martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il calcio è morto, viva il calcio.
Pubblicato il 14-11-2017


I rintocchi delle campane a morto suonano per il movimento calcistico nazionale. Eliminati dalla Svezia, una squadra di armadi che, nella più fortunata delle ipotesi, verrà buttata fuori al primo turno del mondiale, ce ne restiamo a casa dopo oltre mezzo secolo. Il calcio era uno dei grandi prodotti nazionali: quattro mondiali vinti ci hanno affidato, nella storia sportiva, il ruolo di superpotenza nel pianeta del pallone.

Oggi arretriamo, abbiamo perso in malo modo, inaspettato; giocando male, non facendo emergere nessuna delle stelle, sempre ammesso che ce ne siano, prodotte dai nostri vivai. Eppure, così, sulla carta, non avevamo niente da invidiare alle squadre più forti: giocatori nelle squadre migliori d’Europa, il portiere più forte della storia, punte ed esterni che piovevano a fiotti. Ma forte era anche la nostra presunzione: acciuffato per i capelli lo spareggio, dopo un girone in cui la Spagna ci ha cucinati per bene, pensavamo che con i giganti nordici tutto fosse già scritto: loro al mare e noi a giocare il mondiale al fresco della Russia. Invece no. Giocando davvero da cani, senz’anima, con un selezionatore che pensava di fare l’allenatore, senza modulo, senza undici base, siamo scivolati all’inferno. E ora nel calcio sarà un terremoto, un terremoto che speriamo possa avere qualche effetto benefico, e aiutarci a ricostruire dalle macerie, dando più spazio ai nostri giovani, liberando la federazione dal “fenomeno” Tavecchio, portandoci a costruire anche una politica sportiva degna di questo nome, dai centri federali alla formazione degli allenatori, dalla cura del settore giovanile al lavoro nelle scuole. Il calcio è cambiato molto negli ultimi anni, ma l’Italia, forse, non l’ha capito. Tolta la Juventus, che si è dotata di uno stadio, di un management aziendale all’altezza, il resto è zero. In Europa non vinciamo da troppi anni. Nemmeno nei campionati giovanili. E quello che è mancato è intrinseco alla storia del nostro football: le milanesi in crisi indeboliscono tutto il movimento e a poco serve la risalite delle romane, del Napoli. Si, forse renderanno più divertente il nostro campionato, più combattuto, ma non aiutano a far crescere la nazionale. I segnali della crisi non erano mancati, basti pensare alle penose partecipazioni ai due mondiali in Sud Africa e Brasile.

Lo sport nazionale segna una pesante battuta d’arresto. E il paese piomba in una sorta di lutto nazionale. Di amarezza collettiva che non pensavamo di dover vivere. La viviamo, dobbiamo viverla, metabolizzarla. E amando il calcio cercare le strade per rilanciarlo. In fondo, il paese è fatto così. Può essere che ricostruire una speranza riaccenda la forza per una nuova missione nazionale.

Leonardo Raito

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