martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’errore del neoliberismo: negare la democrazia e i diritti sociali
Pubblicato il 14-11-2017


Christian-Laval-e-Pierre-DardotCon il nuovo libro “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, Pierre Dardot e Christian Laval tornano sul tema dei guasti provocati dall’ideologia neoliberista nelle società a capitalismo avanzato; lo fanno perché, come essi dicono, colpiti dall’emergenza di “un’accelerazione senza precedenti dei processi economici e securitari che sta radicalmente trasformando tanto le nostre società quanto i rapporti politici tra governati e governanti”.
In particolare, Dardot e Laval denunciano il fatto che l’accelerazione in atto dei processi economici e politici sta determinando una fuoriuscita dalla democrazia e un continuo sacrificio dei diritti sociali; ciò accadrebbe, secondo gli autori, a causa di due “spinte” complementari: da un lato, “il rinnovato potere dell’offensiva oligarchica” contro i diritti politici, economici e sociali dei cittadini; dall’altro lato, l’adozione, da parte delle forze politiche al governo, di un insieme di regole securitarie, giustificate sulla base della tesi che esse sarebbero volte a garantire la libertà degli stessi cittadini.
In realtà, a parere di Dardot e Laval, il perseguimento della sicurezza consentirebbe agli establishment dominanti, di mascherare la vera natura delle politiche securitarie; il loro preciso obiettivo sarebbe, non già l’assicurazione della libertà ai cittadini, ma la garanzia della libertà di concorrenza, priva di ogni vincolo, tra i vari attori che compongono l’oligarchia economica. Di fronte alle ripercussioni negative dell’ideologia neoliberista sulla società, gli establishment governativi non immaginano – affermano gli autori – che il rafforzamento dei poteri di polizia conduca inevitabilmente solo all’”erosione dello Stato di diritto e, assieme ad essa, al sacrificio dei diritti sociali”.
Dardot e Laval sono del parere che la progressiva fuoriuscita dalla democrazia, causata dalle politiche neoliberiste, pur non essendo un dato ineluttabile, sia destinata a proseguire, a causa della “sproporzione di forze esistente tra la “logica dominante” degli oligarchi e la “logica minoritaria” delle potenziali forze di opposizione. La logica dominante si “nutrirebbe” di crisi e non smetterebbe di evocare l’incombenza sulla sicurezza sociale di “mostri impietosi e terrificanti”, assunti a giustificazione delle restrizioni delle libertà politiche e civili; mentre la logica minoritaria delle potenziali forze contrarie all’egemonia dell’ideologia neoliberista non riuscirebbe a trovare un’“espressione di massa, né cornici istituzionali o una grammatica politica”.
Per uscire dalle loro posizioni di debolezza, secondo Dardot e Laval, le forze di opposizione dovrebbero riflettere e capire come la perdurante situazione di crisi che il neoliberismo sta alimentando sia diventata una forma di governo; ciò consentirebbe loro di acquisire la necessaria consapevolezza riguardo al modo in cui il “neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando”, non smetta “di autoalimentarsi e di autorinforzarsi”. Capire tale processo, significherebbe anche comprendere, a parere di Dardot e Laval, come organizzare una reale alternativa di governo al disfacimento neoliberista delle società democratiche e al crescente sacrificio dei diritti politici e sociali.
A tal fine, Dardot e Laval sembrano non avere incertezze: secondo loro, partendo dall’analisi della condizione alla quale le società democratiche sarebbero state ridotte, occorrerebbe prendere coscienza del fatto che “non può esserci altra contestazione al neoliberismo se non nell’opporgli nuove forme di vita”, mettendo “in discussione la logica stessa della rappresentanza politica”; ciò, in considerazione del fatto che affidare l’elaborazione di forme di vita alternative a quelle imposte dalle pratiche neoliberiste a partiti, a tecnici e ad esperti, significherebbe “rendere sterile la pretesa di costruire una vera alternativa o, peggio, finirebbe col portare acqua al mulino del neoliberismo”.
Senza il ricorso alla logica della rappresentanza, diventerebbe allora prioritario, per Dardot e Laval, chiedersi come unificare e concentrare le diverse forze di opposizione al neoliberismo, nella consapevolezza che “le oligarchie sono strutturate da mille legami di socialità e salde forme organizzative”. In considerazione di tutte le difficoltà che dovranno superare, le forze antagoniste del neoliberismo accuseranno certamente una “grande difficoltà a concepire e a mettere in pratica una politica mondiale alternativa”.
Nel perseguimento dell’obiettivo di unificare e concentrare le forze antagoniste, Dardot e Laval rifiutano le strategie sinora elaborate, ovvero quella della realizzazione spontanea del “comune”, avanzata da Michael Hardt e Toni Negri, e quella di Ernesto Laclau sull’“unificazione simbolica” delle forze di opposizione intorno ad un individuo scelto come leader: la prima, perché riduce il superamento dello status quo attraverso un processo spontaneo inglobante in modo arbitrario tutte le dimensioni della vita; la seconda, perché risulta problematica l’idea di poter conciliare l’identificazione delle forze di opposizione a un “capo con le esigenze della democrazia”; quest’ultima, infatti, implica una “messa a distanza” dei dirigenti di qualsiasi organismo rappresentativo, dovendosi preferire in sua vece “l’esercizio di un controllo effettivo e diretto dell’attività di opposizione da parte dei cittadini”. Si tratta, quindi, di realizzare l’unificazione e la concentrazione delle forze di opposizione attraverso l’adesione all’idea che a reagire sia direttamente la società, intesa come unità organica escludente qualsiasi forma di pluralismo.
