martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’elefante  saudita nella cristalleria  libanese
Pubblicato il 24-11-2017


In genere, i regimi conservatori sono retti da governanti pessimisti. Questi operano in una logica difensiva: un sistema di alleanze atto a tenerli lontani dai conflitti; una rete di rapporti politico-econimici tale da rafforzare la loro utilità sistemica, un costante uso del “soft power” nel senso della mediazione.

Capita anche però, come nel nostro caso, che questi regimi capitino nelle mani di giovani ambiziosi e scriteriati ansiosi di gettare il cuore (e anche qualcos’altro) oltre l’ostacolo e di cercare ad ogni angolo di strada sfide e conflitti tali da temprare e rinvigorire un regime altrimenti votato ad un’inevitabile decadenza.

È questo il caso del giovane bin Salman, uomo forte dell’Arabia saudita e presentato da vari media occidentali come campione del riformismo e della modernità, implacabile nemico della corruzione e, ciliegina sulla torta, sostenitore dell’”islamismo moderato” e degli interessi americani e occidentali nella lotta contro l’ultimo stato canaglia della regione: l’Iran degli ayatollah.

Non siamo naturalmente in grado di valutare l’autenticità di queste credenziali, almeno sul piano della politica interna. Anche se sarebbe il caso di conservare un qualche fondato sospetto sulle aperture liberali (solo possibilità di guidare per le donne?’), sulla lotta alla corruzione che assomiglia tanto ad una resa dei conti con il vecchio e sperimentato establishment saudita e soprattutto sul significato concreto dell'”islam moderato”.

Si può invece affermare che, in politica internazionale il Nostro si è mosso come un elefante in negozio di cristallerie, con il risultato di alternare i disastri con i fallimenti.

Parliamo del passato e del presente. È stata l’Arabia saudita a lanciare la crociata contro Assad e gli sciiti: con il risultato di internazionalizzare irrimediabilmente il conflitto e di partorire l’Isis come suo effetto collaterale.

È stata l’Arabia saudita a dichiarare guerra alle tribù sciite dello Yemen, senza essere in grado di vincere un classico conflitto asimmetrico e al prezzo di una catastrofe alimentare (milioni di persone in una situazione di gravissima carestia) e sanitaria (centinaia di migliaia di persone infettate dal colera), bloccando i soccorsi della comunità internazionale.

È stata l’Arabia saudita ad aprire a freddo un conflitto con il potente Qatar, sulla base di perentori ultimatum: salvo a ritirarsi con la coda tra le gambe quando questi sono stati bellamente ignorati.

Questo per venire all’ultima e tragicomica vicenda: quella libanese. Qui il nostro eroe è preoccupato per il rafforzamento di Hezbollah sulla scena libanese e mediorientale. Preoccupazione, peraltro, condivisa da molti e in primo luogo dagli israeliani; i quali però, si limitano a segnalare a chi di dovere i limiti che non possono essere oltrepassati; aggiungendo che, finché questi limiti non verranno oltrepassati non c’è, per lo stato ebraico, alcun “casus belli”; messaggio che, per inciso, viene debitamente raccolto dagli interessati.

Che ti fa invece, il nostro bin Salman? Convoca, con un pretesto il primo ministro libanese. E poi lo sequestra togliendoli persino l’uso del telefonino; salvo a portarlo in televisione a dire che la sua vita è in pericolo e che non tornerà nel paese finché la situazione non sarà normalizzata magari, così si suggerisce, con l’eliminazione di H di tenere in piedi il governo di unità nazionaleezbollah dal governo.

Qui si sta veramente giocando col fuoco. E con la pelle degli altri, vedi dei libanesi. In parole povere Ryad avrebbe tanta voglia di misurarsi direttamente con gli iraniani. Ma non può. Perché non gode della copertura né di Washington né di Gerusalemme. E allora ci prova passando per Beirut.

Ma a questo punto si scontra con due reazioni. Ambedue del tutto prevedibili. Quella dei libanesi. E quella dell’Europa e soprattutto della Francia e dell’Italia.

I libanesi, dai cristiani, agli sciiti fino ad una parte importante della stessa comunità sunnita (cui  appartiene Hariri ), non hanno la minima intenzione di riaprire una nuova guerra civile. Ne hanno già sperimentate diverse. E tutte terribili. E, allora, mai più; nunca mas.

Perciò si denuncia la violenza saudita. E si chiede ad Hariri di tornare e di spiegarsi: la linea, condivisa da tutti è  di tenere in piedi il governo di unità nazionale salvaguardando il ruolo di Hezbollah come forza libanese riducendo o magari non aumentando la sua esposizione internazionale (leggi Siria). La prima questione sarà risolta all’interno; alla seconda penseranno russi e americani.

All’organizzazione del ritorno e del reintegro dello stesso Hariri nella normalità penseranno i francesi. Il ministro degli esteri che si precipita a Ryad chiedendo il suo rilascio immediato i pena una serie di rappresaglie economiche; e che organizza il ritorno del premier via Parigi e Macron, da cui sarà debitamente catechizzato.

A riflettere sull’avvvenimento, sul valore del modello libanese, unico caso di libera e consentita convivenza tra le varie comunità politiche e religiose e, al tempo stesso, sulla sua permanente fragilità – per concludere sul ruolo della comunità internazionale nel preservarlo – saremo invece noi italiani: in un convegno che vedrà insieme, rappresentanti della comunità cristiana libanese e autorità istituzionali e della società civile del nostro paese. In sé e per sé un piccolo episodio; ma anche un importante conferma del ruolo da sempre sostenuto dall’Italia a sostegno della causa della pace nel Libano.

Alberto Benzoni

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