lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva
Pubblicato il 21-11-2017


europa

Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa.

Le formule, al di là del proposito condivisibile che esse si prefiggono, ovvero di porre in cima all’agenda delle Istituzioni europee la ripresa accelerata del processo di unificazione che la Grande Recessione ha quasi completamente interrotto, esprimono, però, un concetto ossimorico; nel senso che esse contengono intrinsecamente una contraddizione, al pari di quella un tempo espressa dal leader comunista Palmiro Togliatti nella forma di “unità nella diversità”, con la quale egli riteneva che il suo partito, pur continuando a rimanere ancorato al “centralismo democratico”, dovesse cominciare a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche.

Si deve, però, tenere presente che il motto “unità nella diversità” appartiene, si può dire, al DNA dell’Unione Europea; oggi, pur modificato in “uniti nella diversità”, il motto è scritto nella bozza della Costituzione europea, apparendo anche nei siti web ufficiali dell’Unione. Inoltre, il motto è adottato da molti Paesi per esprimere la loro unità. Tuttavia, un conto è adottare il motto per comunicare un ideale condiviso, un altro conto è adottarlo come “stella polare” delle decisioni politiche dei Paesi membri dell’Unione, al fine di perseguire la convergenza sul piano economico ed eliminare le differenza esistenti tra i Paesi membri, che sinora, già da prima dell’inizio della crisi iniziata nel 2007/2008, ha fatto segnare il passo al processo di unificazione politica dell’Europa.

Paolo Guerrieri, economista dell’Università “La Sapienza” di Roma, in “La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità” (“Italianieuropei, n. 3/2017), affronta l’argomento in una prospettiva diversa da quella che sembra essere quella prevalente; nel senso che, egli, a differenza di chi sceglie la via della diversità per suggerire l’opportunità di una leadership europea assegnata a un “Direttorio” espresso dai Paesi economicamente “più forti”, oppure per indicare i settori specifici che potrebbero essere oggetto di politiche differenziate, Guerrieri, al contrario, afferma che è responsabilità collettiva di tutti i Paesi dell’Eurozona affrontare il problema delle differenti situazioni economiche tra loro esistenti.

Guerrieri sottolinea che, in parte, un’Europa a più velocità esprime una situazione che di fatto già esiste; basti pensare alla diverse situazioni che sono nate all’interno del contesto dell’Unione Europea, a seguito della rinuncia di un dato Paese ad adottare una certa regola decisa dall’Unione stessa. In generale, il diritto dell’Unione europea è valido in tutti i Paesi membri dell’UE; in alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato degli “opt-out” dalla legislazione o dai trattati dell’Unione, ovvero hanno rinunciano a partecipare alle strutture comuni in un determinato campo (è il caso, dopo l’uscita dall’Unione del Regno Unito, di Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia).

Pur essendo diverse le materie riguardo alle quali i Paesi membri possono trovare ulteriori compromessi implicanti situazioni differenziate, nessun compromesso, implicante “velocità differenziate”, è possibile raggiungere riguardo “ai temi dell’economia europea e della governance dell’area euro”; ciò, perché, a parere di Guerrieri, non è possibile “dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B […]. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. […] Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo vero l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione Monetaria Europea”. Obiettivo, questo, prioritario, se si vuole, previa rimozione delle differenze economiche esistenti tra i Paesi dell’Eurozona, riprendere il tanto agognato processo di unificazione politica dell’Europa.

Il completamento dell’unione monetaria, infatti, consentirebbe, non solo di dotare l’Europa di una maggiore “resilienza dell’Eurozona”, cioè di una maggiore capacità delle economie europee di resistere ai fenomeni destabilizzanti provenienti dal suo esterno, ma anche, da un lato, di sostenere una crescita comune e, dall’altro lato, di rendere tale crescita “inclusiva”, cioè a vantaggio di tutti (inclusi i Paesi estranei all’euro, ma facenti parte dell’Unione), non solo di pochi.

Per il completamento dell’unione monetaria – afferma Guerrieri – è soprattutto necessario varare e completare le misure idonee a “diminuire la fragilità dell’area euro”, al fine di evitare che, nel caso di una nuova crisi finanziaria, sul tipo di quella della quale l’Europa sta ancora subendo gli effetti negativi, sia attrezzata per affrontarla. A tal fine, si tratta, soprattutto, per un verso, di completare la riforma bancaria e, per un altro verso, di disciplinare a livello europeo il processo di indebitamento degli Stati, nonché di rafforzare, sempre a livello europeo, il meccanismo di stabilizzazione.

Il completamento della riforma bancaria rappresenterà l’indispensabile complemento dell’Unione Economica e Monetaria e del mercato interno; essa consentirà di rafforzare la capacità del settore bancario europeo di resistere agli shock, di migliorare la gestione del rischio e di garantire normali attività di prestito anche durante i periodi di instabilità economica. A tal fine, l’Unione europea ha adottato una serie di direttive comuni, tra le quella spiccano quelle relative al regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche; al rafforzamento dei sistemi di vigilanza sugli istituti di credito, che riunirà in capo alla Banca Centrale Europea il controllo dell’intero settore bancario; al risanamento degli enti creditizi in dissesto, con la costituzione di un fondo di risoluzione comune, finanziato dal settore bancario. In fine, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un sistema unico di garanzia dei depositi, che dovrà condurre gradualmente ad un sistema di condivisione piena dei rischi connessi ai depositi bancari, attraverso la creazione di un fondo comune, obbligatorio per tutti i Paesi della zona euro, ugualmente finanziato dal sistema bancario.