Per quanto riguarda la realizzazione del coordinamento delle forze di opposizione al neoliberismo sul piano internazionale, Dardot e Laval ritengono che essa dipenda dalla possibilità di “costruzione di un blocco democratico internazionale”, che non sia un “cartello di partiti, ma l’insieme delle “innumerevoli forze politiche, organizzazioni sindacali, associative, ambientali, intellettuali e culturali”; queste dovrebbero impegnarsi sul piano locale, nazionale e internazionale per organizzare la lotta contro l’oligarchia sulla base di una piattaforma comune di rivendicazioni, nella quale la dimensione internazionale non “sarebbe affatto l’aggiunta secondaria di una lotta nazionale, bensì il suo tratto costitutivo”.
Solo attraverso il blocco democratico internazionale delle forze contrarie all’ideologia neoliberista, sarà possibile opporsi all’avversario oligarchico; se l’internazionalizzazione dell’opposizione dovesse avere successo, concludono Dardot e Laval, potrà essere immaginata una federazione mondiale, “non di diversi partiti nazionali, ma di coalizioni democratiche capaci di combinare l’azione politica a diverse scale e l’istituzione dei comuni, base concreta dell’alternativa”.
L’idea di sconfiggere l’ideologia neoliberista attraverso la costruzione di un “blocco internazionale” di forze democratiche, non è nuova e presenta gli stessi limiti delle proposte da altri avanzate e che Dardot e Laval rifiutano. Anche Michael Hardt e Toni Negri fanno diretto riferimento all’”istituzione di comuni”; essi però mancano di indicare le procedure organizzative delle quali non potrebbero fare a meno, facendo esclusivo affidamento su una presunta autosufficienza dello spontaneismo della “moltitudine” protestataria sparsa per il mondo. D’altra parte, una struttura organizzativa come quella suggerita da Ernesto Laclau sarebbe indispensabile per organizzare la protesta globale e per indirizzare democraticamente l’opposizione alla forma che il neoliberismo ha impresso alla globalizzazione; essa, però, non dovrebbe avere i connotati suggeriti dallo stessi Laclau.
Perché la prospettiva d’azione contro gli esiti dell’ideologia neoliberista proposta da Dardot e Laval possa avere successo, non è sufficiente l’organizzazione informale di un’opposizione spontanea dal basso; occorre che questa azione sia inquadrata all’interno di una cornice istituzionale. A tal fine, ciò che le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono accettare è che, con la formazione dell’economia-mondo, l’antico Stato-nazione ha perso i suoi originari confini, senza però che sparisse la nazione (intesa come popolo), che ne era un elemento costitutivo. In altri termini, le forze volte a contrastare la globalizzazione neoliberista devono interiorizzare il convincimento che ciò che esse contestano non è, come pensano i neoliberisti, un esito necessario del processo storico, ma un esito non spontaneo, imposto da oligarchie sopranazionali che hanno agito ai danni delle singole nazioni, dopo averle private delle difese originariamente garantite dal perduto esoscheletro rappresentato dallo Stato-nazione.
Per avere successo a livello globale, le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono considerare le loro nazioni come gli elementi fondativi di una struttura federata universale, regolata da un “governo mondiale”, realizzato attraverso la loro cooperazione. In tal modo, le forze di opposizione presenti all’interno delle singole nazioni potranno approfondire la loro collaborazione a livello globale, in considerazione del fatto che gli Stati-nazione, confluiti nello Stato-mondo non sono più delle particolari entità autonome, ma parti di un’unica struttura istituzionale federalistica, incorporante una “comunità globale”.
Le forze di opposizione al neoliberismo potranno così assumere che il benessere di ciascuna comunità nazionale non possa prescindere da una regolazione del mercato mondiale, al fine di evitare che i rapporti economici internazionali siano tradotti dalle oligarchie mondiali in un eccessivo condizionamento ai danni delle comunità nazionali economicamente più deboli.
Nonostante l’identica percezione del processo di globalizzazione degli Stati-nazione come esito del processo storico, le forze di opposizione, potranno giustificare, riguardo al modo in cui i rapporti economici internazionali vanno governati, la loro diversa posizione rispetto ai neoliberisti; si tratterà di una posizione che considera regolabile lo spontaneismo di mercato, grazie a un insieme di pratiche poste in essere da istituzioni globali e idonee a contrastare gli assunti neoliberisti, secondo cui, sia la democrazia, sia i diritti umani sarebbero causa di inefficienza del funzionamento dell’economia-mondo e che costituirebbero l’impedimento a ogni processo innovativo.

Gianfranco Sabattini

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