social-media “processati” dal Congresso americano
Pubblicato il 03-11-2017


facebook1Il tanto atteso incontro tra i colossi del web ed il congresso degli Stati Uniti è avvenuto. Il tema è sempre lo stesso: il Russiagate. Facebook, Google e Twitter sono stati aspramente criticati dai parlamentari, con i Democratici in primissima linea sul fronte delle “minacce”. Lo spauracchio peggiore per le aziende è quello della regolamentazione statale, che potrebbe irrompere in un settore pressoché autoregolamentato. In questi due giorni di audizioni la strategia delle società è stata molto conservativa, tant’è che nessuno dei top manager si è presentato di fronte al Congresso. Gli uomini di punta si sono ben guardati dal rispondere riguardo al proprio operato, lasciando ai General Counsel (i capi dei servizi legali aziendali) l’ingrato compito.

Il tema è sempre lo stesso: la manipolazione delle elezioni da parte dei russi, con la complicità (più o meno consapevole) dei colossi della tecnologia. Le risposte sono state (ovviamente) da professionisti del settore, sviando chiaramente la realtà dei fatti. Alla domanda della senatrice Maize Hirono “Si può dire che la propaganda e la disinformazione circolata su Facebook abbiano avuto un impatto sulle elezioni?”, Colin Strech (General Counsel di Facebook) ha risposto: “Non siamo nella posizione di giudicare perché una singola persona o un intero elettorato abbiano votato in un certo modo”. Risposta curiosa pensando alle oltre 3000 inserzioni commissionate al social network da account filo-russi. Inoltre la profilazione degli utenti da parte del social network ha contribuito notevolmente a raggiungere il target desiderato.

Parliamo di informazioni riguardanti: razza, religione, orientamento politico, vicinanza o meno a specifici gruppi (familiari di poliziotti o militari ad esempio) e molto altro. In questo modo la propaganda russa avrebbe cercato di creare scompiglio nelle elezioni USA, creando un clima di tensione che avrebbe favorito Trump. Per celare meglio la strategia, gli esperti russi hanno creato una serie di profili e pagine specifici, cercando di polarizzare e contrapporre i diversi settori della società americana. Per fare alcuni esempi: la pagina “Esercito di Cristo” ha prodotto un’immagine con un braccio di ferro tra satana e Gesù, arricchita con la scritta “Satana: Se vinco, vince Clinton”; oppure pagine LGBT (lesbiche, gay, transessuali e transgender) pro Sanders o pagine di “black power” (potere nero) contro la polizia. Una serie di profili creati ad hoc per accrescere la tensione.

Nonostante queste evidenze, Strech ha continuato con la sua linea grigia, affermando che “ci sono stati segnali che non abbiamo colto in modo adeguato”, una risposta che ha fatto infuriare i democratici. La senatrice Feinstein ha infatti sottolineato la gravità della situazione: “Qui ci stiamo occupando di un vero cataclisma e voi ci date risposte vaghe. Muovetevi, altrimenti lo faremo noi”. I numeri le danno ragione, visto che le stime parlano di 126 milioni di americani raggiunti dalla propaganda russa. Per alimentare queste cifre, anche il ruolo di Twitter non è stato da meno, considerando i 2752 account ed i 36.000 bot (programmi che automatizzano la creazione di messaggi e azioni sul social) al soldo di Mosca. In quest’ultimo caso l’azienda si è dimostrata però più aperta rispetto a Facebook. Un’apertura alla regolamentazione è stata fatta dal rappresentante legale Sean Edgett, che ha appoggiato una legislazione simile a quella presente per stampa, radio e televisione in merito alla pubblicità elettorale. Tra le parole e i fatti passa un abisso, ma un piccolo passo avanti sembra essere stato fatto al fine di regolare questo settore.

Federico Marcangeli
Fondazione Nenni

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