Riguardo alle modalità attraverso le quali completare l’Unione bancaria, esistono però dei contrasti che Guerrieri riassume nella contrapposizione tra le tesi di alcuni Paesi, quali la Germania ed altri Paesi del Nord dell’Europa, che sostengono la necessità di una riduzione dei rischi connessi ai debiti sovrani di alcuni Paesi del Sud dell’Europa, ed altri membri dell’Eurozona, tra i quali l’Italia, i quali ritengono che riduzione e condivisione dei rischi costituiscano “due processi da portare avanti in parallelo”; la contrapposizione evidenzia che, per la prima categoria di Paesi (in particolare per la Germania), “per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli Paesi nei confronti dei possibili default del debito sovrano”. Al riguardo, a parere di Guerrieri, malgrado la persistenza delle posizioni contrapposte, esistono reali possibilità di un compromesso tra le posizione dei due gruppi di Paesi che, peraltro, si sono sempre “scontrati” sul tentativo di pervenire al possibile compromesso.

L’unione monetaria dovrebbe inoltre essere supportata da una riforma della governance dell’area dell’euro, finalizzata a promuovere la crescita e a contrastare le “divergenti performance” esistenti tra i Paesi membri dell’Eurozona. La crescita dei Paesi dell’intera area, dopo una prolungata fase di ristagno, ha ripreso a manifestarsi e a consolidarsi, sia pure secondo ritmi differenti; essa però – afferma Guerrieri – “rimane su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni”. Di qui l’urgenza di riforme per introdurre nuovi strumenti utili al sostegno della crescita; le riforme strutturali possono costituire un primo passo importante per “accrescere il prodotto potenziale”, ma acconto ad esse devono essere avviate politiche fiscali espansive, sia per sostenere la domanda globale aggregata, che per sostenere l’incremento degli investimenti europei finalizzati ad accrescere la capacità di offerta di lungo periodo dell’intera area dell’euro; favoriti, questi investimenti, da un’integrazione del “patto di stabilità”, utile a consentire “ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti”.

Infine, sempre nella prospettiva di potenziare l’area dell’unione monetaria, occorre considerare che il rilancio della crescita in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente, in quanto sarà necessario che la crescita sia di natura inclusiva, “caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità”; ciò, perché sarà inevitabile – afferma Guerrieri – rimuovere la piaga dell’esclusione diffusasi negli ultimi decenni con l’approfondimento e l’allargamento delle disuguaglianze sociali, a causa del fatto che gli incrementi del prodotto lordo dei singoli Paesi si è progressivamente concentrato a vantaggio solo di alcuni gruppi sociali.

Per realizzare, all’interno dei singoli Paesi, una più equa distribuzione del prodotto nazionale servirà una pluralità di misure pubbliche, volte a contrastare la disoccupazione e a rinnovare e rilanciare il welfare State. La maggior parte dei Paesi europei, a parere di Guerrieri, sarebbe d’accordo sulle necessità di queste politiche, solo che, come sempre, sono divisi tra quelli “che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche” e quelli che ritengono esistano “spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’Eurozona”.

In conclusione, secondo Guerrieri, gli europei devono prendere coscienza che la situazione in cui versa il Vecchio Continente oggi è tale da comportare la necessità che essi si rendano conto che per superare l’empasse in cui versa il processo di unificazione dei Paesi aderenti al progetto europeo occorre “un salto di qualità” nella cooperazione e nel rilancio dell’integrazione”. L’analisi di Guerrieri, condivisibile per le critiche formulate nei confronti delle tesi di chi si illude di poter realizzare l’unità dell’Europa nella diversità delle situazioni dei Paesi (o di gruppi di Paesi) che ancora hanno interesse a realizzare l’obiettivo originario dei Trattati europei, poco convincente, se non illusoria, è l’idea che il rilancio del progetto europeo possa dipendere dai risultati elettorali dei principali Paesi.

Ciò, perché, se è vero che prima le elezioni in Olanda e poi in Francia (e prossimamente, si spera, in Germania) hanno segnato la sconfitta dei movimenti antieuropei, non è meno vero che le forze che hanno concorso al successo di quelle favorevoli all’Europa sono quelle che, più dei movimenti che hanno concorso a sconfiggere, sono sempre state portatrici di pretese nazionali esclusive, interessate alla conservazione dello status quo e di una struttura sociale iniqua sul piano distributivo. Con queste forze è difficile pensare che le idee avanzate da Guerrieri, malgrado i risultati elettorali che stanno assicurando il consenso a presunte forze progressiste, possano essere accolte favorevolmente.

Gianfranco Sabattini

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