mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un regionalista pentito
Pubblicato il 10-11-2017


La Regione Emilia-Romagna, come è noto, ha promosso il negoziato con il governo previsto dal terzo comma dell’art. 106 della Costituzione allo scopo di ottenere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. La deliberazione della Giunta regionale che ha attivato il procedimento identifica così le “quattro aree di intervento strategico” nelle quali la nostra Regione reclama nuovi poteri: a) tutela e sicurezza del lavoro; b) istruzione tecnica e professionale; c) internazionalizzazione delle imprese,  ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione; d) il territorio e la rigenerazione urbana, l’ambiente e le infrastrutture; e) la tutela della salute. Malgrado il linguaggio necessariamente sintetico ed anche “politichese” (viene evocato il “corpo mistico” del territorio) siamo di fronte ad un progetto consapevolmente ambizioso destinato a incidere profondamente e per molti lustri anche sullo sviluppo della nostra comunità provinciale e dunque sulla qualità della vita delle nostre popolazioni.  E’ dunque utile aprire un dibattito, tanto più necessario dopo i risultati delle consultazioni referendarie che si sono appena svolte del “lombardo-veneto” e dopo che la Regione Lombardia ha comunicato di voler svolgere il confronto con il Governo della Repubblica insieme all’Emilia-Romagna.

Intervengo volentieri sulla questione, ricordando a me stesso l’esperienza maturata come Ministro gli Affari Regionali nel Governo Fanfani dei primi anni ’80. Lo faccio ponendo anzitutto alcuni quesiti: il procedimento costituzionale è stato preceduto da una consultazione con i comuni, le provincie, le Università ed anche con il mondo del lavoro e delle attività produttive? Non mi risulta, e, se è così, non è stato un buon inizio. Ma poiché questa consultazione è prevista dalla normativa che regola la materia, cioè nel corso della “trattativa” con il Governo, spero che da parma possa venire un’utile contributo: ed è in questo spirito che confido nella collaborazione della Gazzetta.

Apprendo dai giornali milanesi che la Regione Lombardia sarà assistita nel confronto con il governo da autorevoli rappresentanti della vita economica e culturali ed anche da un “esperto” particolarmente versato in materia: il primo Presidente della Regione Lombardia Piero Bassetti. Domando allora: intende fare altrettanto la nostra Regione? E, in ogni caso, chi rappresenterà Parma in questo collegio di consulenti? Osservo ancora che questi supporti “dal basso” sono assai importanti per questa non secondaria ragione: la nostra Regione si presenta a questo “braccio di ferro” istituzionale indebolita dall’alta percentuale dei cittadini che hanno disertato le urne nell’ultima consultazione che ha messo capo alla Giunta regionale in carica.

Per quanto mi riguarda, con la diplomazia della sincerità dico che sono un regionalista pentito. Ho collaborato con entusiasmo come vice-presidente della Provincia, con Guido Fanti, il primo presidente della Regione Emilia-Romagna, che promosse la costituzione dei comitati politico-scientifici per la programmazione. Con il volgere del tempo è prevalsa una tendenza bologno-centrica, accompagnata dalla prevalenza della legislazione meramente provvedimentale. Ora la Giunta chiede più poteri a sostegno della internazionalizzazione della nostra realtà economica. Avrebbe potuto e dovuto farlo anche senza l’investitura formale che oggi reclama. Parma lo ha fatto da sola: con le sue fiere, con le sue industrie, con la sua Università. La Regione dispone già oggi di poteri e competenze nel campo della difesa attiva del suolo dell’Appennino, flagellato dal dissesto idrogeologico, ma non ha finora approntato un piano organico appropriato.

Fabio Fabbri

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