mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La Grande Guerra e quei socialisti troppo in anticipo sui tempi
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 29-11-2017


Nel centenario di Caporetto, si moltiplicano gli articoli, i libri e le trasmissioni televisive. La resistenza (e la successiva vittoria sul Piave) sono l’orgoglio degli italiani e si devono anche alla riconquistata unità nazionale tra le forze politiche. I socialisti erano infatti contrari alla guerra, ma il loro padre storico, Filippo Turati, nel momento del pericolo, pronunciò alla Camera il suo discorso forse più famoso chiamando al combattimento. “Allorché la morte pulsa al nostro uscio –scandì nel silenzio più teso- affetti si ridestano che parevano sopiti, ire si smorzano. Che ciascuno, uomo o partito, interroghi la coscienza profonda che è in lui e a questa sola obbedisca. Onorevoli colleghi, oggi la nostra città, il nostro borgo, il nostro collegio sono diventati la nostra trincea. Nessuna gragnuola di proiettili o tempesta di gas asfissianti e brucianti ce la farà disertare, finché duri la minaccia di un pericolo”. E fu il ritorno dell’unità nazionale, come ci dice, pur nel suo linguaggio burocratico, il resoconto ufficiale della Camera. “I deputati sorgono in piedi e prorompono vivissimi, unanimi applausi che si rinnovano a più riprese. Moltissimi colleghi si recano a congratularsi con l’oratore. Alcuni di essi, tra cui il ministro Bissolati, lo abbracciano”.

Oggi si discute sulle crudeltà dei generali e sulle fucilazioni di massa. Il capo di Stato maggiore della Difesa Graziano, in un’intervista sul Corriere della Sera, ha usato parole equilibrate. Ma colpisce il silenzio assoluto della politica: soltanto di quella italiana, perché le fucilazioni sono avvenute in tutti i Paesi belligeranti e altrove il silenzio non c’è stato. In Francia, ad esempio, un presidente della Repubblica di destra e nazionalista, Nicolas Sarkozy, ha trovato i toni giusti per rendere giustizia anche ai soldati morti sotto il fuoco ordinato dai loro stessi ufficiali. Celebrando il novantesimo anniversario della vittoria, nel 2008, ha detto. “La Francia non dimenticherà mai i suoi figli che sono morti per lei. Penso anche a quegli uomini ai quali troppo è stato chiesto, che troppo sono stati esposti, che sono stati mandati talvolta al massacro per errori dei loro comandanti e che un giorno non hanno più avuto la forza di combattere”.

In Italia si potrebbe dire molto di più di fronte a fucilazioni ordinate non per diserzione, ma addirittura per futili motivi. Il quotidiano socialista l’Avanti!, terminata la guerra, fece una campagna contro il “militarismo caporettista di Luigi Cadorna”. Il caporettismo diventò un termine famoso. Il giornale arrivò a vendere milioni di copie in pochi giorni, con titoli a tutta pagina che denunciavano sempre nuovi misfatti dei “generali fucilatori”. La campagna partì con la clamorosa denuncia di quanto rilevava addirittura un rapporto ufficiale rinvenuto da un cronista. “Noventa di Padova, 3/11/1917, ore 16,30 circa. Il generale Graziani di passaggio vede sfilare una colonna di artiglieria da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale infuriato risponde: ‘dei soldati io faccio quello che mi piace’. E per provarlo fa buttare contro un muricciuolo Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle povere donne inorridite. Tutti gli ufficiali del 28° artiglieria campale possono testimoniare il fatto”. Come spesso avviene, lo scandalo fu sostanzialmente insabbiato.
Oggi è certo inutile discutere se avessero ragione i sostenitori o gli oppositori della guerra, che portò a morire 9 milioni di soldati (680 mila gli italiani). Forse ragionavano con intelligente realismo quelli che consideravano inevitabile partecipare al conflitto ormai esploso. Forse era giusto invece il pacifismo della maggioranza socialista, del liberale Giolitti, e di Papa Benedetto XV che denunciava “l’inutile strage”. Certamente anche le singole famiglie politiche si divisero. Perché Nenni e Pertini (destinati a diventare leader del socialismo democratico) da una parte, Mussolini (futuro capo del fascismo) dall’altra, partirono volontari per il fronte.

Proprio Giolitti temeva che per Paesi ancora arretrati come l’Italia la guerra fosse un trauma insostenibile. In effetti essa portò il bolscevismo in Russia e il fascismo in Italia. Semplificando all’estremo, qui si ritorna al tema dei generali “fucilatori”. In Russia, i soldati spararono non contro i disertori, ma contro gli ufficiali che ordinavano il fuoco: e fu la rivoluzione comunista. In Italia, le sinistre spararono non materialmente, ma idealmente, contro gli ufficiali. Giungendo, con eccessi e generalizzazioni, quasi a criminalizzare il patriottismo: e fu il fascismo.

Caporetto solleverà a lungo riflessioni contrastanti. Una cosa sola è certa. E colpisce. Se si viaggia sul treno ad alta velocità tra Francia e Germania, si attraversa in pochi secondi l’intero terreno che nelle battaglie più sanguinose della prima guerra mondiale fu conteso palmo a palmo tra francesi e tedeschi, ingoiando centinaia di migliaia di morti. In quei pochi secondi, ci si accorge di aver sorpassato la frontiera soltanto perché sul display del cellulare la scritta France Telecom viene sostituita da quella Deutsche Telecom. E viceversa. Forse, un secolo fa, i favorevoli alla guerra hanno guardato troppo al passato e al presente. Gli oppositori hanno guardato troppo al futuro e sono stati troppo in anticipo sui tempi.

Ugo Intini

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