martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Antico Testamento a teatro. Grandezze e nefandezze dell’uomo
Pubblicato il 02-11-2017


antico testamentoAlla Sala Baldini, in Piazza Campitelli, nel cuore del Centro storico, la Compagnia teatrale “Genesi poetiche” ha presentato lo spettacolo “Antico Testamento – Capitoli Uno e Due” Una pièce in due atti, scritta e diretta da Gianluca Paolisso (aiuto regista, Ivano Conte): giovane regista fondatore nel 2016, insieme all’attrice Daria Contento, di questa compagnia che già nel nome indica l’obbiettivo di cercare nuove soluzioni teatrali. “Riscoprendo – precisa Gianluca – grandi classici del teatro per riproporli, però, non in modo pedissequo, ma riattualizzandoli, cercando soprattutto la loro forza profetica, la capacità di prevedere in qualche modo il futuro, specie questa nostra terribile epoca. Al tempo stesso – prosegue Paolisso – cerchiamo nuove soluzioni di regìa che, senza uscire dal contesto, tipicamente contemporaneo, del teatro di regìa, da un lato valorizzino fortemente l’attore, non mero esecutore nelle mani del regista, ma (un po’ come, diremmo “mutatis mutandis”, nella vecchia “Commedia dell’arte”, N.d.R.) parte essenziale dello spettacolo, con sua capacità creativa. Dall’ altro, tenendo conto dei bisogni e degli stimoli visivi, ritmici ed estetici di oggi, cerchino di coniugare drammaturgia, danza e musica”.

La serata è stata promossa dall’associazione culturale “Tota Pulchra”: che, nata anch’essa nel 2016, si propone d’ onorare la bellezza dell’arte ( nel senso piu’ ampio del termine, non solo figurativa) in quanto manifestazione della Luce Divina nelle potenzialità dell’uomo, e mezzo di vero cambiamento sociale. “Questa sera – ha detto, in apertura, Mons. Jean Marie Gervais, Presidente dell’associazione, membro della Penitenzieria Apostolica – i giovani artisti di “Genesi poetiche” si son confrontati con due importanti capitoli dell’ Antico Testamento: il libro di Giuditta, centrato sulla condanna della sete di potere, che porta alla distruzione un intero popolo, e il Cantico dei cantici, qui riletto attraverso la storia d’ un amore sfigurato dalla follia. Si tratta – ha precisato Gervais – d’ un’ iniziativa benefica, i cui incassi vanno soprattutto a finanziare un importante progetto di “Tota Pulchra” : la ricostruzione e la riqualificazione funzionale del monastero cristiano maronita di Sant’Elia di Kahlounieh sul Monte Libano, distrutto nel 1983 nella guerra civile libanese, e ora finalmente sulla via della rinascita”. “Un monastero – ha aggiunto Valerio Monda, primo assistente di “Tota Pulchra” – fondato nel 1766, che in passato ha ospitato, tra gli altri, anche il poeta francese Lamartine: e che ora, ricostruendolo, vorremmo far diventare simbolo della riconciliazione nazionale in Libano e centro di dialogo interreligioso”.

“Ho scelto l’ Antico Testamento per questa mia pièce – aggiunge Paolisso – in quanto testo che più d’ogni altro scandaglia a fondo l’animo umano: giungendo alle più profonde radici di noi stessi, e ricostruendo la grandezza cui può giungere l’uomo, ma anche i suoi peggiori vizi, e le peggiori bassezze di cui è capace. Un libro che non fa sconti di pena e azzera ogni cosa, guardando al futuro nella speranza d’ una futura rinascita”.Specie il secondo atto della pièce, osserviamo, con la sua netta condanna della guerra, cento anni dopo Caporetto e l’invettiva di Papa Benedetto XV contro l’ “inutile strage” (agosto 1917), riporta alla mente la convergenza antibellica che, al di là dei quotidiani contrasti, si delineò, in quegli anni, tra cattolici e socialisti

Nel primo atto, ispirato al libro di Giuditta, troviamo Giuditta ( qui la bravissima Daria Contento), eroina che con la spada decapita Oloferne, primo generale del re Assiro Nabucodonosor, stregato dalla sua bellezza, salvando così il popolo d’Israele: colta in un immaginario dialogo con Artemisia Gentileschi, la pittrice seicentesca che (sulle orme, peraltro,del Caravaggio, già autore d’ un’altra celebre “Giuditta”) ritrasse con maestria il suo atto di violenza. Il personaggio, qui, in pratica condanna se stesso e l’ esser diventato uguale ai nemici cosiddetti “empi”, comportandosi, alla fine, come loro; è un preciso atto d’accusa nei confronti sia della guerra, madre d’ ogni atrocità,che della “realpolitik”. Il secondo atto, “A-MORS, ovvero l’ultimo ballo” , è liberamente ispirato al celebre “Cantico dei Cantici” ( libro dell’ Antico Testamento che a lungo fu messo da parte dalla Chiesa, tenuto quasi nascosto per la sua libertaria esaltazione dell’ amore, anzitutto fisico, come mezzo essenziale di comunicazione uomo-donna, e vera forza rivoluzionaria). “A-MORS”, richiamo all’ Amore, latino “Amor”, nella sua radice proprio etimologica, cioè di negazione della morte: troviamo qui, infatti, un’altra donna ( Elena Elizabeth Scaccia), cui la guerra ha portato via il suo uomo, e che, tuttavia ( come tante donne, in ogni conflitto) , non vuol accettare questa prospettiva. Rinchiusa dalla sua gente, che la ritiene folle perché continua a cercare il suo uomo nonostante sappia che la guerra l’ ha portato via, lo cercherà sino alla fine, dedicandogli un ultimo ballo che sa appunto di A-MORS, amore che supera i confini della morte.Intanto, tra le varie musiche risuona anche la celebre, antimilitarista “Ballata dell’eroe” di Fabrizio De Andrè.

“Cosa avverrà dopo la guerra?”, si chiede, in chiusura, Gianluca Paolisso; “Forse un processo all’umanità, forse l’Apocalisse e la rinascita… lo si scoprirà nell’ultimo capitolo, un’altra mia pièce di prossima realizzazione”.

Fabrizio Federici

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