martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il salto di qualità necessario da leader a statista
Pubblicato il 28-11-2017


Il lettore mi perdonerà se procederò per squarci come quando in un cielo aggrottato da nubi nere di un temporale incombente si aprono varchi d’azzurro che subito si richiudono, ma senza perdere la speranza come esemplarmente sintetizzato nell’espressione napoletana “Addà passà a’ nuttata!”. A nuttata, manco a dirlo, è il tramonto della seconda Repubblica clamorosamente fallita nella sua attesa messianica di uno stato liberale moderno, anche in versione conservatrice alla Thatcher o alla Reagan per intenderci, col merito di aver segnato la loro epoca. Un fallimento contrassegnato da quello parallelo di chi era chiamato ad esserne l’alternativa, quella sinistra frustrata che è mancata in due impegni essenziali: quello di uno stato liberale moderno capace di scuotersi di dosso le rendite parassitarie a partire da quella più evidente e corrosiva del conflitto d’interessi col corollario corruttivo delle leggi ad personam. Un compito mancato dalla sinistra che si credeva di governo e che ha ceduto alla tentazione di un ipocrita moralismo per l’attesa che bastasse scuotere la pianta dell’opinione pubblica con le proprie condanne per vedersi cadere tra le braccia il governo del Paese. Basterebbe solo questo passaggio mancato per mettere fuorigioco con cartellino rosso (unica consolazione identitaria) i reduci più anziani dell’MDP. Altra omissione non meno colpevole e troppo spesso sorvolata è quella di Prodi e Veltroni di non aver subito reagito, a tutela della vita democratica del Paese, per bocciare e cambiare immediatamente il Porcellum invece di sedersi a tavola e spartirsi un potere effimero con due soli voti di maggioranza ed uno ceduto mettendo Marini a Presidente del Senato. Infatti la modifica della legge elettorale al Senato lo rendeva ingovernabile dalla prevedibile nuova maggioranza di centrosinistra facendo terra bruciata al suo arrivo, consegnando altresì alle oligarchie dei partiti la nomina degli eletti (la porcata di Calderoli), sottrazione in toto agli elettori del loro potere sovrano di scegliersi i rappresentanti senza che scattasse immediatamente l’impugnativa di incostituzionalità, rivelatasi completamente fondata su iniziativa di privati cittadini.
Due peccati mortali che sono al fondo anche di quelle due clamorose bocciature di Marini e Prodi alla Presidenza della Repubblica con tutto quello che n’è seguito a partire dall’abbandono della guida del Pd da parte di Bersani anche per il fallimento dell’aggancio dei pentastellati. Tutto si può dire tranne che Renzi non abbia tentato con l’unica forza disponibile FI di arrivare a mettere i binari per istituzioni governanti e governabili. Sul piano elettorale sapendo che l’obbiettivo principe di Berlusconi era di assicurarsi il più ampio pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi politici e personali, ha imposto la scelta più indigesta alla destra, quella di accedere al secondo turno al ballottaggio evitando ogni necessità o tentazione di governi di larghe intese condizionate dalla destra. Qualunque inciucio era sopportabile pur di evitare l’inciucio permanente delle larghe intese. Sul piano istituzionale poi bastava per tollerare tutto il resto la rimozione del macigno, unico rimasto in Europa, di un paralizzante bicameralismo paritario con tempi di scelte politicamente accelerate dal dinamismo imposto dalla globalizzazione. A ben vedere una politica dei piccoli passi date le forze disponibili, che sarebbe tornata più che utile necessaria in un sistema politico ormai tripolare a cui mancava un solo tocco di appetibilità (il voto utile) corrispondente alle percentuali delle tre maggiori forze o coalizioni in campo, la soglia del 35% per ottenere il premio di maggioranza. La somma degli errori in buona ed in mala fede compiuti nella vicenda non esimeva in primo luogo Renzi da un obbligo morale prima che politico. Chi consapevole della posta in gioco aveva annunziato perfino il suo ritiro dalla politica, se c’è rimasto, doveva presidiare le scelte fatte e riformulare in altro modo le sue richieste essenziali. Sul piano delle riforme istituzionali e sarebbe ancora in tempo sfidare tutti gli altri a promuovere un Assemblea costituente su pochi punti in tempi brevi e con l’incompatibilità con incarichi parlamentari avendo constatato l’impossibilità di assolvere da parte del Parlamento il doppio compito degli indirizzi per il governo del Paese e delle riforme costituzionali anche per rilevanti conflitti di interesse tra i componenti delle presenti camere e di quelle future.
Elezioni per l’Assemblea costituente da tenersi congiuntamente con le prossime europee senza oneri aggiuntivi e con lo stesso sistema elettorale proporzionale senza esclusioni pregiudiziali trattandosi della casa comune di tutti gli italiani. Questa proposta con le stesse modalità l’ho avanzata a Veltroni segretario del PD, certo che saremmo finiti in un vicolo cieco. Nelle nobili esortazioni che i padri del PD rivolgono per l’unità necessaria del centro sinistra come argine ai populismi non trovo una sola indicazione che faccia tesoro dei fallimenti prima richiamati e tutto alla fine rischia d’essere condizionato da contrapposizioni personali con qualche terzo invocato per fare il paciere. Poca o nulla capacità autocritica e strategica e quel che manca è il salto di qualità da leader a statista pensoso delle sorti del Paese prima che del suo orticello di guerra di ciascuno contro tutti.

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